Cambia Scuola #4 (il senso)

Senza categoria 5 agosto 2016

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Quando incontro qualcuno che dice di essere un filosofo,
mi stupisco fino alle lacrime della sua sicurezza. Mi domando
come possa aver capito cos’è la filosofia, e mi chiedo come
faccia a sapere di esserne un suo rappresentante.

Se incontro un meccanico e gli chiedo cos’è un motore,
lui alza il cofano di una macchina e me lo indica. In officina
custodisce una cassetta degli attrezzi con la quale riesce
a ripararlo se per caso smette di funzionare.

Generalmente chi dice di essere un filosofo mena il can per l’aia
e non sa cosa indicare. Si destreggia come può, ma non gli cavi
fuori altro che frasi già sentite o citazioni prese da qualcun
altro. Malgrado la volontà di alcuni di dotarsi di cassette
degli attrezzi, non ve ne sono per il filosofo.

Vale lo stesso (e anzi, peggio) tra chi dice
di occuparsi di filosofia e bambini. Lì, la prima
domanda da fare all’interlocutore “filosofo” è: quanto
tempo passi alla settimana con i bambini? A scuola o all’asilo?
Se la risposta tarda ad arrivare o le esperienze sono scarse,
non c’è da fidarsi. E questo vale per i tutti coloro
che parlano di filosofia e bambini, che abbiano
20 oppure 70 anni, non fa differenza.

La seconda domanda, invece, potrebbe essere:
perché lo fai? Perché vuoi andare dai bambini a
portar loro la filosofia? E qui segue un lungo elenco
di assurdità dispensate più o meno seriamente, tra le quali
campeggia la sempreverde: perché i bambini sono i veri filosofi!

Ma se davvero lo fossero, posto che ci sia qualcuno che sappia
spiegare cosa vuol dire esser veri filosofi, che senso avrebbe
andar proprio da loro? Sarebbe come regalare delle uova
a chi ha un allevamento di galline, o giocattoli a chi
non sa più dove metterli.

La verità è che a nessun bambino importa niente della filosofia.
I bambini sono bambini (se glielo lasciamo fare!). Dirigenti,
insegnanti e genitori dovrebbero vigilare ancora di più
sui progetti che i loro bambini fanno a scuola, per
evitare cantonate più o meno deleterie, portate
avanti da attori improvvisati.

È la filosofia che dovrebbe interessarsi ai bambini:
osservandoli, descrivendoli, documentando il loro pensiero.
E non perché questo “serva” a qualcosa, o potrebbe
“servire” a qualcosa, ma semplicemente
per capire, per conoscere i modi
del loro conoscere, del loro
vivere, del loro essere.

È vero, noi di FilosofiaCoiBambini alleniamo il linguaggio.
Giochiamo seriamente. Ma il nostro obiettivo,
chiaro a tutti, non è aggiungere,
bensì capire come togliere.

Trovare le strade migliori
per lasciare spazio, arretrare, liberare.

Perché il problema vero, almeno in Italia, se qualcuno
ancora non l’avesse capito, non è la fame, il freddo,
o qualche altra mancanza. Il problema vero qui è:
“Maestra, che colore uso?”,
“Maestra, cosa devo fare?”.

Troppo, troppo spesso, persone che dicono
di occuparsi di filosofia e bambini, vanno nelle scuole,
dove i bambini sono già carichi di compiti, dove l’istituzione
(per quanto mascherata) fa già sentire il suo peso, e portano
altra roba, aggiungono il loro ego di filosofi a quello degli
adulti presenti, e vogliono lasciare un segno, fare,
portare i bambini a… capire, domandarsi,
e così via. Tutte manifestazioni, più
o meno stanche, dell’Io del
filosofo chiacchierone
di turno.

Tutte riprese del falso mito secondo il quale occorre
fare, fare esperienza, capire…, analizzare ma,
per carità, subito dopo sintetizzare
(con l’adulto, guai da soli!).

Noi di FilosofiaCoiBambini ci manteniamo attenti,
e al riparo da certi pericoli. Ci occupiamo di ciò che ci
occupiamo perché non possiamo far altro. Studiamo
continuamente. Sensibilizziamo più che possiamo
la realtà che ci circonda, in vista di piccoli
cambiamenti.

Sappiamo che entrando in classe,
siamo noi a dover studiare, non i bambini.

Io non so cos’è la filosofia, né so chi è un filosofo.
Posso solo dire cosa senz’altro non è, ma credo
di averne parlato abbastanza per oggi!

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Cambia Scuola #3 (l’agitazione)

Senza categoria 23 luglio 2016

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Più studio, più mi accorgo di non sapere niente.
Ma una cosa fondamentale l’ho imparata, sono sicuro.
Non la insegnano all’università, non la impari lì.
La devi scoprire da solo, se ci riesci,
guardandoti attorno con
molta attenzione.

È il presupposto di ogni azione educativa.

Un principio che dovremmo poter trovare sui libri,
tratteggiato sui muri delle scuole. E invece è
tenuto segreto, perché non sia mai che le
cose possano
 velocemente migliorare.

Tale principio afferma che ci sei tu, l’educatore.
C’è il bambino (oppure, i bambini).
E un’azione tra voi.

Già, ma quale azione?
Qua sbatte ogni metodo!
Qua incappa ogni grande maestro!

Il principio di cui parliamo (come ogni buon principio)
non ti dice cosa fare, ma ti suggerisce un metodo per capire,
all’istante, cos’è meglio evitare. Si tratta, come si vedrà,
di qualcosa di semplice, ma estremamente potente.
Difficile anche, perché richiede attenzione
e la rara capacità di sapersi staccare
dalle proprie abitudini mentali.

Eccolo, formulato in maniera sintetica.
L’educatore, per decidere della necessità o meno
di un bisogno educativo, deve porsi una
 domanda:
“che vantaggio ne ricava l’immaginazione del bambino?”
(in particolare modo tra i 18 mesi e i 9 anni d’età)

Se la risposta è: “nessun vantaggio”,
vuol dire che si tratta di un bisogno non necessario
o addirittura deleterio. In quel caso, l’educatore lo deve abbandonare!

Se invece il vantaggio c’è, ecco formarsi,
come d’incanto, una gerarchia di attività che allenano
più o meno efficacemente l’immaginazione dei bambini.
Con in testa l’Arte, la Musica, la Danza, la Spiritualità,
la Filosofia, la Scienza (nel caso in cui seguano
un approccio sincero dalla parte
dei bambini, è chiaro!)

Ed ecco sparire per sempre i lavoretti, 
i pulcini che devono per forza esser colorati di giallo,
i pennarelli che sono sempre degli stessi colori, gli album da colorare,
la televisione, gli smartphone e i tablet, i centri commerciali
la domenica pomeriggio, i giocattoli strutturati, le storie
per bambini, il linguaggio povero, infantilizzato,
e si potrebbe proseguire a lungo…

Coi bambini si può anche non sapere cosa fare.
Ma non ci si può permettere d’ignorare cos’è bene evitare.

*******

Ogni anno, sempre più insegnanti si domandano
come mai i bambini arrivano o ritornano a scuola agitati.
Beh, provateci voi a passare un’estate in un centro estivo dove
tutto è un continuo fluire, incalzare, correre. Dove nessuno
sa di preciso dove si sta andando e perché.
Dove si confonde necessario e superfluo
(educativamente parlando).

Bene è andare, fare esperienza.
Male è soffermarsi, aspettare, pazientare,
parlare, riflettere. Dopo un’estate del genere,
è già un miracolo che un bambino acconsenta a entrare
in un edificio nel quale gli viene imposto di stare
a riposo per cinque o più ore.

Un luogo che dovrebbe allenare l’attenzione,
l’occhio vigile del cuore e della mente, ma che in fondo,
per forza di cose, assomiglia sempre di più
a un istituto di contenimento.

Il cambiamento è dietro l’angolo, possiamo
agguantarlo con uno sforzo personale e poi collettivo.

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Cambia Scuola #2 (la fretta)

Senza categoria 20 luglio 2016

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A monte della maggioranza dei disturbi comportamentali
che interessano
 i bambini ci sono gli adulti,
con i loro disturbi comportamentali.

Osserva il bambino e poi osserva i suoi genitori.
Le somiglianze tra loro non finiscono con il colore
degli occhi o dei capelli, ma investono atteggiamenti,
modi di fare e pensare, paure, ansie, e così via.

A volte ci si chiede come possa un genitore essere
totalmente ignaro dei disturbi del figlio. Come può
non vedere ciò che accade quando il figlio parla,
si muove, interagisce con altri bambini.
<<Ma non vede?!>>, ci si domanda.

Chi è incapace di giudicare se stesso,
di mettersi in discussione, come potrà avere occhi
per giudicare obiettivamente il sangue del proprio sangue?
Sarebbe come chiedere a un dittatore di rimproverare
il figlio per i suoi comportamenti autoritari.

Un genitore ansioso potrebbe non far caso
all’ansia di suo figlio; uno collerico
non troverebbe strana l’ira
del suo bambino.

Poi arriva il giorno in cui, dopo che molti  da ogni parte
hanno sottolineato i problemi del bambino, ci si deve
forzatamente convincere che c’è qualcosa
che non funzione.

E in quel momento quanti genitori si chiedono
se non sono forse loro stessi la causa di quei problemi,
e cercano magari di cambiare? Quanti si accontentano
di soluzioni apparentemente più rapide,
offerte da qualcuno o qualcosa?

Quanti si addormentano su una definizione
da manuale, rilasciata da qualcuno che ha potuto
interagire col bambino solamente per qualche ora,
all’interno di un ambulatorio?

A monte del disturbo comportamentale
di un bambino
 c’è un adulto con un
suo disturbo comportamentale.
 

Chi non ne ha? Chi può dire di non esser fatto
in un certo modo? Chi è normale? Cos’è tipico?

Lo chiameremo Deficit di contemplazione.
Sia che si presenti nel bambino, come nell’adulto
che glielo trasmette (sia esso il genitore, l’insegnante
o l’educatore) attraverso gesti, parole, e così via.
Lo chiameremo così perché al momento
sembra essere ciò di cui i bambini
avrebbero maggiormente
bisogno.

<<Sotto l’egida della truffa sta ogni moderna pedagogia>>,
scrive E. Zolla, significa che là dove si guardi, più nessuno
insegna a vincere questo Deficit, che ormai è così diffuso
da potersi definire epidemico. Al contrario, pensando
di far bene, tutti versano acqua al suo mulino,
nelle scuole, nelle case, nei centri estivi,
nei doposcuola, cosicché questo
cresce e si rafforza.

Si parla di disturbi oppositivi, di attenzione, d’iperattività,
d’ansia, e così via. E a rincarare la dose ci pensano quelli
che danno la colpa ai vaccini, all’alimentazione.
Cosicché poi altri rispondono negando tutto.
Ma si tratta sempre della stessa sabbia sugli occhi.
Perché cosa sono quelle definizioni se non un segnale
chiaro e semplice lanciato agli uomini di tutto il mondo,
in particolare dai bambini a chi gli sta vicino?
Rallentate! Rallentate tutti quanti! 

In una Società dove il divenire, continuo e inarrestabile,
ha preso stabilmente il posto della durata; dove niente dura
più di una stagione (passioni, tecnologie, saperi, diritti, doveri)
e la transitorietà e il turbamento a essa affine sono diventati
materia d’insegnamento; dove la qualità è ridotta a
quantità attraverso i test, le prove di abilità,
i quozienti d’intelligenza, la tabella
delle competenze…

In una Scuola che crede che avere la LIM equivalga a una qualche
forma di progresso, ma dimentica totalmente d’educare il gusto
e le qualità irripetibili e singolari di ciascuno (perché, dicono
sempre, non c’è tempo e non ci sono soldi!), il Deficit
di contemplazione
non può che estendersi e con lui
i cosiddetti disturbi comportamentali.

Così, dal primo giorno di scuola il prossimo anno,
ciascuno ricordi che non c’è fretta, non c’è orologio.
Che un bambino allenato a stare nel presente, amico
dell’attesa, tranquillo nella durata, a suo agio anche
da solo, senza far nulla, matura diversamente.

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Cambia Scuola #1 (l’orologio)

Senza categoria 14 luglio 2016

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La Scuola non esiste. Esistono solo le singole Scuole.
Ciascuna con le sue stanze, finestre, giardini,
abitudini più o meno dure a svanire,
e così via…

Se la Scuola non esiste,
che senso ha cercare di cambiarla?
Come si potrebbe cambiare qualcosa che non c’è?
Che inutile spreco d’energia!

Ha senso, invece, cercare di cambiare le Scuole,
le singole Scuole, una alla volta,
dalla prima all’ultima.

Il guaio è che non bisogna aspettare che a cambiare
le singole Scuole siano le persone. Perché, vedete,
le persone non esistono. Esistono solo le singole
persone, e quelle sì che possono cambiare
le Scuole (meglio, le singole Scuole)!

Così,
ad esempio,
un giorno una maestra
(le maestre non esistono, esistono solo le singole maestre,
ma ormai questo l’abbiamo imparato), entrando in classe,
decide di togliere l’orologio, di staccarlo dal muro
e metterlo via. E da quel giorno le cose
cambiano. Cambia Scuola.

<<Maestra, quand’è che si va a Scuola?>>
Dopo essersi svegliati, stiracchiati, aver fatto colazione,
aver dato uno sguardo agli animali, aver mosso gambe e braccia.

<<Maestra, quand’è che inizia la Scuola?>>
Quando tutti sono arrivati, ci siamo salutati e abbiamo
passato un po’ di tempo a raccontarci i sogni della notte trascorsa.

<<Maestra, quand’è che si fa merenda?>>
Quando si ha fame si mangia un boccone.

<<Maestra, quand’è che si beve?>>
Quando si ha sete si beve un sorso.

<<Maestra quando finiamo il disegno?>>
I disegni non si finiscono. S’interrompono quando non ci si sente
più ispirati e si passa a fare altro. Poi si ricomincia, quando
l’ispirazione ritorna. Occorre imparare a conoscerla
la propria ispirazione, farci amicizia.

<<Maestra quando finiamo i compiti?>>
Non ci sono compiti, ma solo cose che si ha voglia d’imparare,
di fare, di provare. A volte si vuol star fermi a osservare, a contemplare
e ascoltare. Altre si ha voglia di correre, saltare e giocare.
C’è un tempo per ogni cosa, ma è un tempo
che nessuno ha già deciso.

<<Maestra come mai non c’è più l’orologio?>>
Quell’orologio misurava un tempo che a voi bambini
non interessa. È il tempo dell’efficienza, della produttività.
È Il tempo dei grandi che non hanno tempo e che devono
incontrarsi in un momento preciso.

<<Maestra e noi che tempo usiamo?>>
Noi impariamo a leggere il nostro tempo. L’orologio che sta
dentro ognuno di noi e che ci dice quando abbiamo fame e di cosa,
quando siamo stanchi, quando siamo pronti ad ascoltare, quando la
rabbia è passata, quando sta per arrivare un’immagine o un’idea
agli occhi della mente.

<<Maestra come si chiama il nostro tempo?>>
Il nostro è il tempo della durata. Non diviso in prima e poi,
non proiettato a fare qualcosa, a finire. Senza ansia del futuro,
senza turbamenti dal passato. Siamo qui, non abbiamo
alcuna fretta. Il nostro tempo ci è amico, ci ispira
tante cose. Non scorre, resta con noi.

Così,
ad esempio,
nella classe senza orologio di quella maestra,
s’inizia a vivere uno stato creativo ininterrotto,
dove gli apprendimenti fioccano senza
neanche bisogno di cercarli.

Una classe, due classi…
Una scuola, due scuole…
E così via…

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Cattiva Filosofia Per Bambini!

Senza categoria 13 luglio 2016

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In Italia, in ambito filosofico, la prima regola è la seguente:
nessuno deve criticare realmente nessuno, cosicché nessuno si fa male.
La seconda regola è: se qualcuno critica, meglio ignorarlo e isolarlo
che rispondere (è probabile che la critica si spegnerà da sola).
Questo meccanismo funziona quasi sempre.
Ma FilosofiaCoiBambini fa eccezione.

Non riuscirei proprio perdonarmi di non aver scritto
tutto ciò che potevo per criticare un approccio educativo
(quello della Philosophy for Children) che reputo pericoloso
in mani sbagliate. E siccome stiamo parlando di bambini, e non
di ghiaccioli alla frutta, ci tengo a perseverare nella critica finché
anche l’Accademia mi ascolti (proprio come fanno le migliaia di persone
che ci seguono e hanno stima del nostro lavoro di ricerca e di pratica).

Sto parlando di un approccio educativo fondato su un principio falso
(che viene fatto passare per vero ai bambini) secondo il quale la verità
nascerebbe dalla discussione, dal dibattito comunitario.

Sto parlando di un Setting studiato per dare a tutti l’impressione
di utopia, d’idillio: il cerchio, gli adulti che non possono partecipare
alle sessioni, i bambini apparentemente liberi di dire la loro, di decidere.

Non mi preoccuperei così tanto, se non fosse per quell’unico adulto
al quale è consentito di avvicinare i bambini. Il facilitatore, nell’approccio
denominato Philosophy for Children, usa tanti piccoli accorgimenti per
convincere bambini e astanti di non essere il padrone! Egli sa che i
piccoli sono ancora poco radicati nelle convinzioni che il loro
ambiente natio gli sta trasmettendo e dunque può tutto.

Sappiamo quanto potere eserciti un insegnante (tutti ci ricordiamo dei
nostri maestri). E allora perché non preoccuparsi ancor più del potere
che potrebbe esercitare un filosofo di tal fatta sui bambini?

Con la lusinga: <<Venite, discutiamo insieme!>>,
egli si appresta a mettere in atto il suo piano. Ed ecco
gruppi di bambini che improvvisamente sanno cos’è la
giustizia, l’amore, il dolore, la famiglia, la morte, l’amicizia,
la libertà, la vita, e così via. Conquiste importanti raggiunte in
un’ora, grazie al miracoloso potere della discussione di gruppo.

Strano che nessuno abbia mai smascherato l’impostore.
Difficile a credersi che alcuno abbia mai obiettato a quel tale che
brandendo in mano un manuale (ad esempio Pixie di Lipman)
osserva i bambini comportarsi esattamente come egli può
prevedere (il manuale, infatti, contiene ogni tipo di
spunto possa servire a indirizzare la discussione
esattamente dove la si vuole far andare).

Il facilitatore è l’unico, tra tutti i piccoli, che sa ciò che vuole.
Ciò che sconvolge è che nessuno lo deve venire a sapere!
Egli non formula volontà, anzi le nasconde, le cela
sotto strati e strati di confusione, buonismo
e, in Italia, superate ideologie di sinistra.

Mi chiedo come sia possibile che chiunque mostri una predilezione
per l’infanzia, o anche solo abbia avuto l’esperienza di avere dei
nipoti, dopo un po’ di teoria e con l’aiuto di un manuale
americano, possa esser mandato in classe a filosofare.

Nelle mani sbagliate, e ce ne sono tantissime,
uno strumento di tal fatta ha pochi eguali in quanto
a distruttività. Persuadere i piccoli, a poco a poco, che la 
verità si forma nel concorso dei pareri, vuol dire convincerli
che il Bene non esiste e che ci sono solo valori pragmatici
e sociali. In questo modo, il bene di una società può
diventare l’efficientismo, la produttività, l’azione,
la mondanità, l’abbandono della tradizione,
a seconda di ciò che l’Istituzione, proprio
attraverso i suoi facilitatori, ancor più
potenti degli stessi insegnanti,
ha interesse a veicolare.

La Philosophy for Children, dunque, per come la si continua
a intendere in Italia, specialmente in certi ambienti,
si presta a queste e ad altre critiche, e desta
preoccupazione in noi che osserviamo
la scuola da vicino e cerchiamo
di aiutarla a ritrovarsi.

Da parte nostra, ci siamo accorti fin da subito che l’approccio
che avevamo fondato non imprigiona i bambini. Il ruolo
del FilosofoCoiBambini non è quello del facilitatore.
Le fondamenta teoriche, l’attività pratica,
il percorso di avvicinamento alla
disciplina sono totalmente
differenti da quelle
della P4C.

Si sa che non c’è schiavo che ubbidisce
meglio di quello convinto d’essere libero.

In mezzo a questo delirio educativo,
noi vogliamo rimettere a posto le cose.

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La tortura del divertimento

Senza categoria 3 maggio 2016

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In tanti l’hanno detto: a scuola non si va per divertirsi.
E hanno ragione. Che orrore il divertimento, e che tortura le attività
fatte per divertire. A nessuno dovrebbe essere permesso d’entrare a scuola
per divertire i bambini, né di chiamarsi animatore, o peggio.

I bambini non hanno certo bisogno d’essere animati,
anche se dopo certe attività che si vedono fatte a scuola
non sarebbe sbagliato tentare di ri-animarli.

Da sempre (in molti lo sanno, ma in pochi sanno trarne vantaggio),
amore e concentrazione vanno di pari passo, sostenute da un medesimo
sentire, luminoso e volatile, che poco o nulla ha a che vedere
con il divertimento, inteso dai più come distrazione.
Entrambe si raccolgono in un punto, là dove
i desideri incontrano le forze che
li condurranno a realizzarsi.

In quel luogo, l’amore consente l’evaporazione di ogni sventatezza,
ottenendo la perfetta attenzione dell’individuo che, adulto o bambino che sia,
viene preso, abbracciato, come un albero quando l’edera lo ricopre per intero.

Dopotutto, si dirà, la soluzione era già sotto i nostri occhi.
Devèrtere, in latino, è allontanarsi; distogliersi, nello spazio del pensiero,
volgersi altrove. Nelle carte dei tarocchi, solo il matto sembra divertirsi.
Dimentico delle proprie responsabilità, fa fagotto e si allontana,
tra le proteste di un animale che vorrebbe farlo rinsavire,
ma senza risultato.

Al contrario, il bambino, quando ama ciò che fa,
si concentra, ottenendo così i più beati apprendimenti,
noncurante di qualsiasi divertimento ed anzi infastidito
dall’adulto che lo distrae. È l’amore la chiave, non il divertimento.
È solo l’amore che permette l’attenzione, e solo nell’attimo d’attenzione
si fa strada l’apprendimento, altrimenti bloccato tra potere e rinuncia.

Che a scuola non si va per divertirsi,
non vuol dire che non ci si diverta. Se il divertimento
passa in secondo o terzo piano, rispetto a raggiungimenti più alti,
verrà elargito come regalo, assieme ad altre manifestazioni.

In questo senso, il divertimento si tramuta
in un sentimento silenzioso, che nasce da dentro e non allontana,
ma avvicina al suo oggetto, teneramente. Origina sorrisi e non ghigna,
non spalanca la bocca, non fa il viso arcigno.

È il divertimento che non cerchiamo,
quello che stiamo cercando.

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Il filosofo coi bambini

Senza categoria 30 aprile 2016

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Ci si chiederà chi è il filosofo coi bambini.

Un carattere, un’impronta,
tale per cui lo si distingue inequivocabilmente da ogni altro,
anche in mezzo a una folla. A suo agio dovunque si raccolgano
dei bambini, utilizza la parola senza esserne schiavo,
prediligendo i movimenti del corpo per trasmettere
il tipo di esperienza filosofica alla quale,
a suo tempo, liberamente scelse
di ordinarsi.

Le braccia sono flesse, le mani archeggiano,
il volto comunica una tranquillità energica,
una pace vigorosa.

Lo guida un insegnamento, sopra tutti gli altri,
simile a quello lampeggiato nei canti del poeta Dādū,
tenero fino all’inverosimile e per questo inespresso, silenzioso:
«il maestro guarda e, se non lo si intende, si rassegna a parlare»,
come riportato da Elémire Zolla; oppure vicino a quello dell’asceta
S. Nilo del Sinai, che recita: «chi è legato non può correre»,
che destramente ci ricorda che le parole possono diventare
un cappio al collo di chi non sa ben immaginare.

Il filosofo coi bambini, diremo con forza, ha a cuore l’immaginazione,
più di ogni altra cosa. La capacità di parlare di cose non presenti,
ciò che davvero marca la distanza tra l’uomo e gli animali.

Non il linguaggio, non la capacità di scambiarsi informazioni,
né la possibilità d’instillare stati d’animo in altri,
ma l’interesse in ciò che non c’è, la perenne
attesa di una partenza o un ritorno,
sperato o temuto.

Chiunque abbia avuto la fortuna di dividere
parte della propria vita con un cane, un gatto, un cavallo,
o un qualsiasi altro animale, sa cosa vuol dire comunicare,
in senso pieno. Pur senza condividere un linguaggio,
gli scambi, tra noi e loro, sono innumerevoli.

Non è la parola, allora,
a rendere l’uomo tanto diverso:
qualunque proprietario lo confermerà
parlando del proprio amico animale.

Né la sintassi, che, tra l’altro,
sembra possiedano anche i fringuelli;
nemmeno la possibilità di leggere le emozioni altrui
(i cavalli riescono a leggere le emozioni sui volti di non conspecifici),
bensì la capacità d’immaginare e quindi la possibilità di parlare
di cose non presenti, che già si sono verificate o che ancora
devono accadere, e soprattutto che sarebbero potute
o potrebbero andare diversamente!

Immaginazione, appunto,
che certo ha a che vedere col linguaggio,
ma in maniera affatto particolare.

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Il banco di scuola

Senza categoria 24 marzo 2016

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L’inizio è il banco. Lo stare sul banco. 
Dritti. Le gambe non ciondolano,
le braccia si appoggiano,
le mani libere.

Il banco segna l’inizio e la fine della scuola.
Andare a scuola, per molti, significa stare sul banco.
Andare bene a scuola vuol dire, per la maggioranza, saper
stare sul banco. Il monello, giù in fondo alla classe, si aggrappa
a quel piccolo tavolino con tutte le sue forze, lo sposta, lo gira,
lo scaraventa, ci si sdraia, lo calpesta, pittura, incide,
mordicchia. Il monello non sa stare sul banco,
cosicché i più si domandano che senso
abbia che egli vada a scuola.

Sembra che un tempo banco stesse a indicare il rialzo di terra.
Qualcosa sul quale volendo ci si poteva sedere, curvandosi un po’,
oppure scrivere o scambiarsi cose, ragion per cui doveva rassomigliare
a un tavolo, anche se di gran lunga più scomodo. Un tavolo,
qualsiasi tavolo, ha ben poco a che vedere con un banco,
e con un banco di scuola in particolare, e non è vero,
anche se molti lo credono, che a un bambino
le cose appaiano diversamente.

Non è vero che per il bambino il banco è, in qualche modo,
un tavolo in miniatura. Per lui non esiste la miniatura.
Per lui, come per noi, esistono i banchi ed
esistono i tavoli. In questo senso,
l’ontologia è la stessa.  

Il banco di scuola non ha quasi mai forma quadrata.
Più spesso è rettangolare. La piana è spessa e gli angoli più
o meno arrotondati. Le gambe di ferro sono tubi sottili nei banchi
più vecchi, più larghi in quelli moderni. In ottemperanza alla moda,
peraltro non ancora diffusa, di non avere zaini con sé, raramente
i banchi conservano quel gancio laterale al quale si attaccava
la borsa, forse anche perché pericoloso.

A volte, ma non sempre, il banco ha un sottobanco.
Così, se un bambino giocherella con qualcosa, il maestro
gli dice di non dar seguito al gioco, e di metterlo sotto il banco.
Senza farsi vedere, di nascosto, sottobanco, il bambino
ordina e riordina il suo nascondiglio,
a volte finendoci dentro.

Capita di non vedere più la testa di qualcuno in classe
e di chiedere: «Dov’è Federico?». «È sotto il banco!».

A scuola, ogni bambino dovrebbe avere il suo banco e dovrebbe poter
accedere a un sottobanco, specie di retroscena nel quale ripararsi,
di tanto in tanto. Accade, invece, soprattutto nelle periferie,
d’incontrare ancora banchi da due o tre posti, tanto
difficili da spostare quanto rari, per fortuna; e di
trovare in classi che credono d’essere all’avanguardia
dal punto di vista educativo, grandi banchi quadrati, da
quattro posti, disposti in giro per la classe,
a modo di buffi isolotti.

Il banco di scuola, non lasciamoci prendere per il naso,
non è che un pretesto per abituare gli uomini, fin da piccoli,
a stare al loro posto, con la scusa d’impegnarli in qualcosa
d’importante. Dopo i primi e indimenticabili banchi 
di scuola, ce ne saranno altri. Più alti, più larghi, sempre più
simili a veri e propri tavoli. Tuttavia, non bisogna dimenticare,
parte costitutiva del tavolo, ancor più della piana o delle gambe,
è la libertà di creare, di farci sopra quel che si vuole. E quella
libertà, il banco non la possiede, né punto né poco.
Sembra un tavolo, ma non lo è. 

Ecco perché stare a scuola, ovvero sul banco, significa,
prima di tutto, saperci stare; perché vuol dire saper fare,
essenzialmente, quello che altri ti chiedono di fare.

Precursore della scrivania dell’ufficio, del tavolo del falegname,
del banco della macelleria, della postazione del barbiere,
della sedia del dentista, del lettino delle visite e così via,
il banco di scuola scende a patti col tempo nel quale si trova inscritto,
senza snaturarsi.In vista di una scrivania che i bambini faranno sempre più fatica
a trovare, il banco si trasforma e la sua superficie si allarga. Quattro bambini
occupano ciascuno un lato del grande quadrato giallino che campeggia
in mezzo alla classe, sorta di moderna visione del lavoro condiviso,
kidworking sperimentale, senza alcuna prospettiva pedagogica.

Come oggetto, dunque, il banco di scuola è un freak.
Nella sua stranezza ci cattura. Percorriamo i corridoi diretti
verso l’aula insegnanti, per non arrivare tardi ai colloqui,
ma non possiamo fare a meno di gettare lo sguardo
dentro le classi, alla ricerca di qualcuna
di quelle incredibili miniature.

Rimane un mistero come sia possibile
continuare a illuderci che sia sufficiente cambiare forma ai banchi
per far sì che i piccoli cooperino in vista del loro apprendimento.
Come diceva qualcuno: gli archetipi possono mimetizzarsi,
ma non spariscono. Che è un po’ come dire che ciò che
crediamo di accompagnare fuori dalla porta, poi
rientra senza permesso dalla finestra.

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In barba ai filosofi!

Senza categoria 3 marzo 2016

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Ha ragione, Willigis Jäger, quando scrive:
<<Siamo chiamati a guardare oltre le vetrate>>.
L’immaginazione dei bambini è una cosa molto seria.
Questo, più o meno seriamente, l’hanno scritto e
lo continuano a scrivere in tanti (non c’è
da citare una fonte in particolare).

Ma ci si confonde, non c’è niente da fare! E a volte è meglio
tapparsi le orecchie di fronte a certi sdolcinati racconti.
Non è vero, ad esempio, che i bambini sono filosofi.
E non è vero che a chiamarli filosofi gli si
faccia un gran complimento, anzi!

Lungi dai bambini la speculazione
tipica del pensatore che guarda l’universo
con sospetto (e di tanto in tanto con meraviglia,
se proprio gli capita una giornata buona!). Essi sono
già al di là della vetrata, nel gioco, nel sogno, mentre noi
li rincorriamo per trascinarli dentro casa, per costringerli a
sedere su una sedia, dalla quale farli filosofare circa ciò
che potrebbe star fuori da quel maledetto vetro,
lasciandoci anche scappare un urletto ogni
volta che il bimbo ci fa divertire
con qualche sua geniale
trovata.

Jäger parla a noi, non certo ai bambini.
I bambini li si lasci giocare in pace e il più possibile,
senza volerli adulti anzitempo, e soprattutto pensatori!
Non sia mai che qualcuno creda che vogliamo

che i bambini diventino filosofi. Noi
vogliamo portare i filosofi
dai bambini!

È la filosofia ad aver bisogno dei bambini, non il contrario!
Sono i filosofi a dover ricominciare a occuparsi di
educazione, a dover prendere contatto con
la realtà: la varicella, il morbillo,
la congiuntivite…

I bambini, lo ripetiamo, non sono filosofi.
E a volerli tali si continua a commettere un grande errore.
Ecco perché sosteniamo che tradurre la filosofia alla loro portata,
come fanno alcuni, sia sbagliato: si banalizza la filosofia
e si annichilisce il bambino. Ecco perché pensiamo
che adattare argomenti “filosofici” in modo
che anche loro ne ragionino, sia in
fin dei conti un divertissement
per adulti compiaciuti.

I bambini sono sapienti.
Lo sono già, senz’aiuto. L’adulto ha solo il dovere
di proteggere tale sapienza, di conoscerla e coltivarla nella
libertà, arricchendone i simboli, con rispetto e amore. La sapienza
dei bambini si rivela nel gioco simbolico, come in una specie di oracolo.
Nella cameretta o in giardino, da solo, con gli amici, o con
un amico che non c’è, il bambino sperimenta che
pur <<senza linguaggio, senza parole>>, la
realtà, ciò che vediamo e ciò che ci è
nascosto, è <<più preziosa
dell’oro, di molto
oro fino>>.

Il bambino ha gli occhi in fronte,
sa di voler fare esperienza e che tutto
ha il suo momento. Invita l’adulto a perdersi
nel gioco, a non avere fretta, ad abbandonare le
infinite complicazioni dei suoi sogni, dei suoi pensieri.

La sapienza, molto più che la filosofia,
è amica del bambino e sua alleata. Cresce con lui,
si rafforza o s’indebolisce. È fragile, non vince, avanza
a passo di formica, non con brama di conquista.
Allenarsi non basta, bisogna sentire.

Il filosofo deve tornare a scuola dai bambini.
A parlare da un palco son bravi tutti…

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Efficientismo produttivo

Senza categoria 30 gennaio 2016

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Nel suo fondamentale lavoro sull’immaginazione,
Harris non fa che sottolineare l’importanza di questa facoltà
per l’uomo. Ultimo e grandioso lampo evolutivo, essa ci ha permesso
di sopravvivere, di uscire dal riparo che ci eravamo costruiti, senza essere
divorati ogni volta, di prevedere gli spostamenti di certi animali e l’attenzione
e la cura richiesta da certe piante, di inventare forme di organizzazione
sociale e modi di vivere tra i più elaborati, di attraversare mari
e deserti, viaggiare nello spazio, di comunicare in un
istante con qualcuno all’altro capo del pianeta.

Nei bambini, l’immaginazione inizia a manifestarsi attorno ai 18 mesi,
e poi continua ad allenarsi a lungo, per anni e anni, nel gioco,
soprattutto, ma anche nel sonno, così come in alcune
esperienze alle quali i piccoli possono venire
introdotti dalla loro comunità.

Non c’è facoltà che richieda così tanto tempo
per rendersi operativa come l’immaginazione. Da questo,
come da altri indizi, possiamo intuire la sua straordinaria
importanza evolutiva: non solo per la sopravvivenza
del singolo e per il suo benessere, ma
per l’intera specie umana.

Tuttavia, l’immaginazione, che guarda alla realtà tutta insieme,
che scambia un cucchiaio per una navicella, e trasforma
un tappo di bottiglia in un monocolo per pirati;
che confonde letizia con delizia, mescola il
timo col mimo, e fa parlare i tavolini
del giardino, non sembra andar
d’accordo con l’efficienza,
tanto di moda.

Non pare efficiente immaginare come le cose sarebbero potute
andare se la battaglia l’avesse vinta… Né sembra utile chiedersi che
cosa potremmo farci con una lavatrice oltre a lavare i panni…
Né quale forma di governo sarebbe utile adottare in
classe, anziché quella imposta dall’istituzione,
dall’età o dal ruolo… Né come fare
a renderci tutti più felici
col gioco e l’arte…

Se efficiente significa sapere dire come stanno le cose hic et nunc,
impararlo bene e saperlo ripetere; se vuol dire avere un programma da
rispettare, cose da insegnare, scadenze, ecc.; se un programma efficiente
punta a sviluppare competenze, talenti, che ciascuno deve accumulare,
evitando di perdere troppo tempo dietro a cose che non danno
risultati; se l’idea è quella di bambini che già a 4, 5 anni
vengono incanalati verso ciò che faranno da grandi,
in base alle proprie abbozzate attitudini
(così d’aver programmati ingegneri,
medici e artisti):

allora l’immaginazione non è efficiente!
Non nel senso esposto poco fa!

Essa è massima, invece, quanto integra e supera il sapere
specialistico, quando lo mette in relazione con la realtà
e lo trasporta nel mondo del pressappoco, là dove
l’utile lo si osserva sotto tanti aspetti
ma lo si misura in termini
di bene.

L’efficientismo produttivo, la scuola come azienda,
la classe come luogo nel quale coltivare le competenze di ciascuno,
nel quale far crescere i leader di domani, ingegneri, operai, ecc., l’educazione
fatta di skills da collezionare, la filosofia tematizzata: la libertà, la giustizia,
il bello; la geografia tematizzata: la montagna, la collina, il mare;
la storia tematizzata, e così via, nel più breve tempo possibile,
tra schede per imparare le “A”, schede per allenarsi
con gli “addendi”, schede per imparare a
colorare, schede per ritagliare.

E poi la lavagna elettronica, simbolo dell’efficientismo,
che campeggia in molte classi ormai, senza che vi sia stata
vera educazione digitale. E tutti fieri di averla, come un tempo
si era fieri di mostrare il televisore: quell’orrendo scatolone
nero, spesso coperto con un centrino o un merletto,
tenuto in un angolo del salotto perché non
si rovinasse troppo con l’uso.

Da un lato, insomma, il ridicolo a cui si presta l’efficientismo,
dall’altro, il grave danno perpetrato ai danni
dell’immaginazione.

Danno che porterà molti bambini ad aver timore
d’avvicinarsi ai libri, a leggere, a incuriosirsi, ad aver a cuore
il processo creativo, la scoperta. E poi, ancor peggio,
l’efficientismo impedisce d’aver tempo da
dedicare alla cura di ogni sofferenza.

Come si fa in un ambiente in cui domina
efficienza e produttività a star dietro a chi soffre?
Si avrà tempo di rialzare chi è caduto, di aiutare chi
è rimasto indietro? La classe efficiente non può
sprecare energie su un argomento e se
uno non può imparare a quel modo,
nulla, ci abbiamo provato,
avanti il prossimo!

Orrore dell’efficientismo, che abbandona
sempre qualcuno lungo la strada. Orrore insegnare
ad alcuni e non a tutti, prediligendo l’efficienza alla cura
della sofferenza. Il bene, come il bello, centuplica il sapere,
che viene eroso dalla sofferenza, così come dal brutto.
“Non esce certo dal suolo la sventura, né germoglia
dalla terra il dolore”
, dice Elifaz a Giobbe.

Chi soffre non ha colpa, il dolore
c’è, ma lo si può affrontare
insieme.

Una scuola efficiente, specchio di una società efficiente,
senza immaginazione. Una strada che rifiutiamo,
senza per questo cadere nell’errore opposto,
senza affondare con il passato, sommersi
tra i flutti di un presente che
imperversa da ogni
lato.

Governiamo la nave.
Là fuori c’è solo il mare.

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