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Intervista a una scuola coraggiosa

Senza categoria 17 settembre 2018

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ANGELA MONDO
Nido e Scuola dell’Infanzia “Albero Azzurro” di Siracusa

Su di me

Venticinque anni e… non sentirli! Tanti sono gli anni trascorsi dal mio debutto come direttrice della scuola d’infanzia “L’Albero Azzurro”, tappa che rappresenta oggi un bel traguardo ma al tempo stesso l’inizio di avventure sempre nuove. L’Albero rappresenta per me un figlio da accudire, da analizzare, da crescere e per questa ragione ogni volta, per ogni singolo bambino, la delega genitoriale mi emoziona e mi carica della grande responsabilità che sento di avere nel raggiungimento del miglior risultato sull’inserimento e sulla crescita del piccolo affidato alle mie cure. La mia idea di scuola nasce quindi nel 1994 con l’apertura della mia prima sede di materna, prosegue con un’ ampliamento nel 2012 relativo ad nuova struttura dedicata al nido per giungere nel 2017 alla creazione di una “scuola nella scuola”, “Il Melograno – The Pomegranate tree” (sezione d’infanzia bilingue italiano-inglese, multietà) a spiccata ispirazione montessoriana. Questo ultimo sviluppo rappresenta per me un sogno, un sogno ora realizzato che cresce estendendosi al mio intero mondo scolastico.  Unica certezza che guida le mie giornate: il rispetto del bambino, del suo entusiasmo e delle sue passioni. Ho sempre pensato ad un’educazione a 360°, dove ogni bambino va guidato, incoraggiato, prestando particolare attenzione alla società che lo circonda in continua evoluzione dove i suoi diretti attori principali, i nascenti nuclei familiari, rivestono un ruolo fondamentale per la costruzione del futuro. In questo equilibrio tra ciò che il passato ha regalato alle precedenti generazioni e lo sguardo proiettato al futuro, l’educazione alimentare ha sempre fatto parte integrante della vita scolastica nel mio mondo. Un incontro avvenuto qualche anno fa con Mela, mia referente e coordinatrice della mia storica struttura scolastica, ha poi fatto sì che la nostra cucina divenisse un luogo privilegiato di sperimentazione, di apprendimento di tante nozioni e ovviamente un “tempio del gusto”! Il Bistrot è davvero un’eccellenza del territorio, perchè ad esso è costantemente collegato grazie ai contatti quotidiani con produttori, coltivatori,  rivenditori appassionati che rendono la nostra dispensa speciale, curata, simbolo del benessere a tavola. L’essere eco-scuola poi completa il quadro: i nostri bambini imparano da subito a differenziare i rifiuti, a considerare la compostiera una di noi, a curare l’orto e le piante per goderne poi in salute. In sintesi, tutto fa didattica, tutto si apprende attraverso la vita quotidiana che offre argomenti, spunti, strumenti idonei a formare un bambino consapevole e sicuro delle proprie capacità ed emozioni.

L’incontro con FilosofiacoiBambini

Un paio di anni fa l’incontro fulminante con Filosofiacoibambini. Io, direttrice, alla ricerca di continui spunti per formare il mio staff e migliorare sempre la didattica nella mia scuola, riscontro da subito nel Metodo una ricchezza di contenuti che percepisco come un grande dono, da ricevere. Ma un solo incontro (ricordo ancora la sede della conferenza a Catania) non mi può bastare: torno a casa con un’idea in testa! Averli tutti per me, per una settimana, nel mio mondo, insieme alla mia squadra, con tutti i miei bambini. Sì! Li contatto, e nasce un rapporto via mail che si concretizzerà un anno dopo con un workshop settimanale su misura per noi, noi dell’Albero Azzurro e de Il Melograno, nella mia città a Siracusa, per concludersi con una conferenza aperta alla cittadinanza. Un amore a prima vista, il nostro, che ci ha stretto in un abbraccio forte, empatico, attraverso ogni dettaglio della mia realtà, non tralasciando davvero niente. Una settimana di formazione insieme ai bambini ha permesso quindi alle educatrici di approcciarsi ad attività linguistiche nuove, ad apprendere come organizzarle e come monitorare i risultati. Inizia questo settembre un nuovo cammino con Filosofiacoibambini, certi dell’affiancamento e del supporto di Carlo M. Cirino e Sara Bracco che a distanza illumineranno il percorso: non vediamo l’ora. Come non trovare nell’immaginazione la chiave per poter imparare a ragionare, a partire dai primissimi anni di vita? Noi tutti al contempo arricchiremo il nostro linguaggio e questo obiettivo ci guiderà senza paure!

MELA ZAGARELLA
Nido e Scuola dell’Infanzia “Albero Azzurro” di Siracusa

Su di me

Sono approdata alla scuola d’infanzia e asilo nido “L’Albero Azzurro” nel  2014  sulla soglia dei 50 anni, ad un anno dal mio rientro a Siracusa, con un vissuto metropolitano carico di esperienza editoriale milanese e di incontri “illuminanti” lungo il mio ventennale cammino lavorativo post laurea. Scritto così, in una frase concisa, sembra semplice. Ma dietro al mio attuale presente c’è un percorso che mi riconduce al punto d’inizio: come ricollocarmi nel mondo del lavoro ad età matura, al sud, in piena crisi economica e con un confronto inevitabile con cosa facevo prima, laddove avevo chiuso per scelta familiare una porta non senza rammarico e paura dell’incerto. E allora che fare? Dopo sconforti, riflessioni, ho la certezza di dover ripartire, ripartire senza alcun dubbio dalle mie mani. Facendo mio il pensiero di Kant “la mano è la finestra della mente”, ho così unito la mia manualità ai fornelli, la fantasia, la conoscenza delle lingue straniere, la competenza giornalistica e mi sono ritagliata addosso il ruolo di “lab creator”,  proponendomi ad una struttura turistica per il periodo estivo con due laboratori: “Mani in Pasta – Cook and fun” (corsi di cucina bilingue italiano-inglese per piccoli chef in vacanza) e “Arenella Report” (un tabloid realizzato con studenti liceali in vacanza, scritto in più lingue e rivolto ai bagnanti della località balneare). Predisposta e realizzata “in casa” la campagna stampa con la creazione dei loghi, dei manifesti e del programma dettagliato, avviati i laboratori, divulgando man mano quanto realizzato anche attraverso i social, è stato così piantato il seme che sarebbe poi germogliato all’Albero Azzurro. La sua direttrice Angela Mondo ha seguito il mio operato sui social e a fine estate un veloce colloquio tra noi ha sancito l’inizio di un rapporto lavorativo che si sarebbe rivelato da lì a poco colmo di sfide e soddisfazioni. Nella scuola in cui lavoro quindi riverso ogni giorno le mie due grandi passioni: la comunicazione e la cucina. In questi anni a marchio L’Albero Azzurro sono nati il sito, alcune pagine dedicate alle attività educative ed alimentari su facebook, una presenza costante su instagram e un periodico della scuola. E il nostro bistrot, per ricondurmi sempre ai fornelli, è divenuto il fiore all’occhiello della struttura!

Parlando di educazione alimentare,
qual è secondo te il ruolo che dovrebbe avere la scuola?

La scuola, è noto, risulta essere l’ambiente privilegiato per far crescere il benessere della società. Sin dalla prima infanzia, infatti, la promozione della salute – attraverso l’educazione alimentare, i corretti stili di vita, le attività motorie e l’educazione ambientale – può produrre risultati insperati. Con un obiettivo chiaro e sentito: il bene comune! Ma come raggiungere tutto ciò? Di progetti ad hoc, su scala nazionale, la scuola è piena: tante le linee guida, tanti siti dedicati, tanti interventi di specialisti del settore nutrizionale.  Ma produrranno davvero qualcosa? Si, in parte! Perchè parlarne è già qualcosa ma… la vera rivoluzione si fa partendo dal piccolo per poi sfociare in qualcosa di grande. Il percorso è chiarito e spesso semplificato e indicato da progetti educativi globali. Spetta poi però ai singoli individui, gli educatori, piccoli attori di realtà scolastiche, dover iniziare il processo, agendo nella propria piccola comunità in maniera costante, senza ridurre il concetto di “sano e salutare” a sterili schede didattiche o sporadico rinvaso di piantine. La costanza, il reale interesse verso quello che si fa insieme ai bambini costituiranno frammenti, in tanti contesti diversi, all’apparenza tutti scollegati, che creeranno poi un puzzle unico, a testimonianza di un possibile sano stile di vita. Ecco che il ruolo della scuola, anche in mensa, diventa primario e di fondamentale importanza: che abbia le cucine al suo interno, che riceva il cibo da strutture ristorative dedicate da sensibilizzare nelle sedi opportune, deve sempre considerare lo studente commensale un viaggiatore goloso, un buongustaio senza preconcetti, curioso, desideroso sempre di scoprire, mai sazio di nuove esperienze. A scuola insomma si devono incrociare tutte quelle risorse che lo aiuteranno a rimanere in forma per tutta la vita!

Esiste un metodo educativo che aiuti a sensibilizzare
i bambini verso una buona alimentazione?

Sulla base dell’esperienza maturata in questi anni all’Albero Azzurro attraverso l’osservazione dei nostri piccoli commensali abbiamo pian piano creato ed affinato una strategia educativa che ci permette di ottenere buoni risultati a tavola.  E’ ovvio, si sa, i nostri bimbi i del nido e dell’infanzia non sanno leggere, nè scrivere. Quindi è d’obbligo applicare un metodo intuitivo, lontano dalla logica e da discorsi astratti: alla richiesta di un bisogno primario, quello di nutrirsi, a questa tenera età, possiamo rispondere predisponendo per la tavola quanto di più sano possa esistere nella forma più appetibile e fantasiosa possibile. Sì, perchè il metodo educativo passa proprio attraverso il palato. Materie prime di ottima qualità acquistate localmente, oppure la raccolta di un frutto nel giardino della scuola, la preparazione del piatto insieme a loro, il momento dell’assaggio sono tutte fasi dei un processo che contribuirà a far acquisire sin da piccoli corrette abitudini alimentari.

Come sensibilizzare ed educare le famiglie?

Sensibilizziamo le famiglie educando i piccoli! Loro sono il nostro tramite per indurre gli adulti ad abbandonare comportamenti errati e far si che a tempo opportuno diventino a loro volta consumatori consapevoli,  conoscitori del sistema alimentare e in grado di fare delle scelte corrette. Grazie ad un percorso alimentare stimolante e salutare, ridisegnato “su misura”, noi contribuiamo ogni giorno al benessere del bambino a tavola, nel suo contesto familiare, territoriale e culturale: un piatto ben cucinato, apprezzato dai piccoli, sarà raccontato alla mamma. E il nostro fornitore diverrà presto fornitore della famiglia: noi passiamo la ricetta, la mamma a casa crea il piatto preparato a scuola. Cosa mancherà? Il piacere di gustarlo con i suoi amici di scuola…  ma per il resto, il nostro obiettivo in molti casi è più che raggiunto!

Parlaci della realtà dell’Albero Azzurro…

Il Bistrot nella nostra scuola è un fiore all’occhiello: di anno in anno cresce, si rafforza, migliora e attrae sempre più buongustai nel nostro viaggio del gusto a tavola. Mette insieme genuinità, stagionalità, freschezza, fantasia, qualità, etica, intercultura e bontà, nel rispetto delle diversità e dello sviluppo sostenibile inteso secondo criteri ecologici, sociali ed economici. Come? Attraverso 10 punti:

: tutto il cibo è fornito dalla scuola. Nello zainetto del bambino come alimento è permessa solo l’acqua e in alcune sezioni neanche quella perchè esiste un punto comune di rifornimento. Questa procedura, unica via per poter fare davvero educazione alimentare e selezionare gli alimenti, è stata applicata qualche anno fa non senza paure da parte di genitori. Bilancio attuale? Positivissimo! Le nostre cuoche provvedono quindi a portare in tavola tutto ciò che serve a colazione, pranzo  e merenda.

: materie prime di assoluta qualità. Nel nostro menù vengono utilizzate materie prime selezionate provenienti da “fornitori locali”. Ove possibile, andiamo oltre al biologico, grazie alle coltivazioni naturali di  un’imprenditrice della Coldiretti Sicilia che ci guida nella “stagionalità” dei prodotti e grazie ai frutti “naturali” del nostro orto e giardino, ricco di piante di agrumi. Dai grani di Sicilia per pasta e farine, al pesce locale, passando per i frutteti siciliani cerchiamo di localizzare sempre più i nostri consumi, a garanzia di maggiore freschezza e genuinità.

: metodi di cottura corretti ed attenti a perdere la minore quantità di principi attivi possibile e a soddisfare il palato dei piccoli. Degli esempi? La panatura delle polpette sarà morbida per i nostri piccoli del nido ma croccante per l’infanzia. La zuppa di ceci proprio non si sopporta? Prepariamo le panelle, rigorosamente al forno. Sembrerà di mangiare chips! L’osservazione dei commensali giorno dopo giorno suggerisce quindi tutte le tecniche per poter avere successo a tavola!

:  fantasia nel piatto.  Un piatto ben raccontato desta curiosità. Quanto più una pietanza è considerata “a rischio” (per il suo prevalente colore verde o per il suo sapore) tanto più entusiasmante dovrà essere la sua presentazione a tavola, attraverso due vie: la creazione artistica del piatto (ne basta uno per ambiente) e il racconto inventato sul piatto. Ecco che la didattica entra nel bistro.

: il vicino a tavola. Ogni gruppo annovera il “buongustaio” e il “disinteressato”.  In genere, tendono a stare insieme per tipologia: sarà cosa produttiva far sedere accanto chi ha un approccio diverso con il cibo. Un bimbo di buon appetito può solo stimolare il suo vicino molto meno incline ad assaggiare: si potranno ottenere davvero risultati insperati.

: il rispetto dei tempi di accettazione di un alimento a prima vista non gradito. Non lasciarsi scoraggiare mai dal rifiuto iniziale ma proporre ogni qualvolta la situazione lo richiederà l’assaggio di quell’alimento. Prima o poi potrà arrivare il momento di accettazione e allora scatterà l’applauso di tutti i commensali. E quando un solo ingrediente può compromettere la degustazione del piatto? Separiamo tutti i suoi elementi. La pasta “multicolore e multisapore” ne è un valido esempio. A tavola arriverà la pasta bianca condita con olio e una serie di ciotoline con tanti condimenti possibili: mais, carote, piselli, tonno, formaggio a tocchetti e tanto altro. Non temete: raramente la pasta rimarrà bianca. Di fronte a tanti colori, il bimbo comporrà la sua pasta, il vicino gli proporrà di assaggiare qualcosa che risulta nuovo per lui e così in piena sintonia, senza alcuno stress, il pranzo si trasforma in un viaggio goloso.

: chiedere al bambino di contribuire alla preparazione del piatto. Attività quali sbucciare i legumi freschi, affettare verdure con attrezzi accattivanti o impastare renderanno i piatti in tavola certamente più appetitosi. “Creo e assaporo, insieme ai miei compagni.” Non è da sottovalutare poi che il contatto con i cibi farà apprendere come distinguere il vero appetito da una semplice voglia!

: coinvolgere il piccolo nel processo di crescita e di osservazione di ciò che arriverà in tavola attraverso il suo contributo nell’orto. E’ noto quanto il contatto con la terra entusiasmi i bambini. Approfittiamone! Che sia in terra piena, in cassetta, in vasche, in vaso o idroponico, coltivare una verdura, comprendendo quindi l’origine di ciò che sarà nel piatto, insegna al bambino varie cose: la stagionalità, l’attesa, il prendersi cura, la raccolta, l’utilizzo in cucina, la condivisione. Così nel nostro piccolo mondo noi sviluppiamo il senso del gusto e riusciamo a limitare al minimo le reazioni di rifiuto verso alcuni cibi in particolare.

: apparecchiare, sparecchiare, servire, lavare ed asciugare le stoviglie completa il nostro modo di fare “cucina”.  Apprendere e svolgere queste mansioni indirettamente facilita a casa la vita dei genitori ed accresce l’autostima del piccolo: proponiamo nel nostro bistrot l’ambiente “reale”. Niente plastica usa e getta ma piatti di porcellana, bicchieri di vetro e posate in acciaio.

10°: il menù, collegato a molteplici aspetti della vita didattica e quotidiana della nostra scuola, insegna ad aprirsi e a rispettare l’altro e l’ambiente. Ne sono testimonianza il mangiare “senza” (glutine, lattosio, uova… prepariamo piatti privi di questi ingredienti), “dove” (Cina, Africa… prepariamo i piatti tipici dei vari paesi), “a colori” (otteniamo coloranti naturali centrifugando le verdure), “come” (rispettiamo le regole di buon comportamento a tavola ripassando ogni giorno le tavole delle buone maniere appese al muro)!

E che dire delle possibilità di apprendimento di tante nozioni che il cibo rende possibile? Eccone qualche esempio: i nomi degli utensili e i verbi relativi per svolgere le attività stimolano il “linguaggio”; le dosi delle ricette facilitano l’apprendimento dell'”aritmetica”; il taglio delle verdure insegna la “geometria”; la sequenza delle varie fasi delle ricette induce alla “logica”; gli scarti delle verdure diventano poi strumenti di “educazione ambientale” grazie all’utilizzo della compostiera, invitata d’onore alla nostra tavola: lei ricave ogni giorno la sua porzione di alimenti “crudi” che magistralmente convertirà in fertilissimo humus per il nostro orto; il loro liquido di cottura invece (ovviamente non salato) serve, una volta raffreddato, a dare da bere alle nostre piante in giardino: sarà ricco di vitamine e contribuiremo all’idea di non “sprecare” l’acqua, in qualsiasi forma essa venga impiegata. Ma niente di tutto ciò può accadere senza un ingrediente fondamentale: il cuore!

Intervista a un’insegnante coraggiosa (2)

Senza categoria 3 luglio 2018

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I bambini partecipavano volentieri alle attività di Filosofiacoibambini®?

I bambini attendevano con ansia e gioia l’arrivo dell’esperto; erano più puntuali e precisi nelle attività che precedevano il laboratorio. 

I bambini si rendevano conto che i giochi che facevano in classe erano utili all’esperto e all’insegnante presente in classe per capire meglio il loro pensiero, oppure non si accorgevano di essere osservati?

Inizialmente i bambini si “divertivano” considerando il tutto un momento alternativo alle loro attività didattiche quotidiane. Dopo un paio di incontri hanno mostrato grande entusiasmo e soddisfazione quando per esempio si riusciva a trovare una “parola nuova”. Questo stimolava nel gruppo una sana competizione e anche i bambini più timidi pian piano riuscivano a instaurare una relazione dialogica con l’esperto.

Durante l’osservazione dell’attività di Filosofiacoibambini® è riuscita a individuare aspetti della sua classe che ancora non conosceva?

L’osservazione è risultata molto importante in quanto ho avuto la possibilità di confermare alcune caratteristiche del profilo personale e didattico dell’alunno ma, allo stesso tempo, ha avuto la possibilità di rilevare aspetti che fino a quel momento non erano emersi. Questo perché i bambini percependo il laboratorio come occasione di essere ascoltati senza giudizio, hanno espresso senza timore i loro pensieri, le loro considerazioni, le loro paure, angosce e a volte con rabbia hanno “condannato” alcuni giudizi o comportamenti dei “grandi” (soprattutto genitori).

Cosa l’ha colpita delle attività di Filosofiacoibambini®?

L’esperto con grande semplicità e con un atteggiamento di accoglienza e ascolto per ciascun bambino è riuscito a creare momenti di “vera magia”. Il fatto che i bambini non si sentissero giudicati per le loro esternazioni è stato la carta vincente.

Se Filosofiacoibambini® avesse più spazio all’interno della scuola potrebbe raggiungere alti obiettivi d’inclusione e integrazione, nonché contribuire a risolvere alcune situazioni apparentemente difficili o problematiche?

In qualità di insegnante ritengo che tali attività dovrebbero rientrare nell’ordinario didattico. Dopo due anni di esperienza penso che il pacchetto orario offerto è alquanto limitato per cui sarebbe auspicabile organizzare i laboratori con attività “manuali” e creative e tempi piu distesi. Gli alunni, infatti, si mostravano ancor più partecipi quando a conclusione dell’incontro era prevista, ad esempio, un’attività grafica. Ho notato che i “piccoli flosofi” nei loro disegni hanno messo fuori le proprie angosce, paure, ma soprattutto problematiche familiari molto difficili e alquanto delicate La stessa a volte si è ritrovata a “sentire” spiegazioni sconcertanti e ad avvertire in quel momento tutto il peso della responsabilità educativa di un insegnante. Penso che Filosofiacoibambini® rappresenti un validissimo supporto per il raggiungimento di obiettivi nell’inclusione e integrazione, se naturalmente condiviso da tutto il team-docenti che a volte però fa fatica a liberarsi da una impostazione didattica che punta alla quantità e non alla qualità delle competenze. Ritengo che prima di accompagnare un bambino al raggiungimento di una competenza, l’insegnante abbia il dovere di accompagnarlo a scoprire il proprio essere, la propria essenza, a prendere coscienza del “mio essere qui ed ora“ poi alle relazioni con gli altri e infine all’acquisizione di competenze.   

Perché le attività di Filosofiacoibambini® sono utili a un insegnante?

Renderebbe più efficace e coinvolgente l’apprendimento. L’alunno guidato e stimolato giungerebbe da solo all’acquisizione di un apprendimento linguistico, logico-matematico, scientifico, e ad elaborare considerazioni di “fede”, qualunque essa sia. Ovviamente l’insegnante deve prevedere dei tempi più distesi e selezionare attività e competenze che quel specifico gruppo-classe richiede partendo da una attenta analisi di partenza cercando di rilevare i punti di forza e di debolezza di ciascun alunnoe se necessario cambiare o rivedere il percorso didattico.

Le attività di Filosofiacoibambini® le torneranno utili per svolgere le sue quotidiane attività didattiche? 

Certamente sì! Per le motivazioni già espresse.

Ha qualche aneddoto che le piacerebbe raccontare in merito all’esperienza vissuta con Filosofiacoibambini®?

Ogni incontro ha lasciato un “segno” a volte simpatico, a volte intrigante. Alcuni bimbi hanno espresso con molta semplicità i loro malesseri, le loro situazioni familiari poco felici.

Felicità: quando? Una bimba: “sono stata felice quando un ragazzo ha detto le parolacce a mia sorella poi è arrivato mio fratello con un bastone” Euforia: quando? Una bimba timidamente risponde: “sono euforica quando gioco con il tablet a vestire la Barbie”

Intervista a un’insegnante coraggiosa
della Scuola Primaria “Papa Giovanni XXII” di Giovinazzo (BA). 

Intervista a un insegnante coraggioso

Senza categoria 3 luglio 2018

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I bambini partecipavano volentieri alle attività di Filosofiacoibambini®?

La reazione da parte dei bambini è stata decisamente positiva; per quanto ci siano stati diversi livelli di partecipazione, e dei cali di concentrazione sul finire di alcuni laboratori, ho sempre percepito l’interesse e la curiosità con le quali le classi accoglievano le esperte e svolgevano le attività da loro introdotte.

I bambini si rendevano conto che i giochi che facevano in classe erano utili all’esperto e all’insegnante presente in classe per capire meglio il loro pensiero, oppure non si accorgevano di essere osservati?

Alcuni bambini si sono mostrati consapevoli di essere osservati ed hanno interpretato la situazione per lo più secondo il sistema passivo della “valutazione oggettiva” a cui la scolarizzazione tende ad abituarli, ricercando la risposta “giusta” o chiudendosi in un silenzio preventivo;  nel complesso, tuttavia, con effetti evidenti in alcuni laboratori più che in altri, le dinamiche di gruppo si sono orientate piuttosto all’espressione libera e spontanea di ciascuno.  

Durante l’osservazione dell’attività di Filosofiacoibambini® 
ha individuato aspetti della sua classe che ancora non conosceva?

Oltre alle particolari sfumature delle singole immaginazioni, ho reputato interessanti alcune difficoltà di interazione e di rispetto reciproco espresse da bambini “modello” che normalmente restano latenti e non si manifestano in modo esplicito.

Cosa l’ha colpita delle attività di Filosofiacoibambini®?

In sintesi direi la magia: sia quella che talvolta si è creata grazie a gesti o a parole di bambini che hanno attratto e alimentato la fantasia di tutti, sia quella racchiusa nell’impostazione didattica delle esperte, capaci di conciliare la strutturazione di attività progettate con l’espressione spontanea, libera (e perciò imprevedibile)dei bambini, e di ottenerne così la più viva attenzione, con uno sforzo silenzioso più che con una forzatura esplicita.  

Se Filosofiacoibambini® avesse più spazio all’interno della scuola potrebbe raggiungere alti obiettivi d’inclusione e integrazione, nonché contribuire a risolvere alcune situazioni apparentemente difficili o problematiche?

Ho chiaramente notato quanto le attività proposte abbiano fatto emergere potenzialità creative ed immaginative dei bambini solitamente abituati al silenzio, all’emarginazione piuttosto che all’eversione superficiale: rimuovere la maschera del maestro che impone dall’alto un ordine concettuale ed etico, è tutt’uno con abbattere i ruoli che i bimbi scelgono o interiorizzano per reagirvi.

Perché le attività di Filosofiacoibambini® sono utili a un insegnante?

Creare un contesto in cui i bambini possano esprimere e coltivare la propria immaginazione può essere molto più faticoso rispetto ad altre forme di vita scolastica, soprattutto quando si cerca di raggiungere questo risultato muovendo da effetti negativi di una pre-esistente scolarizzazione. Credo però che si tratti di fatica preziosa non solo per i benefici didattici che ne conseguono e per la crescita complessiva dei bambini, ma anche per il clima di inclusione, serenità e vitalità  in cui l’intera esperienza scolastica finirebbe per collocarsi. 

Le attività di Filosofiacoibambini® potranno tornarle utili
per svolgere la sua quotidiana attività didattica? 

Una didattica pensata per coltivare l’immaginazione non solo può proteggere e potenziare questa specifica facoltà mentale destinata ad atrofizzarsi in un sistema limitato  al solo potenziamento della logica e all’acquisizione di concetti predefiniti(in forme peraltro più o meno passive o nozionistiche), ma permette anche  che le stesse abilità logiche, così come qualsiasi concetto/competenza/abilità specifici, maturino nei bambini in modo autonomo, avventuroso, e siano fortemente radicati nel loro vissuto esperienziale ed emotivo. Applicare le attività di filosofiacoibambini e/o declinarne autonomamente all’interno del proprio programma, mi sembra perciò essenziale innanzitutto sotto il profilo didattico.

Conserva qualche ricordo particolare che le piacerebbe raccontare 
in merito all’esperienza vissuta con Filosofiacoibambini®?

Redon è il nome del bambino che l’anno scorso ho seguito nella mia prima esperienza in assoluto come docente di sostegno nella scuola primaria. Durante il laboratorio “Cosa faresti se?” per rispondere alla domanda “Cosa faresti se nessuno si ricordasse del tuo compleanno, tu non potessi usare la voce per comunicare e non esistesse nulla per scrivere?” Redon, dopo qualche secondo di meditazione intensa, ha cominciato lentamente a tracciare nell’aria  degli arabeschi con le dita, finché, pian piano, abbiamo tutti visto comporsi la scritta “Oggi è il mio compleanno”; tutti, maestre e compagni, si aspettavano un gesto buffo compatibile con il suo personaggio di “iperattivo” o di “ADHD”; tutti sono rimasti incantati dalla purezza limpida del suo pensiero.

Intervista ad Alessandro Gelmi,
insegnante Scuola Primaria di Grumello del Monte (BG)

Chi interroga il MIUR?

Senza categoria 18 giugno 2018

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Il MIUR, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ci interroga. Ogni giorno, da tempo, e senza chiederci alcun permesso. Già, ma chi interroga il MIUR? Chi lo sottopone ad esame? Forse dovremmo iniziare ad essere cittadini più responsabili. Forse dovremmo iniziare a capire che interrogare il MIUR rientra nei nostri sacrosanti diritti e che qualcuno, dunque, dovrebbe seriamente cominciare a farlo.

Inizieremmo, allora, col chiedere al MIUR come mai, da qualche anno, ha deciso d’investire così tanti soldi ed energie nella tecnologia, nelle classi 2.0 (parliamo di scuola primaria); come mai, senza chiedere il parere di nessuno, ha riversato nelle classi fiumi di lavagne elettroniche, tablet, aule informatiche, animatori digitali, e così via…; come mai ha obbligato le insegnanti a formarsi per utilizzare questi strumenti e come mai le ha conseguentemente obbligate a credere nel loro salvifico potere educativo; come mai e soprattutto secondo quale stravagante teoria pedagogica il MIUR ha preso tali decisioni? Desidereremmo saperlo. Come desidereremmo sapere, a fronte delle ultime ricerche pubblicate da alcuni (https://ijponline.biomedcentral.com/articles/10.1186/s13052-018-0508-7) ricercatori italiani, cosa se ne faranno di tutte quelle costose lavagne elettroniche inchiodate alle pareti, di tutti quei tablet e di quegli inutili animatori digitali, ora che è stato messo nero su bianco il fatto che tali dispositivi (da 0 a 8 anni, almeno) servono solo a tramutare i bambini in pupazzi, in zombie semoventi incapaci di pensare? E come faranno a rimpiazzarle dal momento che hanno avuto la stupida idea di spedire al macero le vecchie lavagne di ardesia, perdendole per sempre?

Di certo il MIUR farà come quegli studenti che pur di dire qualcosa, pur di uscirne con una sufficienza, anche risicata, si arrampicano sugli specchi. E chissà cosa s’inventerà! Magari che l’ha fatto per noi! Magari che ha pensato ai bambini! Perché a loro piace stare sul tablet! Si divertono a giocare con la LIM! Adorano vedere tutorial su Youtube di come si costruisce la capanna di Gesù con gli stecchi dei gelati e la colla a caldo! Amano passare la ricreazione in classe, sui banchi, accompagnati dai video di qualche rapper…

La sensazione è che il MIUR molte cose le ignori completamente. La sensazione è che non abbia studiato abbastanza i bambini, e dunque non sappia neanche da dove cominciare per abbozzare una risposta alle nostre domande. È probabile che a prendere le decisioni al Ministero ci sia qualche burocrate che non mette mai piede a scuola. Forse c’è qualcuno che si è scelto male i propri collaboratori. Qualcuno che si è messo nelle mani di qualcun altro che a sua volta non mette piede a scuola o che magari non sa neppure com’è fatto un bambino, o che magari ha altri interessi e affari… Qualunque sia la ragione per tutte queste mancanze, non ci sono giustificazioni per chi non ha studiato. Non ci sono giustificazioni per chi prende decisioni senza consultare i cittadini, senza ascoltare il parere di chi davvero conosce i bambini, li osserva, li descrive, li studia. Non ci sono giustificazioni per aver ignorato chi da anni va ripetendo che la situazione è molto, molto grave e la colpa è (come per il cambiamento climatico) antropica! Sono le scelte educative sbagliate degli adulti, compreso il MIUR, che hanno distrutto e distruggono l’immaginazione dei bambini, che la fanno essere – oggigiorno – deficitaria rispetto a 10, 20, 30, 40 anni fa. Non hanno ascoltato noi, e di certo troveranno una scusa per non ascoltare i pediatri, gli psicologi, etc. Girano troppi soldi attorno a questa illusione della tecnologia in mano ai bambini; troppo business attorno a questa truffa dei nativi digitali, delle classi smart, degli insegnanti animatori.

Poi il MIUR ci spiegherà anche quand’è che ha preso la decisione (sempre senza dirci nulla, né consultarci in quanto cittadini, esperti, genitori, etc.) e sulla base di quale teoria pedagogica che i bambini si sarebbero dovuti iniziare a chiamare UTENTI, o peggio MATRICOLE; che la burocrazia, ovvero l’amministrazione scolastica, sarebbe diventata il centro di potere della scuola soppiantando e relegando in un angolo la didattica; che le mense scolastiche sarebbero state chiuse, le amorevoli cuoche licenziate, e che il pranzo dei bambini sarebbe stato affidato ad aziende specializzate per produrre decine di migliaia di pasti al giorno (cibo scadente, privo di amore, a basso costo); che in certe scuole (infanzie soprattutto) sarebbe stata tollerata la sporcizia, il disordine, la violenza fisica e soprattutto psicologica (urla, spinte, idee educative inesistenti); e potremmo andare avanti ancora, e ancora, e ancora.

Ma vogliamo lasciare il tempo all’interrogato di rispondere, perché quel che vediamo in giro per tutta Italia da dieci anni ci sgomenta, e l’abisso educativo è sempre più vicino.

C.

Intervista agli organizzatori del Festival

Senza categoria 11 giugno 2018

Locandina Festival!

In attesa del 1° Festival Italiano della Filosofia e dei Bambini che si terrà a Como il 16 e 17 giugno presso la Pinacoteca Civica, abbiamo posto alcune domande all’Amministrazione Comunale che ospita l’evento e all’Associazione CoiBambini che lo cura.
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Il 1° Festival della Filosofia e dei Bambini si terrà a Como il prossimo 16 e 17 giugno presso la Pinacoteca Civica e tratterà il tema dell’educazione da più punti di vista. Quanto è importante questa tematica per gli Organizzatori del Festival? E per l’Amministrazione Comunale?
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L’Associazione Coi Bambini ritiene fondamentale occuparsi dell’educazione non solo dei bambini, ma soprattutto di coloro che stanno a contatto con loro: insegnanti e genitori in primis. Sono questi ultimi a dover ritrovare la voglia di educarsi, prima ancora di sentirsi in dovere di educare. (Associazione Coi Bambini)
 
I giovani sono il nostro futuro e il nostro futuro si costruisce a partire da oggi. L’educazione dei ragazzi per me e per l’amministrazione che guido rappresenta un tassello fondamentale nel difficile impegno a rilanciare e a sviluppare la nostra città, tenendo in considerazione le diverse vocazioni espresse dal territorio di cui facciamo parte. (Sindaco di Como)
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Rispetto ai fatti di cronaca circa ciò che di violento si verifica, con sempre maggior frequenza, nelle Scuole, come reagire? Cosa può fare un’Associazione che si occupa di Educazione e Formazione, e cosa un’Amministrazione Comunale?
 
L’Associazione Coi Bambini nasce nel momento in cui il Metodo Filosofiacoibambini® compie 10 anni. Nasce per proteggere tale Metodo e per aumentare la sua diffusione e conoscenza. Un Metodo che è un argine alla violenza, una possibile cura ai gravi problemi che affliggono l’immaginazione e che riscontriamo nella società e soprattutto nelle nuove generazioni. (Associazione Coi Bambini)
Il ruolo educativo che può interpretare il Comune, cioè la casa di tutti, riguarda prevalentemente l’indirizzo che la sua amministrazione imprime alle iniziative promosse di concerto con le scuole e gli istituti preposti all’educazione dei ragazzi. Attraverso i progetti educativi che il Comune di Como ha attivato, come quelli di educazione stradale o di educazione civica, viene passato un messaggio educativo che richiama ciascuno al rispetto di se stessi e degli altri, perché questi due aspetti sono legati a doppio filo. (Sindaco di Como)
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Quanto è importante che il pubblico, i cittadini, partecipino a tali iniziative?
 
Compatibilmente a quelle che erano le nostre risorse, abbiamo cercato di diffondere notizia di questo evento il più possibile. Ci auguriamo che la cittadinanza partecipi numerosa alla prima edizione di un Festival che ha alle spalle un Movimento Educativo maturo, che ha girato tutta l’Italia e accumulato una notevolissima esperienza di ricerca. (Associazione Coi Bambini)
 
Promuoviamo e intendiamo sostenere queste iniziative proprio perché riteniamo che la possibilità di sviluppare la coscienza critica dei giovani e è più in generale di tutta la cittadinanza costituisca un momento fondamentale nella costruzione di una comunità nuova, consapevole, partecipativa, in particolare in questo momento storico di cambiamento e di rottura di schemi consolidati nel passato. (Sindaco di Como)

Truf-filosofia per bambini (1^lezione)

Senza categoria 22 maggio 2018

Truffilosofo

 

Di Truf-filosofia in circolazione ce n’è tanta!

Ecco perché c’è bisogno di qualche indicazione su come riconoscerla e starne alla larga! In questa prima lezione vogliamo concentrarci sulle cosiddette “storielle filosofiche” o “favolette filosofiche” o “racconti filosofanti” che dir si voglia! Si tratta, in pochissime parole, di: <<libretti scritti ad hoc da un adulto (generalmente filosofo o insegnante) interessato a trasmettere qualche contenuto filosofico ai bambini>>.

Di storielle se ne incontrano due diverse tipologie:

1) quelle che banalizzano il discorso filosofico, traducendo e semplificando l’originale Platone, l’originale Seneca, l’originale Eraclito, e così via, in maniera tale che lo possa capire e ricordare persino un bambino; 2) quelle inventate di sana pianta oggigiorno, senza rimandi diretti alla storia della filosofia, ma che contengono una loro filosofia, un loro pensiero, una loro morale, una loro ideologia (ovviamente più o meno nascosta).

Una cosa, però, le accomuna entrambe:
il movente di chi le ha scritte e/o di chi se ne serve in classe…

Ci chiediamo a tal proposito:
Perché scrivere storielle filosofiche? Perché prendersi la briga di voler trasmettere la filosofia ai bambini quando è apertamente dimostrato che il pensiero speculativo con quello immaginativo non ha nulla a che spartire? Perché ci sono così tanti adulti pronti a sdilinquirsi davanti a qualche bella frase detta da un bambino costretto ad ascoltare prediche riguardanti temi filosofici grandiosi quali il Bene, la Libertà, il Bello…?

La risposta, il movente, sta in una parola che ben descrive la maggior parte delle situazioni di questo tipo: narcisismoChi ha in mente di andare dai bambini a parlargli di filosofia (servendosi di una storiella, una favoletta, un raccontino a mascherare le proprie reali intenzioni predicatorie) è un narcisista: ovvero, qualcuno profondamente convinto di dover riversare sul prossimo le proprie convinzioni, le proprie conoscenze, percepite come indispensabili alla crescita delle future generazioni. Una follia, l’ennesima follia adultocentrica: la filosofia per bambini!

In guardia, dunque, dal narcisismo della truf-filosofia!

C. 

Ludoso(chi?)&Co. non pervenuti!

Senza categoria 6 maggio 2018

Locandina Festival!

Un mese fa, immediatamente dopo aver lanciato il nostro Primo Festival Italiano della Filosofia e dei bambini, che si terrà a Como, presso la Pinacoteca Civica di Via Diaz, il 16 e 17 giugno prossimi, abbiamo provveduto a invitare alcuni esponenti della filosofia per bambini in Italia (corrente opposta alla nostra per principi teorici, pratica, comunicazione, organizzazione, etc.). Li abbiamo invitati perché ci sarebbe piaciuto, finalmente e nonostante le differenze, fargli alcune domande.

E indovinate?

Non abbiamo ricevuto nessuna risposta!
Nessun “grazie”! Ma nemmeno un “andate al diavolo”! Niente di niente!

Malgrado qualche sparuto convegno per i soliti addetti ai lavori (Stati Generali ai quali noi non veniamo invitati perché, trattandosi di accrocchi dedicati alla casta, non avremmo il vestito adatto), ci viene da pensare che la p(4)c, i Ludo&Co., etc., siano spariti dalla circolazione, oppure che si siano nascosti.

Se qualcuno avesse notizie, ci faccia sapere, perché siamo seriamente preoccupati!

Mai vorremmo credere, infatti, che non rispondere al nostro invito sia stato, da parte loro, un volontario gesto di “spocchia”, un sentimento di “superiorità”, una “vanità” molto poco filosofica o, peggio, un’ostentata “baronia”. Non possiamo credere che sia così! Sarebbe la dimostrazione che filosofia per bambini in Italia è in mano alle persone sbagliate! Non può essere… No! Non può essere!

Avranno di certo lasciato la mail fuori posto, o il computer staccato!

C.

Intervista a Monica Marchiani (Insegnante Scuola dell’Infanzia)

Senza categoria 25 marzo 2018

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Abbiamo fatto qualche domanda a Monica Marchiani, insegnante di una Scuola dell’Infanzia che abbiamo visitato parecchie volte nel corso di questi anni, nelle Marche. Stimiamo molto il suo lavoro, la sua perseveranza e il suo carattere forte e positivo. Che dire se non <<Grazie!>>.

I bambini partecipavano volentieri alle attività di Filosofiacoibambini?

Conduco laboratori da due anni in sezioni sia omogenee (3, 4, 5 anni) che eterogenee (4 e 5 anni). Non ho riscontrato alcuna difficoltà. Tutti i bambini partecipano con molto entusiasmo. La scorsa settimana un bambino mi ha chiesto:
<<Maestra quando facciamo filosofia?>>.

I bambini si rendevano conto che i giochi che facevano in classe erano utili all’esperto e all’insegnante presente in classe per capire meglio il loro pensiero, oppure non si accorgevano di essere osservati e vivevano l’attività nella maniera più serena?

Quando c’era l’esperto esterno i bambini sentivano la presenza di un adulto che veniva in classe per fare un’attività specifica. Altra cosa, invece, succede quest’anno dove i laboratori sono condotti da me che sono la maestra di una sezione omogenea di 3 anni.

Durante l’osservazione è riuscita a individuare aspetti della sua classe che non conosceva o che le erano sfuggiti, mentre l’esperto in Filosofiacoibambini conduceva l’attività?

Ciò che ho notato è stata la partecipazione ai giochi di bambini che spesso nelle attività strutturate di sezione tendevano a non parlare se non interpellati.

Quali sono state le caratteristiche principali che l’hanno colpita delle attività svolte da Filosofiacoibambini?

Sono un’insegnante montessoriana che prepara un ambiente educativo di apprendimento strutturato. Ciò che ho molto apprezzato e che mi ha positivamente colpito è stato il lavorare molto sull’immaginazione all’interno di un clima sereno e libero. Le regole sono minime e concordate fin dall’inizio, e i bambini sono liberi di intervenire. Nessuno sbaglia e tutti contribuiscono alla buona riuscita del laboratorio. Mi piace il metodo perché lavora per un arricchimento del linguaggio e per sviluppare l’immaginazione, aspetti fondamentali per il raggiungimento di obiettivi didattici. I bambini imparano a fare collegamenti tra le cose, le parole e gli eventi.

Pensa che se Filosofiacoibambini avesse più spazio all’interno della scuola potrebbe raggiungere alti obiettivi d’inclusione e integrazione, nonché contribuire a risolvere alcune situazioni apparentemente difficili o problematiche?

Credo che le attività che seguono il metodo Filosofiacoibambini dovrebbero essere condotte dagli stessi insegnanti di classe, formati e supportati, a partire dalla scuola dell’infanzia. Ogni settimana dovrebbero svolgersi laboratori in Filosofiacoibambini esattamente come vengono svolte tante altre attività in classe. La costruzione di un clima sereno è la condizione per poter raggiungere qualsiasi obiettivo e il metodo Filosofiacoibambini contribuisce a questo fine in modo importante. La scuola pubblica dovrebbe essere inclusiva e il clima sereno, in questo, fa la differenza. Un bambino che sente di poter partecipare alle attività senza penalità è un bambino più sereno.

Secondo lei perché le attività di Filosofiacoibambini potrebbero essere utili a un insegnante?

Molto, direi moltissimo, ma occorre la voglia di mettersi in gioco perché le attività sono di fatto una ricerca continua che non sai mai dove ti porta.

Pensa che le attività di Filosofiacoibambini potranno tornarle utili per svolgere le quotidiane attività didattiche? 

Sì. Ogni volta che propongo un’attività mi chiedo se è un’attività che stimola l’immaginazione. A volte modifico l’attività seguendo i suggerimenti che mi sono stati dati dagli esperti. Trovo sia importante che oltre ai laboratori si provi anche a cambiare lo sguardo sulla classe, sui bambini, che spesso trovano un ambiente fin troppo strutturato.

Ha qualche aneddoto che le piacerebbe raccontare in merito all’esperienza vissuta con Filosofiacoibambini?

Ricordo Christian, un bambino di 5 anni che quando chiesi una parola come mezzo di trasporto mi ha risposto: il cervello. Ovviamente ho chiesto il perché e lui con una espressione buffa mi ha detto: <<maestra, il cervello trasporta le idee!>>.

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La filosofia da cioccolatini

Senza categoria 1 marzo 2018

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Premessa

Che lo leggano in tanti o in pochi, questo articolo non verrà ricordato come il più simpatico di sempre. Non vuol essere simpatico, né vuol perdere tempo a ricordarci quanto siamo bravi e quanto siamo buoni, e quanto sono belli i bambini e quanto sono bravi gli adulti che li fanno divertire. No. Questo articolo vuole semplicemente dire la sua su un argomento di cui quasi nessuno parla, probabilmente perché quasi nessuno ha il coraggio o l’interesse a farlo. Si dà il caso che noi abbiamo entrambi, ecco perché ci permettiamo (oserei dire, finalmente) di mettere i puntini sulle “i”, togliendoci anche qualche sassolino dalla scarpa. Stiamo parlando della filosofia per bambini di matrice americana e dei tanti errori che essa ha commesso e continua a commettere in Italia. Parliamo, in particolare, del più imperdonabile tra questi errori: aver banalizzato oltremisura il binomio filosofia-bambini, consegnandolo nelle mani di chiunque e di conseguenza riducendolo in pezzi (con buona pace di chi, nel frattempo, ci ha comunque potuto guadagnare qualcosa, soprattutto in termini di potere accademico, ma non solo).

Introduzione

Sono molte le ragioni che ci spingono a criticare la filosofia per bambini di matrice americana in Italia, così come tutto il marasma di metodi che da essa hanno preso avvio in questi anni. Di queste ragioni avremo modo di parlare nelle righe seguenti, e non solo.

Tuttavia, prima d’iniziare a esporre i termini della disputa, vorremmo rivolgerci a chi leggerà queste righe. Anzitutto, a coloro che senza aver riflettuto neppure un istante sulle motivazioni di seguito proposte ci accuseranno, interpretando questo scritto come un vile e immotivato attacco nei loro confronti o nei confronti di coloro che essi considerano delle Autorità in materia. A loro ci sentiamo di dire che li capiamo. Capiamo che è dura sentirsi dire che non sono ciò che credono di essere: né filosofi, né esperti. Dunque, non li giudicheremo se vorranno rivoltarsi: si tratta, pur sempre, di un umano istinto di difesa, per quanto basso. A coloro, invece, che diranno: “Perché criticate? Voi fate il vostro, loro fanno il loro”, ci teniamo a ricordare che in filosofia la disputa è vitale (e che il silenzio è spesso un triste presagio di morte). A chi, peggio, farà finta di nulla, nulla diremo, convinti come siamo che chi coltiva il nulla, il nulla, poi, se lo porterà via.

È chiaro, allora, che l’atteggiamento omertoso, provinciale, gretto, che sa solo ripetere “zitti tutti” e che invita a “non parlare troppo forte” non ci appartiene. Criticare è giusto, sacrosanto. Esprimere la propria opinione senza peli sulla lingua, senza paura di “pestare i piedi” a qualcuno è segno di civiltà, forse quello più importante. (Tra l’altro, si tratta proprio di ciò che la filosofia per bambini afferma di voler incentivare nei bambini e nei ragazzi: la famosa capacità critica… quella che però, guarda caso, non dev’essere usata contro di loro. Che ironia!). Quel che abbiamo sempre fatto, che ci apprestiamo a fare in questo scritto, e che continueremo a fare finché ce ne sarà bisogno, non ha insomma bisogno di premesse o giustificazioni. Se la critica viene portata avanti senza offendere non le si può certo chiedere di tacere. Auspichiamo, anziché il solito atteggiamento complice, una risposta, punto su punto, a queste righe, o meglio ancora, l’apertura di un pubblico confronto su questi temi. Confronto che non c’è mai stato (è probabile che la filosofia per bambini tema, paradossalmente, l’incontro/scontro delle opinioni diverse dalla sua, dal momento che l’ha sempre fuggito!), ma che è sempre più urgente, perché sempre più pressante è il problema che a tutti si presenta all’orizzonte:

che farne della pletora di sedicenti “filosofi” che si aggira senza controllo nelle scuole? Pletora “creata” e “liberata” per mano della filosofia per bambini? Sono stati loro, infatti, in questi anni, larghi di manica, a fare man bassa del binomio filosofia-bambini, formando insegnanti, distribuendo patentini, e così via… 

C’è bisogno, ancora una volta e d’accapo, di sottoporre la filosofia per bambini di matrice americana in Italia a dura critica. Vedremo se anche questa volta chi di dovere sceglierà di ritrarsi nel silenzio della propria grigia cattedra o se finalmente risponderà all’appello.

1. La verità non nasce dal concorso dei pareri
(aporia di fondo della filosofia per bambini)

Malgrado quel che la filosofia per bambini possa dire, la verità non nasce dal concorso dei pareri, sia esso democratico o meno. Esprimiamoci attraverso un esempio. Immaginiamo una sessione di filosofia per bambini attorno al tema della giustizia, di come sia meglio reagire nel caso qualcuno ci faccia del male. I bambini esprimono liberamente le proprie idee all’interno del cerchio. La maggioranza, incalzata da qualche bimbo particolarmente vivace, dice di essere d’accordo nel rendere pan per focaccia. Se qualcuno mi ferisce, io lo ferisco. Se qualcuno mi da un pugno, gliene do un altro uguale o addirittura più forte. Tranne pochi, la maggioranza dei bambini è d’accordo nel chiamare “giustizia” quel determinato modo di reagire.

Che farà il maestro “filosofo” a quel punto? Ratificherà la decisione democratica del cerchio? Assegnerà valore di verità all’idea che “giustizia” di fronte a un pugno sia rispondere con un altro pugno? Oppure cercherà, in un modo o nell’altro, di condurre i bambini a un altro modo di ragionare, perché giungano a più benevole conclusioni?

Siamo certi che la maggior parte dei maestri “filosofi” in circolazione non lascerebbe i bambini nella loro opinione, ma tenterebbe – come si suol dire – di farli ragionare. E per fortuna! Vi immaginate cosa accadrebbe se i bambini, tornando a casa, dicessero ai genitori che nell’ora di filosofia si è sancita la regola: occhio per occhio, dente per dente?

Sia chiaro, però, che in questa situazione, come in ogni altra ad essa simile, il pensiero dei bambini, che evidentemente non può esser lasciato libero, viene orientato dall’adulto nella direzione in cui egli desidera che vada. Dall’adulto che si trova all’interno della classe in quel momento. Dall’adulto che i bambini non hanno scelto, che le famiglie di quei bambini non hanno scelto, che si presume sia un filosofo (solo perché lui si presume tale, o perché qualcuno ha deciso che lui si potesse presumere tale), ma che di fatto nessuno sa quel che pensa, né come pensa.

Orientare il pensiero dei bambini è (solo a parole) contrario a quel che la filosofia per bambini va predicando. Di fatto, ciò che accade è proprio quello che loro non vorrebbero che accadesse. I bimbi vengono illusi di essere liberi di discutere; illusi dagli adulti che li circondano e controllano, e che li trascinano e orientano con mezzucci più o meno ben fatti verso conclusioni che siano accettabili per loro e per la società che essi rappresentano. Una fuffa, insomma. Una fuffa chiamata filosofia. Architettata per convincere un consistente numero di adulti (specialmente insegnanti) a credersi “filosofi” (dandogli in mano un manuale tradotto dall’americano contenente storielle, domande e soluzioni). Studiata per far credere a bambini e ragazzi di stare “filosofando”. 

È chiaro, allora, che la verità non nasce dal concorso dei pareri. Né quando i pareri si rivelano contrari alla realtà dei fatti (la terra non sarebbe piatta neanche se la maggioranza democratica di noi lo credesse), né quando – più o meno casualmente – i pareri concordano con la realtà (la terra non è uno sferoide perché la maggioranza democratica di noi crede che lo sia). In altre parole: noi non siamo causa prima di alcuna presunta “verità”. Di certo, non di quelle che sono oggetto di discussione della filosofia per bambini (cos’è l’amore? l’amicizia? la libertà? il bello? etc…). Far credere ai bambini il contrario, oltre a essere sbagliato, è anche moralmente ingiusto e non porta nulla di buono. Ma la filosofia per bambini, così come tutte le “filosofie per” che da essa hanno preso avvio, su questo tace, preferendo far credere a genitori e insegnanti che il pensiero dei loro bambini verrà lasciato libero di esprimersi, senza essere per nulla guidato…

2. Anacronismo della filosofia per bambini
(figlia di tempi che hanno ampiamente fallito)

L’aporia illustrata al punto 1 ci sembra sufficiente a decretare il paradosso a cui inevitabilmente conduce l’applicazione dell’approccio della filosofia per bambini di matrice americana. Approccio ciecamente tradotto nel nostro Paese, e portato nelle scuole di ogni ordine e grado, da parte dei cosiddetti “filosofi” o “esperti” (nella maggioranza dei casi, persone che hanno semplicemente seguito un corso e conseguito un patentino. Patentino consegnato a tutti coloro che abbiano svolto un certo numero di ore di preparazione teorica e pratica. Patentino che li ha impropriamente decretati “filosofi”, o “teacher”, che fa più esotico e internazionale, vita natural durante, o quasi).

Non sarà abituando il pensiero a credersi libero che esso spiccherà il volo. Non sarà abituando i bambini a venire orientati e manipolati che essi sapranno guidarsi da soli. Non sarà abusando del termine filosofia che si darà lustro a un modo di ragionare che ricorda piuttosto quello dei talk show televisivi americani (che oramai spopolano anche da noi), né si crederà davvero che i piccoli sapranno pensare liberamente solo perché in classe, di tanto in tanto, gli verrà concesso di simulare un finto dialogo “filosofico” sopra un qualche argomento scelto da un libro illustrato. Né si renderà onore al binomio filosofia-bambini organizzando sontuosi happening ludo-sofico-artistici. 

Non occorre sottolineare il fallimento del movimento di cooperazione educativa, di cui è figlia la filosofia per bambini italiana: è sotto gli occhi di tutti! Oggi le scuole, salvo poche eccezioni sparse qua e là, sono diventate fabbriche disumane e alienanti. Industrie del “sapere” (di un “sapere” usa e getta) che fanno della velocità e dell’efficienza produttiva il loro scopo principale. Fabbriche che fingono d’integrare e includere, ma che nei fatti escludono e ghettizzano coloro che non vi si adeguano o che non hanno le possibilità o i mezzi per adeguarvisi. Industrie votate a sfibrare i propri componenti, a succhiargli via ogni energia e curiosità. Fabbriche all’interno delle quali si aggirano personaggi sempre più grigi, stanchi e demotivati, che hanno visto, nel corso degli anni, la burocrazia scavalcare e divorare ogni forma di didattica e di umanità. A scuola non mancano le risorse (gli sprechi, infatti, sono enormi), manca il tempo! Manca riappropriarsi del tempo, dell’amore e della tranquillità, e al diavolo la fretta, l’efficientismo, la tecnocrazia!

Il movimento di cooperazione educativa ha fallito! Tutti dovremmo avere il coraggio di ammetterlo! Gli uomini e le donne di allora, lontani dalle barricate che erigevano tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, si trovano oggi barricati a loro volta dentro le amministrazioni scolastiche, nei collegi e nei consigli, a fare quello sporco lavoro che avevano giurato di distruggere e combattere. Se parli con loro ti diranno di aver vinto, di aver ottenuto una scuola aperta a tutti e a tutte le differenze… Già… Abbiamo visto in questi dieci anni di lavoro quotidiano e assiduo in giro per l’Italia com’è aperta la scuola… Abbiamo visto come vengono inclusi i bambini… Abbiamo visto con quanta considerazione vengono trattati gli insegnanti che seguono i bambini che avrebbero più bisogno… Abbiamo visto come quei bambini vengono dati “in gestione” a cooperative che non sanno neppure cosa sia l’educazione… Abbiamo visto come si moltiplicano le diagnosi… Abbiamo visto l’Università, come si preparano e si selezionano gli insegnanti…  Provate a entrare in una scuola e diteci sinceramente: è normale secondo voi camminare per i corridoi e respirare la costrizione, la frustrazione, la galera, la psichiatrizzazione? Nonostante la luccicante tecnologia che c’è in giro, e che non serve a nulla (di certo non a sei/sette anni, se non a rendere i bambini consumatori perfetti pronti a essere inghiottiti dalle multinazionali del digitale) si è ancora al medioevo, educativamente parlando.

Non stiamo più parlando di agenzie educative, bensì d’industrie educative. Industrie convinte che sia giusto analizzare il bambino attraverso la lente delle competenze, piuttosto che considerarlo un unicum, un tutt’uno. Ma il tutt’uno abbisogna di tempo, dedizione. Tempo e dedizione che la scuola come fabbrica non ha, per nessuno dei suoi membri, anzi, dei suoi “utenti”, come li chiama adesso. Ecco il fallimento. Ecco la scuola contro cui combatteva il movimento di cooperazione educativa. Ecco la scuola “fordista”, la catena di montaggio. La scuola “serra”, quella delle mele tutte uguali. Ecco la scuola nella quale, senza particolari problemi, oggi insegnano quegli stessi ex militanti “rivoluzionari”, quegli stessi ex cooperanti prossimi alla pensione (che non hanno battuto ciglio di fronte all’offerta di uno stipendio fisso mensile). Un totale fallimento, una presa in giro tutta italiana. La catena di montaggio ha vinto, con buona pace di tutti.

3. La difficoltà nell’uscire di scena
(tipica di certi baroni universitari)

Non ci sembra di dover aggiungere altro alla descrizione di un fallimento così evidente. Sono passati quasi cinquant’anni da quando la filosofia per bambini arrivò in Italia, da quando si unì a quei personaggi che, ispirati dai vari movimenti di allora, sognavano di cambiare le cose. Già, sognavano. Perché il cambiamento non c’è stato, se non in peggio. E a poco serve, ora, scaricare la colpa su altri, dato che proprio coloro che avrebbero dovuto e potuto cambiare le cose, una volta raggiunto il loro piccolo nucleo di potere, non solo non hanno inciso sul sistema, ma sono risultati persino peggiori di chi li aveva preceduti. La filosofia per bambini di matrice americana in Italia ha avuto più di trent’anni a disposizione per cambiare le cose e… beh, non mi pare che uscendo per strada ci si trovi di fronte a una società più filosofica, o a un’educazione più a misura d’uomo, o di bambino (malgrado tutti i grandi discorsi, le citazioni di Dewey, i caffè filosofici, i convegni, gli stati generali, i libri, e tutti i grandi e inutili discorsi, etc.).

Come può uno studente universitario, oggi, recarsi a lezione e credere a quel che gli viene raccontato? Come può uno studente universitario, oggi, rimanere tacitamente ad ascoltare attori che dall’alto della loro posizione, predicano sull’educazione, sull’infanzia, sulla scuola, e che pur avendo avuto una vita a disposizione per cambiare le cose, non l’hanno fatto? Come può uno studente universitario, oggi, abbassarsi al ruolo di portaborse di certi personaggi, lavorare gratuitamente, ricercare gratuitamente, in cambio della speranza di un posto, di un’occupazione o dell’ennesima e inutile pubblicazione? Come può uno studente universitario credere a un sistema che senza alcun tipo di sensata valutazione decreta chi andrà a insegnare, chi entrerà a scuola, e chi no? Come si fa ad accettare tutto questo, nonostante si sappia che è falso? Ci ritroviamo con una schiera di attori incapaci di uscire di scena, inconsapevoli riguardo i propri errori. E ci chiediamo come possa, chi è incapace di giudicare obiettivamente il proprio percorso, pretendere d’insegnare ad altri a esserlo. Prima di educare, ci si dovrebbe rieducare. Prima di dirsi “filosofi”, ci si dovrebbe ritirare nel deserto.

4. Ai genitori, agli insegnanti
(non cedete all’ipocrisia)

A chi insegna, a chi studia, a chi è genitore, diciamo solo questo: non cedete all’ipocrisia di questi tempi, a chi vuol farvi credere di volere il bene dei vostri bambini. Indagate, informatevi, domandatevi cosa voglia dire affidarsi a un “filosofo” piuttosto che a un altro, a un “esperto” piuttosto che a un altro. Sappiate che spesso potrebbe voler dire mettersi nelle mani di un’organizzazione, più o meno grande o rinomata, che distribuisce “patentini” a persone sulle quali poi non esercita più alcun controllo. Una mischia alla quale ultimamente si sono unite sempre più Università, da Nord a Sud, avendo fiutato possibili introiti, pur senza avere la benché minima idea circa la disciplina della quale parliamo. Avete capito bene: un patentino per accompagnare i bambini nel fantastico mondo della filosofia. Un patentino consegnato a chiunque abbia seguito un corso. A chiunque abbia seguito un corso. A chiunque. A chiunque.

Senza tanti giri di parole, ci interessa che il lettore sappia che nel corso di dieci anni di attività, quasi quattro di formazione, e dopo aver incontrato migliaia di persone, mai avremmo potuto, per onestà intellettuale, consegnare patentini a tutti, trattandosi in moltissimi casi di individui, per un verso o per un altro, non equilibrati, e che dunque avrebbero potuto senz’altro danneggiare una materia da trattare con estrema cura, e parliamo sia della filosofia che dei bambini. Ecco perché ci viene la pelle d’oca a pensare a come altri hanno gestito e continuano a gestire la formazione in questo settore; a come si permettono, per mero interesse, di distruggere il binomio filosofia-bambini, vedendo crescere le loro fila, mentre la materia ne esce sempre più devastata e svilita. Il fatto è che per ciascun sedicente “filosofo” patentato che trovandosi in compagnia di bambini apre un libro e si mette a predicare (filosofare, nel suo gergo), decine e decine di occasioni di proficua ricerca filosofica sfumano, purtroppo, per sempre. 

Siate ben consapevoli, dunque, che a differenza di un corso dove qualcuno vi insegna a saldare o a riparare un rubinetto o uno scarico, nessuno potrà mai fare di voi un filosofo, né un insegnante, né soprattutto qualcuno adatto a stare con i bambini. Da nessuna parte, infatti, c’è mai stato il tempo per insegnare la bontà, l’autocritica, la sofisticata abilità di non orientare e manipolare il pensiero altrui. Sappiate anche, e non dimenticatelo, che quei patentini arrivano dalle mani di quelle stesse persone che dopo aver avuto l’occasione di cambiare le cose hanno preferito sedersi sulle loro poltrone ad aspettare che tutto andasse a rotoli, godendosi gli agi d’una società costruita al contrario.

Se non lasciate che i vostri figli accettino caramelle dagli sconosciuti quando giocano in strada, allora, perfavore, non accettate che degli sconosciuti gli offrano teorie e argomenti filosofici come fossero caramelle, nella loro classe. I bambini hanno bisogno d’immaginare, non di qualcuno che guidi la loro immaginazione, né tantomeno di un maestro “filosofo”, così tanto spesso innamorato della sua stessa voce, che gli suggerisca cosa sia meglio pensare, o cosa immaginare (magari aiutandosi con un manuale, magari tradotto dall’americano). È tempo che questa catena di nonsenso e narcisismo s’interrompa. È tempo che in lungo e in largo ci si opponga a questo modo becero e tutt’altro che rivoluzionario di fare educazione e di considerarla moderna o, peggio, futuristica. La speranza e l’augurio di liberarci da queste ragnatele e ipocrisie, va di pari passo alla paura per una generazione di adepti, di giovani “vecchi” plasmati da questi biechi personaggi, cresciuti a pane e frustrazione, che non vedono l’ora di prendere il posto dei loro guru, per acquisire quel po’ di potere che finora hanno solamente odorato.

5. Il comportamento scorretto di numerosi sedicenti “filosofi”

Cosa accadrebbe se un giorno qualcuno si mettesse a fare il vostro stesso lavoro, gratuitamente? Cosa accadrebbe se qualcuno dicesse di offrire le vostre stesse mercanzie, ma gratuite? Certo, in quel che fate, voi ci avete sempre messo passione, studio, impegno, sudore, lacrime e sangue. Certo, ciò che voi offrite, alla prova dei fatti, è ineguagliabile e sempre lo sarà. Ma queste sono cose che sapete voi, che sanno i vostri cari e le persone che collaborano con voi. Tutti gli altri, là fuori, ignorano la vostra professionalità. Non vi conoscono. Non possono conoscervi… Ma qualcuno, proprio in quel momento, sta cercando di convincerli di poter fare esattamente ciò che fate voi, e gratuitamente. Che fare? Che fareste voi?

Sarebbe un disastro! Un disastro per voi, per la qualità della vostra Opera, e per quella di quanti come voi spendono la loro vita cercando d’inseguire un obiettivo ben preciso. E sarebbe un disastro non meno grande anche per tutte quelle persone che, senza neppure accorgersene, da quel giorno patirebbero un servizio scarso, lontano dall’essere ben fatto e magari scorretto o peggio ancora, pericoloso. Se ne parliamo, è chiaro, un motivo c’è. Il motivo è perché sta accadendo! Sono anni, oramai, che le scuole, specialmente quelle dell’infanzia e della primaria, così come i centri estivi e via dicendo, sono letteralmente invase da animatori di vario genere, persone a cui è stato permesso di stare accanto ai bambini solo perché, un giorno, ebbero modo di dichiarare: “mi piacciono”. Ma tale affermazione non è sufficiente a fare di un individuo un abile educatore. Eppure, il livello medio di professionalità che si respira in giro quando si parla di attività dedicate ai bambini, è ancor oggi questo, purtroppo. <<Parcheggiamoli, e che qualcuno li intrattenga con qualche fuoco pirotecnico>>. Se cresceranno rimbambiti non importa…

Ma se, da un lato, possiamo accettare che all’interno di un centro commerciale chi guarda i nostri figli mentre noi facciamo la spesa sia semplicemente qualcuno a cui “piacciono i bambini”; ciò non può valere quando si parla di filosofia in classe. Non possiamo accettare che a fare filosofia si presenti il primo sprovveduto a cui semplicemente “piacciono i bambini” e magari “piace la filosofia”, né qualcuno che abbia seguito un corso (anche se di livello universitario), o abbia ricevuto un patentino da appendere sopra il comodino (da un’organizzazione che ne distribuisce decine e decine all’anno). È inaccettabile che una materia così profonda venga maltrattata con tale leggerezza solo perché, in fondo, “stiamo parlando di bambini”. Le Associazioni collegate alla filosofia per bambini di matrice americana in Italia sfornano da anni numerosi “patentati” sedicenti “filosofi” che, senza alcun controllo, nelle scuole, causano reazioni che non sono calcolabili. E molti di questi patentati sono insegnanti. Ovvero, persone alle quali viene detto che da un certo giorno in avanti potranno sentirsi libere di maneggiare la filosofia, perlomeno quella contenuta all’interno di un manuale colmo di racconti e storielle (come se parlassimo di perline o di colla a caldo).

6. Quali reazioni?

Per sapere quali reazioni può causare chi da un giorno all’altro inizia a credere di essere un filosofo (e questo, naturalmente, vale anche per chi è laureato in filosofia), e a credere che sia giusto portare questa sua credenza in classe, è sufficiente rileggere il punto 1 di questo scritto, e rileggerlo più e più volte se necessario, e magari leggerlo anche agli amici! Anziché ampliare l’immaginazione dei bambini, questi “filosofi” innamorati della propria voce e del proprio sapere, mettono in atto niente più che un paternalistico catechismo civile (spesso e volentieri imbevuto di una qualche ideologia politica o morale). Una noiosissima serie di massime prese dalla storia della filosofia, mascherate più o meno bene all’interno di favole, racconti, e così via, inanellate a uso e consumo dei più piccoli, nel tentativo (vano e inutile) che essi se le ricordino e che sia un bene per loro ricordarsele. Ci dispiace davvero… ma già lo abbiamo ampiamente dimostrato in altri scritti: ai bambini non interessa la filosofia! È l’adulto che continua a proiettare sui bambini interessi e fantasie che sono solamente sue, come proietta su di loro le sue frustrazioni. Sarebbe questa la filosofia di cui tutti amano riempirsi la bocca? Vorrebbe dire questo imparare a pensare? Nelle scuole dov’è presente il programma di filosofia per bambini, malgrado quel che dica chi ne è coinvolto (e dunque complice), si assiste alla scena, più o meno riuscita, di bambini che imparano a pensare i pensieri dell’insegnante “filosofo” o, peggio, dell’esperto “filosofo” (l’ex professore di liceo in pensione che non ha nulla di meglio da fare che continuare a insegnare, oppure, l’universitario di turno che per raggranellare qualche credito viene spedito dal professore barone a scuola, oppure, il corsista appena “patentato” che vuole buttarsi in “questa cosa della filosofia”, dato che gli piacciono i bambini e gli sono sempre piaciute certe massime di Platone). Certo acquisiscono una morale, e magari anche un pensiero critico. Ma quale? E appartenente a chi?

Occorre dire a queste persone che improvvisandosi in qualcosa più grande di loro stanno facendo colare tutto quanto a picco: la credibilità della scuola, della filosofia, di chi studia e si impegna seriamente in una ricerca che è estremamente, estremamente complicata, all’interno di un territorio quasi sconosciuto, e che non può certo essere insegnata (ma alla quale, semmai, si può solo venire introdotti, come ribadiamo sempre).

7. L’adulto narcisista che gioca a fare il filosofo per bambini (mamma mia!)

Sconvolge profondamente leggere nel volto di un adulto “grande e grosso” (specie se insegna a scuola) il piacere che prova a comandare un gruppo di bambini o ragazzini. Perturba vederlo bearsi del proprio “potere”, della possibilità che ha di dire “tu fai questo, tu fai quello, tu vieni qui, tu vai là”. Sono pochi gli insegnanti che non cadono nel tranello. Sono pochi quelli che non sentono il bisogno di esprimere alcun “potere”, alcuna nevrosi. Infatti, quale forza sarebbe richiesta a un maestro se non il carisma, ovvero la capacità di attrarre a sé senza bisogno di trucchi, fuochi d’artificio o minacce?

Ma il carisma, lo sappiamo, è in estinzione, se la passa peggio di molte specie animali protette, e viene quotidianamente sostituito dal narcisismo, da una specie di volontà di potenza che non lascia scampo. Ecco perché assistiamo, sempre più spesso, ai più folli numeri da circo. Adulti che quando leggono le favole ai bambini modificano così tanto il tono della loro voce da sembrare degli squinternati. Mamme che partecipano a certi programmi di lettura nelle biblioteche e librerie per sentirsi delle “intellettuali” con le amiche. Teatranti che cercano di superarsi, perché il “nuovo” è ciò che vende, e tutto deve diventare, al più presto, spettacolare, memorabile. Infatuati delle nuove tecnologie, pronti a credere che una lavagna elettronica e un iPad li salverà, donandogli una nuova primavera educativa, una personalità (poveri illusi). Adulti che, ricevuto un patentino da filosofi, si addentrano in compagnia dei loro bimbi lungo sentieri impervi, con cipiglio da grandi scalatori. Alla prima nevicata la loro cordata verrà trascina via e saranno guai…

Ma di chi è la colpa? Chi fu così poco furbo da credere che dare in mano a un insegnante o a uno studente “con la passione per i bambini” la parola “filosofia” potesse essere un bene? Chi sottovalutò per la prima volta quel che sarebbe successo? Chi scelse di cedere alle sirene di un potenziale guadagno, sacrificando una materia complessa e assolutamente impossibile da semplificare? Chiunque fu, ci basta sapere che non era dei nostri! Dieci anni fa,  fu proprio analizzando questa penosa situazione che ci sentimmo in dovere di metterci in gioco, che ci domandammo (per la prima volta) come avremmo potuto fare a risollevare le sorti di una materia che era oramai in mano ai bricoleur, agli amanti del fai-da-te, agli appassionati di modellismo filosofico. Purtroppo, ancora oggi, il lavoro da fare è immane. Ovunque abbondano narcisisti pedagogici patologici, nelle classi di scuola come nelle aule universitarie, che ancora credono che portare la filosofia ai bimbi sia il loro compito, la loro missione. Peccato che ai bambini, come si diceva, la filosofia non interessa. A loro interessa giocare, immaginare. Proprio quello che gli adulti tentano, in tutti i modi, di fare al loro posto, costringendoli a lavorare anzitempo sui banchi; mentre impongono a se stessi di partecipare a master che forse li renderanno finalmente utili a qualcuno o qualcosa (terapia, cura, -ling o -lling, sono le parole che vanno per la maggiore nel merchandising dell’alta formazione). È la filosofia a doversi interessare ai bambini (lo ripetiamo da anni, come un mantra), non il contrario! È la filosofia a dover imparare a descrivere il pensiero dei bambini, dai bambini. La filosofia, quella vera, quella che non modifica il tono della propria voce, che non consente a tutti di andare nelle scuole, raccontando futilità e cliché da baci perugina sull’amicizia, la libertà, il bene, il bello, e via dicendo.

8. È probabile che ci daranno addosso
(ma non sapranno rispondere alle critiche)

Sappiamo che ci daranno addosso. Ma chi lo farà? Quelli che stanno a capo delle varie lobby della formazione e dell’istruzione? Gruppetti che riuniscono i rappresentanti delle Università, delle Associazioni, delle Cooperative, che fanno cassa attraverso l’accreditamento a qualche ente, che incassano bonus e finanziamenti a destra e a manca da casse di risparmio e fondazioni? Persone che non  accontentandosi dello stipendio cercano di far quadrare i conti con Master, Scuole di Specializzazione, Corsi di Formazione e Abilitazione, e chi più ne ha più ne metta? Chi parla ai convegni e predica riguardo all’educazione, alla pedagogia, ma non entra in una scuola da anni? Chi dovrebbe fare ricerca, ma è più occupato a mettere il suo nome su miscellanee o articoli scritti da altri? Chi un tempo voleva la rivoluzione e che ora guarda con sospetto e osteggia in tutti i modi chi non si prostra, non bacia i piedi, non incensa? Chi resta fragilmente attaccato al proprio potere, conquistato con fatica di amicizie, favori, bocconi amari e colpi alle spalle? Chi ama far credere a chi lo ascolta di volere l’interesse dei bambini, della scuola, degli insegnanti? Chi sostiene che tutti sono filosofi? Chi venera queste Autorità, chi le considera più intelligenti, solo perché scaltre, abili a star dietro alla politica, alle persone giuste, ai salotti? Chi si aspetta da loro una consegna, un’eredità? Chi aspetta, e aspetta, e aspetta ancora, da una vita? Chi li ha seguiti, chi ci ha creduto, chi ora sa di esser stato fregato, di aver perso tempo, ma non può ammetterlo, non vuole ammetterlo? Chi urla e dice che “portare la filosofia ai bambini è una cosa bellissima, giusta. Si deve filosofare!”, ma non ci credono più neanche lui.

9. Vogliamo delle risposte
(la parte più importante)

Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini come intende monitorare tutte le persone che in questi decenni ha formato, tutte le persone a cui ha consegnato un patentino e impunemente ha consentito di chiamarsi “filosofi” o altro. Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini come creda possa essere possibile che chiunque segua un corso (più o meno lungo) possa essere decretato abile a maneggiare una materia tanto complicata in compagnia di bambini, senza aver prima ricevuto tutte le assicurazioni necessarie circa le intenzioni, le motivazioni, le credenze, i trascorsi, gli obiettivi degli individui “patentati” e spediti nelle scuole. Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini come intende gestire il problema illustrato al punto 1 di questo scritto, circa l’impossibilità per chiunque dei propri operatori di gestire una qualsiasi delle loro attività senza orientare il pensiero dei bambini (specialmente nei casi in cui l’attività parte da una lettura, contenente in sé già guide e obiettivi di dialogo). Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini quando intenderà smettere di far finta di non sentire, rimanendo arroccata al proprio scranno, universitario e non. Quando acconsentirà a dialogare pubblicamente con chi la critica, rispondendo punto per punto a queste e altre domande (e facendone a sua volta, com’è giusto), anziché fuggire, ignorare o nascondersi. Sarebbe bello che le persone a cui questa lettera è chiaramente indirizzata si attivassero per rispondere, com’è uso fare in una disputazione filosofica, poiché troppo a lungo hanno goduto di un silenzio che li ha preservati e protetti. Tra l’altro alcuni di loro si fanno chiamare filosofi di strada, pertanto, a meno che la sola strada che conoscano sia quella dalla poltrona alla cattedra di un convegno, immagino saranno abituati al dialogo serrato. La nostra promessa a queste persone è di non smettere di rendere nota tale situazione in lungo e in largo, ovunque ci porterà il nostro lavoro e la nostra quotidiana attività, fino a che non saremo accontentati attraverso un pubblico confronto da organizzarsi presto, in presenza di arbitri imparziali. Confronto che noi stessi ci stiamo attrezzando per allestire. 

10. Un modo diverso di agire

C’è un modo diverso di agire. Contrario a tutto quello che finora abbiamo raccontato. Una strada più stretta: maggiore preparazione, maggiori imprevisti e difficoltà, minore riscontro di pubblico. La ricerca che portiamo avanti, quella che sosteniamo ogni giorno.

Conclusione
(invito)

Confidiamo nel futuro (che porta tutto a galla), nell’intelligenza di tanti, nel cuore di molti, e in chi, alla domanda: “Perché criticare la filosofia per bambini?”
risponderà come farebbe un bambino: “Perché no?”

Evviva!

Carlo Maria Cirino

 

I bambini non votano (per fortuna)

Senza categoria 1 febbraio 2018

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A casa non abbiamo la televisione. Così, quando sono fuori città per lavoro mi sento meno in colpa se ogni tanto la guardo, lasciandomi andare a tribune politiche, telegiornali, e così via. Capirete, allora, che passare una settimana in hotel a causa dell’influenza mi ha permesso di aggiornarmi a dovere sulle prossime elezioni politiche. Nell’arco di tre, quattro giorni, ho ascoltato tutti. Non c’è politico, né partito, che non abbia avuto modo di vagliare attentamente, nel corso del mio duro far niente… Ebbene: nessuno, proprio nessuno, ha parlato di bambini. Nessuno. A sentir questo qualcuno certamente commenterà: “certo che nessuno ne parla, perché i bambini non votano!”. È vero, penso. È proprio così. Nessun politico parla di bambini perché i bambini non votano, quindi a loro non occorre fare promesse (il più delle volte roboanti e false). E Per fortuna non votano! Ve la immaginate una campagna elettorale organizzata per attrarre i voti delle attuali generazioni? Mi vengono i brividi…
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Campagna Elettorale 2018

PRIMA I POST-MILLENNIALS!

  1. Calmieramento dei prezzi di console e videogiochi
  2. Meno mamme, professori, persone che non hanno un profilo digitale
  3. Più sicurezza dagli Zombie: armamento dei cittadini in vista dell’apocalisse
  4. Più sostegno agli acquisti delle Beauty Blogger e Fashion Blogger
  5. Più autonomia agli YouTubers e Instagrammers
  6. Riforma delle materie scolastiche: Minecraft, GTA V, etc. fin dall’infanzia 
  7. Paghetta digitale di cittadinanza: 80 Euro al mese di ricarica Amazon
  8. Incentivi sulle riparazioni di Smartphones, Tablets, SmartTv
  9. Wifi libero per tutti (Netflix compreso), Buoni JustEat e Catene FastFood
  10. Riforma dell’intera società per renderla più simile a un Talent Show

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Dovrebbe far ridere. A me, invece, che ogni giorno entro a scuola, viene da piangere. Spero che genitori, nonni, educatori, etc., penseranno ai bambini andando a votare. Gli errori che stiamo commettendo ora nella loro educazione, non li avevamo mai commessi nella storia. E un giorno loro, voteranno davvero…