Mese: marzo 2018

Intervista a Monica Marchiani (Insegnante Scuola dell’Infanzia)

Senza categoria 25 marzo 2018

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Abbiamo fatto qualche domanda a Monica Marchiani, insegnante di una Scuola dell’Infanzia che abbiamo visitato parecchie volte nel corso di questi anni, nelle Marche. Stimiamo molto il suo lavoro, la sua perseveranza e il suo carattere forte e positivo. Che dire se non <<Grazie!>>.

I bambini partecipavano volentieri alle attività di Filosofiacoibambini?

Conduco laboratori da due anni in sezioni sia omogenee (3, 4, 5 anni) che eterogenee (4 e 5 anni). Non ho riscontrato alcuna difficoltà. Tutti i bambini partecipano con molto entusiasmo. La scorsa settimana un bambino mi ha chiesto:
<<Maestra quando facciamo filosofia?>>.

I bambini si rendevano conto che i giochi che facevano in classe erano utili all’esperto e all’insegnante presente in classe per capire meglio il loro pensiero, oppure non si accorgevano di essere osservati e vivevano l’attività nella maniera più serena?

Quando c’era l’esperto esterno i bambini sentivano la presenza di un adulto che veniva in classe per fare un’attività specifica. Altra cosa, invece, succede quest’anno dove i laboratori sono condotti da me che sono la maestra di una sezione omogenea di 3 anni.

Durante l’osservazione è riuscita a individuare aspetti della sua classe che non conosceva o che le erano sfuggiti, mentre l’esperto in Filosofiacoibambini conduceva l’attività?

Ciò che ho notato è stata la partecipazione ai giochi di bambini che spesso nelle attività strutturate di sezione tendevano a non parlare se non interpellati.

Quali sono state le caratteristiche principali che l’hanno colpita delle attività svolte da Filosofiacoibambini?

Sono un’insegnante montessoriana che prepara un ambiente educativo di apprendimento strutturato. Ciò che ho molto apprezzato e che mi ha positivamente colpito è stato il lavorare molto sull’immaginazione all’interno di un clima sereno e libero. Le regole sono minime e concordate fin dall’inizio, e i bambini sono liberi di intervenire. Nessuno sbaglia e tutti contribuiscono alla buona riuscita del laboratorio. Mi piace il metodo perché lavora per un arricchimento del linguaggio e per sviluppare l’immaginazione, aspetti fondamentali per il raggiungimento di obiettivi didattici. I bambini imparano a fare collegamenti tra le cose, le parole e gli eventi.

Pensa che se Filosofiacoibambini avesse più spazio all’interno della scuola potrebbe raggiungere alti obiettivi d’inclusione e integrazione, nonché contribuire a risolvere alcune situazioni apparentemente difficili o problematiche?

Credo che le attività che seguono il metodo Filosofiacoibambini dovrebbero essere condotte dagli stessi insegnanti di classe, formati e supportati, a partire dalla scuola dell’infanzia. Ogni settimana dovrebbero svolgersi laboratori in Filosofiacoibambini esattamente come vengono svolte tante altre attività in classe. La costruzione di un clima sereno è la condizione per poter raggiungere qualsiasi obiettivo e il metodo Filosofiacoibambini contribuisce a questo fine in modo importante. La scuola pubblica dovrebbe essere inclusiva e il clima sereno, in questo, fa la differenza. Un bambino che sente di poter partecipare alle attività senza penalità è un bambino più sereno.

Secondo lei perché le attività di Filosofiacoibambini potrebbero essere utili a un insegnante?

Molto, direi moltissimo, ma occorre la voglia di mettersi in gioco perché le attività sono di fatto una ricerca continua che non sai mai dove ti porta.

Pensa che le attività di Filosofiacoibambini potranno tornarle utili per svolgere le quotidiane attività didattiche? 

Sì. Ogni volta che propongo un’attività mi chiedo se è un’attività che stimola l’immaginazione. A volte modifico l’attività seguendo i suggerimenti che mi sono stati dati dagli esperti. Trovo sia importante che oltre ai laboratori si provi anche a cambiare lo sguardo sulla classe, sui bambini, che spesso trovano un ambiente fin troppo strutturato.

Ha qualche aneddoto che le piacerebbe raccontare in merito all’esperienza vissuta con Filosofiacoibambini?

Ricordo Christian, un bambino di 5 anni che quando chiesi una parola come mezzo di trasporto mi ha risposto: il cervello. Ovviamente ho chiesto il perché e lui con una espressione buffa mi ha detto: <<maestra, il cervello trasporta le idee!>>.

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La filosofia da cioccolatini

Senza categoria 1 marzo 2018

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Premessa

Che lo leggano in tanti o in pochi, questo articolo non verrà ricordato come il più simpatico di sempre. Non vuol essere simpatico, né vuol perdere tempo a ricordarci quanto siamo bravi e quanto siamo buoni, e quanto sono belli i bambini e quanto sono bravi gli adulti che li fanno divertire. No. Questo articolo vuole semplicemente dire la sua su un argomento di cui quasi nessuno parla, probabilmente perché quasi nessuno ha il coraggio o l’interesse a farlo. Si dà il caso che noi abbiamo entrambi, ecco perché ci permettiamo (oserei dire, finalmente) di mettere i puntini sulle “i”, togliendoci anche qualche sassolino dalla scarpa. Stiamo parlando della filosofia per bambini di matrice americana e dei tanti errori che essa ha commesso e continua a commettere in Italia. Parliamo, in particolare, del più imperdonabile tra questi errori: aver banalizzato oltremisura il binomio filosofia-bambini, consegnandolo nelle mani di chiunque e di conseguenza riducendolo in pezzi (con buona pace di chi, nel frattempo, ci ha comunque potuto guadagnare qualcosa, soprattutto in termini di potere accademico, ma non solo).

Introduzione

Sono molte le ragioni che ci spingono a criticare la filosofia per bambini di matrice americana in Italia, così come tutto il marasma di metodi che da essa hanno preso avvio in questi anni. Di queste ragioni avremo modo di parlare nelle righe seguenti, e non solo.

Tuttavia, prima d’iniziare a esporre i termini della disputa, vorremmo rivolgerci a chi leggerà queste righe. Anzitutto, a coloro che senza aver riflettuto neppure un istante sulle motivazioni di seguito proposte ci accuseranno, interpretando questo scritto come un vile e immotivato attacco nei loro confronti o nei confronti di coloro che essi considerano delle Autorità in materia. A loro ci sentiamo di dire che li capiamo. Capiamo che è dura sentirsi dire che non sono ciò che credono di essere: né filosofi, né esperti. Dunque, non li giudicheremo se vorranno rivoltarsi: si tratta, pur sempre, di un umano istinto di difesa, per quanto basso. A coloro, invece, che diranno: “Perché criticate? Voi fate il vostro, loro fanno il loro”, ci teniamo a ricordare che in filosofia la disputa è vitale (e che il silenzio è spesso un triste presagio di morte). A chi, peggio, farà finta di nulla, nulla diremo, convinti come siamo che chi coltiva il nulla, il nulla, poi, se lo porterà via.

È chiaro, allora, che l’atteggiamento omertoso, provinciale, gretto, che sa solo ripetere “zitti tutti” e che invita a “non parlare troppo forte” non ci appartiene. Criticare è giusto, sacrosanto. Esprimere la propria opinione senza peli sulla lingua, senza paura di “pestare i piedi” a qualcuno è segno di civiltà, forse quello più importante. (Tra l’altro, si tratta proprio di ciò che la filosofia per bambini afferma di voler incentivare nei bambini e nei ragazzi: la famosa capacità critica… quella che però, guarda caso, non dev’essere usata contro di loro. Che ironia!). Quel che abbiamo sempre fatto, che ci apprestiamo a fare in questo scritto, e che continueremo a fare finché ce ne sarà bisogno, non ha insomma bisogno di premesse o giustificazioni. Se la critica viene portata avanti senza offendere non le si può certo chiedere di tacere. Auspichiamo, anziché il solito atteggiamento complice, una risposta, punto su punto, a queste righe, o meglio ancora, l’apertura di un pubblico confronto su questi temi. Confronto che non c’è mai stato (è probabile che la filosofia per bambini tema, paradossalmente, l’incontro/scontro delle opinioni diverse dalla sua, dal momento che l’ha sempre fuggito!), ma che è sempre più urgente, perché sempre più pressante è il problema che a tutti si presenta all’orizzonte:

che farne della pletora di sedicenti “filosofi” che si aggira senza controllo nelle scuole? Pletora “creata” e “liberata” per mano della filosofia per bambini? Sono stati loro, infatti, in questi anni, larghi di manica, a fare man bassa del binomio filosofia-bambini, formando insegnanti, distribuendo patentini, e così via… 

C’è bisogno, ancora una volta e d’accapo, di sottoporre la filosofia per bambini di matrice americana in Italia a dura critica. Vedremo se anche questa volta chi di dovere sceglierà di ritrarsi nel silenzio della propria grigia cattedra o se finalmente risponderà all’appello.

1. La verità non nasce dal concorso dei pareri
(aporia di fondo della filosofia per bambini)

Malgrado quel che la filosofia per bambini possa dire, la verità non nasce dal concorso dei pareri, sia esso democratico o meno. Esprimiamoci attraverso un esempio. Immaginiamo una sessione di filosofia per bambini attorno al tema della giustizia, di come sia meglio reagire nel caso qualcuno ci faccia del male. I bambini esprimono liberamente le proprie idee all’interno del cerchio. La maggioranza, incalzata da qualche bimbo particolarmente vivace, dice di essere d’accordo nel rendere pan per focaccia. Se qualcuno mi ferisce, io lo ferisco. Se qualcuno mi da un pugno, gliene do un altro uguale o addirittura più forte. Tranne pochi, la maggioranza dei bambini è d’accordo nel chiamare “giustizia” quel determinato modo di reagire.

Che farà il maestro “filosofo” a quel punto? Ratificherà la decisione democratica del cerchio? Assegnerà valore di verità all’idea che “giustizia” di fronte a un pugno sia rispondere con un altro pugno? Oppure cercherà, in un modo o nell’altro, di condurre i bambini a un altro modo di ragionare, perché giungano a più benevole conclusioni?

Siamo certi che la maggior parte dei maestri “filosofi” in circolazione non lascerebbe i bambini nella loro opinione, ma tenterebbe – come si suol dire – di farli ragionare. E per fortuna! Vi immaginate cosa accadrebbe se i bambini, tornando a casa, dicessero ai genitori che nell’ora di filosofia si è sancita la regola: occhio per occhio, dente per dente?

Sia chiaro, però, che in questa situazione, come in ogni altra ad essa simile, il pensiero dei bambini, che evidentemente non può esser lasciato libero, viene orientato dall’adulto nella direzione in cui egli desidera che vada. Dall’adulto che si trova all’interno della classe in quel momento. Dall’adulto che i bambini non hanno scelto, che le famiglie di quei bambini non hanno scelto, che si presume sia un filosofo (solo perché lui si presume tale, o perché qualcuno ha deciso che lui si potesse presumere tale), ma che di fatto nessuno sa quel che pensa, né come pensa.

Orientare il pensiero dei bambini è (solo a parole) contrario a quel che la filosofia per bambini va predicando. Di fatto, ciò che accade è proprio quello che loro non vorrebbero che accadesse. I bimbi vengono illusi di essere liberi di discutere; illusi dagli adulti che li circondano e controllano, e che li trascinano e orientano con mezzucci più o meno ben fatti verso conclusioni che siano accettabili per loro e per la società che essi rappresentano. Una fuffa, insomma. Una fuffa chiamata filosofia. Architettata per convincere un consistente numero di adulti (specialmente insegnanti) a credersi “filosofi” (dandogli in mano un manuale tradotto dall’americano contenente storielle, domande e soluzioni). Studiata per far credere a bambini e ragazzi di stare “filosofando”. 

È chiaro, allora, che la verità non nasce dal concorso dei pareri. Né quando i pareri si rivelano contrari alla realtà dei fatti (la terra non sarebbe piatta neanche se la maggioranza democratica di noi lo credesse), né quando – più o meno casualmente – i pareri concordano con la realtà (la terra non è uno sferoide perché la maggioranza democratica di noi crede che lo sia). In altre parole: noi non siamo causa prima di alcuna presunta “verità”. Di certo, non di quelle che sono oggetto di discussione della filosofia per bambini (cos’è l’amore? l’amicizia? la libertà? il bello? etc…). Far credere ai bambini il contrario, oltre a essere sbagliato, è anche moralmente ingiusto e non porta nulla di buono. Ma la filosofia per bambini, così come tutte le “filosofie per” che da essa hanno preso avvio, su questo tace, preferendo far credere a genitori e insegnanti che il pensiero dei loro bambini verrà lasciato libero di esprimersi, senza essere per nulla guidato…

2. Anacronismo della filosofia per bambini
(figlia di tempi che hanno ampiamente fallito)

L’aporia illustrata al punto 1 ci sembra sufficiente a decretare il paradosso a cui inevitabilmente conduce l’applicazione dell’approccio della filosofia per bambini di matrice americana. Approccio ciecamente tradotto nel nostro Paese, e portato nelle scuole di ogni ordine e grado, da parte dei cosiddetti “filosofi” o “esperti” (nella maggioranza dei casi, persone che hanno semplicemente seguito un corso e conseguito un patentino. Patentino consegnato a tutti coloro che abbiano svolto un certo numero di ore di preparazione teorica e pratica. Patentino che li ha impropriamente decretati “filosofi”, o “teacher”, che fa più esotico e internazionale, vita natural durante, o quasi).

Non sarà abituando il pensiero a credersi libero che esso spiccherà il volo. Non sarà abituando i bambini a venire orientati e manipolati che essi sapranno guidarsi da soli. Non sarà abusando del termine filosofia che si darà lustro a un modo di ragionare che ricorda piuttosto quello dei talk show televisivi americani (che oramai spopolano anche da noi), né si crederà davvero che i piccoli sapranno pensare liberamente solo perché in classe, di tanto in tanto, gli verrà concesso di simulare un finto dialogo “filosofico” sopra un qualche argomento scelto da un libro illustrato. Né si renderà onore al binomio filosofia-bambini organizzando sontuosi happening ludo-sofico-artistici. 

Non occorre sottolineare il fallimento del movimento di cooperazione educativa, di cui è figlia la filosofia per bambini italiana: è sotto gli occhi di tutti! Oggi le scuole, salvo poche eccezioni sparse qua e là, sono diventate fabbriche disumane e alienanti. Industrie del “sapere” (di un “sapere” usa e getta) che fanno della velocità e dell’efficienza produttiva il loro scopo principale. Fabbriche che fingono d’integrare e includere, ma che nei fatti escludono e ghettizzano coloro che non vi si adeguano o che non hanno le possibilità o i mezzi per adeguarvisi. Industrie votate a sfibrare i propri componenti, a succhiargli via ogni energia e curiosità. Fabbriche all’interno delle quali si aggirano personaggi sempre più grigi, stanchi e demotivati, che hanno visto, nel corso degli anni, la burocrazia scavalcare e divorare ogni forma di didattica e di umanità. A scuola non mancano le risorse (gli sprechi, infatti, sono enormi), manca il tempo! Manca riappropriarsi del tempo, dell’amore e della tranquillità, e al diavolo la fretta, l’efficientismo, la tecnocrazia!

Il movimento di cooperazione educativa ha fallito! Tutti dovremmo avere il coraggio di ammetterlo! Gli uomini e le donne di allora, lontani dalle barricate che erigevano tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, si trovano oggi barricati a loro volta dentro le amministrazioni scolastiche, nei collegi e nei consigli, a fare quello sporco lavoro che avevano giurato di distruggere e combattere. Se parli con loro ti diranno di aver vinto, di aver ottenuto una scuola aperta a tutti e a tutte le differenze… Già… Abbiamo visto in questi dieci anni di lavoro quotidiano e assiduo in giro per l’Italia com’è aperta la scuola… Abbiamo visto come vengono inclusi i bambini… Abbiamo visto con quanta considerazione vengono trattati gli insegnanti che seguono i bambini che avrebbero più bisogno… Abbiamo visto come quei bambini vengono dati “in gestione” a cooperative che non sanno neppure cosa sia l’educazione… Abbiamo visto come si moltiplicano le diagnosi… Abbiamo visto l’Università, come si preparano e si selezionano gli insegnanti…  Provate a entrare in una scuola e diteci sinceramente: è normale secondo voi camminare per i corridoi e respirare la costrizione, la frustrazione, la galera, la psichiatrizzazione? Nonostante la luccicante tecnologia che c’è in giro, e che non serve a nulla (di certo non a sei/sette anni, se non a rendere i bambini consumatori perfetti pronti a essere inghiottiti dalle multinazionali del digitale) si è ancora al medioevo, educativamente parlando.

Non stiamo più parlando di agenzie educative, bensì d’industrie educative. Industrie convinte che sia giusto analizzare il bambino attraverso la lente delle competenze, piuttosto che considerarlo un unicum, un tutt’uno. Ma il tutt’uno abbisogna di tempo, dedizione. Tempo e dedizione che la scuola come fabbrica non ha, per nessuno dei suoi membri, anzi, dei suoi “utenti”, come li chiama adesso. Ecco il fallimento. Ecco la scuola contro cui combatteva il movimento di cooperazione educativa. Ecco la scuola “fordista”, la catena di montaggio. La scuola “serra”, quella delle mele tutte uguali. Ecco la scuola nella quale, senza particolari problemi, oggi insegnano quegli stessi ex militanti “rivoluzionari”, quegli stessi ex cooperanti prossimi alla pensione (che non hanno battuto ciglio di fronte all’offerta di uno stipendio fisso mensile). Un totale fallimento, una presa in giro tutta italiana. La catena di montaggio ha vinto, con buona pace di tutti.

3. La difficoltà nell’uscire di scena
(tipica di certi baroni universitari)

Non ci sembra di dover aggiungere altro alla descrizione di un fallimento così evidente. Sono passati quasi cinquant’anni da quando la filosofia per bambini arrivò in Italia, da quando si unì a quei personaggi che, ispirati dai vari movimenti di allora, sognavano di cambiare le cose. Già, sognavano. Perché il cambiamento non c’è stato, se non in peggio. E a poco serve, ora, scaricare la colpa su altri, dato che proprio coloro che avrebbero dovuto e potuto cambiare le cose, una volta raggiunto il loro piccolo nucleo di potere, non solo non hanno inciso sul sistema, ma sono risultati persino peggiori di chi li aveva preceduti. La filosofia per bambini di matrice americana in Italia ha avuto più di trent’anni a disposizione per cambiare le cose e… beh, non mi pare che uscendo per strada ci si trovi di fronte a una società più filosofica, o a un’educazione più a misura d’uomo, o di bambino (malgrado tutti i grandi discorsi, le citazioni di Dewey, i caffè filosofici, i convegni, gli stati generali, i libri, e tutti i grandi e inutili discorsi, etc.).

Come può uno studente universitario, oggi, recarsi a lezione e credere a quel che gli viene raccontato? Come può uno studente universitario, oggi, rimanere tacitamente ad ascoltare attori che dall’alto della loro posizione, predicano sull’educazione, sull’infanzia, sulla scuola, e che pur avendo avuto una vita a disposizione per cambiare le cose, non l’hanno fatto? Come può uno studente universitario, oggi, abbassarsi al ruolo di portaborse di certi personaggi, lavorare gratuitamente, ricercare gratuitamente, in cambio della speranza di un posto, di un’occupazione o dell’ennesima e inutile pubblicazione? Come può uno studente universitario credere a un sistema che senza alcun tipo di sensata valutazione decreta chi andrà a insegnare, chi entrerà a scuola, e chi no? Come si fa ad accettare tutto questo, nonostante si sappia che è falso? Ci ritroviamo con una schiera di attori incapaci di uscire di scena, inconsapevoli riguardo i propri errori. E ci chiediamo come possa, chi è incapace di giudicare obiettivamente il proprio percorso, pretendere d’insegnare ad altri a esserlo. Prima di educare, ci si dovrebbe rieducare. Prima di dirsi “filosofi”, ci si dovrebbe ritirare nel deserto.

4. Ai genitori, agli insegnanti
(non cedete all’ipocrisia)

A chi insegna, a chi studia, a chi è genitore, diciamo solo questo: non cedete all’ipocrisia di questi tempi, a chi vuol farvi credere di volere il bene dei vostri bambini. Indagate, informatevi, domandatevi cosa voglia dire affidarsi a un “filosofo” piuttosto che a un altro, a un “esperto” piuttosto che a un altro. Sappiate che spesso potrebbe voler dire mettersi nelle mani di un’organizzazione, più o meno grande o rinomata, che distribuisce “patentini” a persone sulle quali poi non esercita più alcun controllo. Una mischia alla quale ultimamente si sono unite sempre più Università, da Nord a Sud, avendo fiutato possibili introiti, pur senza avere la benché minima idea circa la disciplina della quale parliamo. Avete capito bene: un patentino per accompagnare i bambini nel fantastico mondo della filosofia. Un patentino consegnato a chiunque abbia seguito un corso. A chiunque abbia seguito un corso. A chiunque. A chiunque.

Senza tanti giri di parole, ci interessa che il lettore sappia che nel corso di dieci anni di attività, quasi quattro di formazione, e dopo aver incontrato migliaia di persone, mai avremmo potuto, per onestà intellettuale, consegnare patentini a tutti, trattandosi in moltissimi casi di individui, per un verso o per un altro, non equilibrati, e che dunque avrebbero potuto senz’altro danneggiare una materia da trattare con estrema cura, e parliamo sia della filosofia che dei bambini. Ecco perché ci viene la pelle d’oca a pensare a come altri hanno gestito e continuano a gestire la formazione in questo settore; a come si permettono, per mero interesse, di distruggere il binomio filosofia-bambini, vedendo crescere le loro fila, mentre la materia ne esce sempre più devastata e svilita. Il fatto è che per ciascun sedicente “filosofo” patentato che trovandosi in compagnia di bambini apre un libro e si mette a predicare (filosofare, nel suo gergo), decine e decine di occasioni di proficua ricerca filosofica sfumano, purtroppo, per sempre. 

Siate ben consapevoli, dunque, che a differenza di un corso dove qualcuno vi insegna a saldare o a riparare un rubinetto o uno scarico, nessuno potrà mai fare di voi un filosofo, né un insegnante, né soprattutto qualcuno adatto a stare con i bambini. Da nessuna parte, infatti, c’è mai stato il tempo per insegnare la bontà, l’autocritica, la sofisticata abilità di non orientare e manipolare il pensiero altrui. Sappiate anche, e non dimenticatelo, che quei patentini arrivano dalle mani di quelle stesse persone che dopo aver avuto l’occasione di cambiare le cose hanno preferito sedersi sulle loro poltrone ad aspettare che tutto andasse a rotoli, godendosi gli agi d’una società costruita al contrario.

Se non lasciate che i vostri figli accettino caramelle dagli sconosciuti quando giocano in strada, allora, perfavore, non accettate che degli sconosciuti gli offrano teorie e argomenti filosofici come fossero caramelle, nella loro classe. I bambini hanno bisogno d’immaginare, non di qualcuno che guidi la loro immaginazione, né tantomeno di un maestro “filosofo”, così tanto spesso innamorato della sua stessa voce, che gli suggerisca cosa sia meglio pensare, o cosa immaginare (magari aiutandosi con un manuale, magari tradotto dall’americano). È tempo che questa catena di nonsenso e narcisismo s’interrompa. È tempo che in lungo e in largo ci si opponga a questo modo becero e tutt’altro che rivoluzionario di fare educazione e di considerarla moderna o, peggio, futuristica. La speranza e l’augurio di liberarci da queste ragnatele e ipocrisie, va di pari passo alla paura per una generazione di adepti, di giovani “vecchi” plasmati da questi biechi personaggi, cresciuti a pane e frustrazione, che non vedono l’ora di prendere il posto dei loro guru, per acquisire quel po’ di potere che finora hanno solamente odorato.

5. Il comportamento scorretto di numerosi sedicenti “filosofi”

Cosa accadrebbe se un giorno qualcuno si mettesse a fare il vostro stesso lavoro, gratuitamente? Cosa accadrebbe se qualcuno dicesse di offrire le vostre stesse mercanzie, ma gratuite? Certo, in quel che fate, voi ci avete sempre messo passione, studio, impegno, sudore, lacrime e sangue. Certo, ciò che voi offrite, alla prova dei fatti, è ineguagliabile e sempre lo sarà. Ma queste sono cose che sapete voi, che sanno i vostri cari e le persone che collaborano con voi. Tutti gli altri, là fuori, ignorano la vostra professionalità. Non vi conoscono. Non possono conoscervi… Ma qualcuno, proprio in quel momento, sta cercando di convincerli di poter fare esattamente ciò che fate voi, e gratuitamente. Che fare? Che fareste voi?

Sarebbe un disastro! Un disastro per voi, per la qualità della vostra Opera, e per quella di quanti come voi spendono la loro vita cercando d’inseguire un obiettivo ben preciso. E sarebbe un disastro non meno grande anche per tutte quelle persone che, senza neppure accorgersene, da quel giorno patirebbero un servizio scarso, lontano dall’essere ben fatto e magari scorretto o peggio ancora, pericoloso. Se ne parliamo, è chiaro, un motivo c’è. Il motivo è perché sta accadendo! Sono anni, oramai, che le scuole, specialmente quelle dell’infanzia e della primaria, così come i centri estivi e via dicendo, sono letteralmente invase da animatori di vario genere, persone a cui è stato permesso di stare accanto ai bambini solo perché, un giorno, ebbero modo di dichiarare: “mi piacciono”. Ma tale affermazione non è sufficiente a fare di un individuo un abile educatore. Eppure, il livello medio di professionalità che si respira in giro quando si parla di attività dedicate ai bambini, è ancor oggi questo, purtroppo. <<Parcheggiamoli, e che qualcuno li intrattenga con qualche fuoco pirotecnico>>. Se cresceranno rimbambiti non importa…

Ma se, da un lato, possiamo accettare che all’interno di un centro commerciale chi guarda i nostri figli mentre noi facciamo la spesa sia semplicemente qualcuno a cui “piacciono i bambini”; ciò non può valere quando si parla di filosofia in classe. Non possiamo accettare che a fare filosofia si presenti il primo sprovveduto a cui semplicemente “piacciono i bambini” e magari “piace la filosofia”, né qualcuno che abbia seguito un corso (anche se di livello universitario), o abbia ricevuto un patentino da appendere sopra il comodino (da un’organizzazione che ne distribuisce decine e decine all’anno). È inaccettabile che una materia così profonda venga maltrattata con tale leggerezza solo perché, in fondo, “stiamo parlando di bambini”. Le Associazioni collegate alla filosofia per bambini di matrice americana in Italia sfornano da anni numerosi “patentati” sedicenti “filosofi” che, senza alcun controllo, nelle scuole, causano reazioni che non sono calcolabili. E molti di questi patentati sono insegnanti. Ovvero, persone alle quali viene detto che da un certo giorno in avanti potranno sentirsi libere di maneggiare la filosofia, perlomeno quella contenuta all’interno di un manuale colmo di racconti e storielle (come se parlassimo di perline o di colla a caldo).

6. Quali reazioni?

Per sapere quali reazioni può causare chi da un giorno all’altro inizia a credere di essere un filosofo (e questo, naturalmente, vale anche per chi è laureato in filosofia), e a credere che sia giusto portare questa sua credenza in classe, è sufficiente rileggere il punto 1 di questo scritto, e rileggerlo più e più volte se necessario, e magari leggerlo anche agli amici! Anziché ampliare l’immaginazione dei bambini, questi “filosofi” innamorati della propria voce e del proprio sapere, mettono in atto niente più che un paternalistico catechismo civile (spesso e volentieri imbevuto di una qualche ideologia politica o morale). Una noiosissima serie di massime prese dalla storia della filosofia, mascherate più o meno bene all’interno di favole, racconti, e così via, inanellate a uso e consumo dei più piccoli, nel tentativo (vano e inutile) che essi se le ricordino e che sia un bene per loro ricordarsele. Ci dispiace davvero… ma già lo abbiamo ampiamente dimostrato in altri scritti: ai bambini non interessa la filosofia! È l’adulto che continua a proiettare sui bambini interessi e fantasie che sono solamente sue, come proietta su di loro le sue frustrazioni. Sarebbe questa la filosofia di cui tutti amano riempirsi la bocca? Vorrebbe dire questo imparare a pensare? Nelle scuole dov’è presente il programma di filosofia per bambini, malgrado quel che dica chi ne è coinvolto (e dunque complice), si assiste alla scena, più o meno riuscita, di bambini che imparano a pensare i pensieri dell’insegnante “filosofo” o, peggio, dell’esperto “filosofo” (l’ex professore di liceo in pensione che non ha nulla di meglio da fare che continuare a insegnare, oppure, l’universitario di turno che per raggranellare qualche credito viene spedito dal professore barone a scuola, oppure, il corsista appena “patentato” che vuole buttarsi in “questa cosa della filosofia”, dato che gli piacciono i bambini e gli sono sempre piaciute certe massime di Platone). Certo acquisiscono una morale, e magari anche un pensiero critico. Ma quale? E appartenente a chi?

Occorre dire a queste persone che improvvisandosi in qualcosa più grande di loro stanno facendo colare tutto quanto a picco: la credibilità della scuola, della filosofia, di chi studia e si impegna seriamente in una ricerca che è estremamente, estremamente complicata, all’interno di un territorio quasi sconosciuto, e che non può certo essere insegnata (ma alla quale, semmai, si può solo venire introdotti, come ribadiamo sempre).

7. L’adulto narcisista che gioca a fare il filosofo per bambini (mamma mia!)

Sconvolge profondamente leggere nel volto di un adulto “grande e grosso” (specie se insegna a scuola) il piacere che prova a comandare un gruppo di bambini o ragazzini. Perturba vederlo bearsi del proprio “potere”, della possibilità che ha di dire “tu fai questo, tu fai quello, tu vieni qui, tu vai là”. Sono pochi gli insegnanti che non cadono nel tranello. Sono pochi quelli che non sentono il bisogno di esprimere alcun “potere”, alcuna nevrosi. Infatti, quale forza sarebbe richiesta a un maestro se non il carisma, ovvero la capacità di attrarre a sé senza bisogno di trucchi, fuochi d’artificio o minacce?

Ma il carisma, lo sappiamo, è in estinzione, se la passa peggio di molte specie animali protette, e viene quotidianamente sostituito dal narcisismo, da una specie di volontà di potenza che non lascia scampo. Ecco perché assistiamo, sempre più spesso, ai più folli numeri da circo. Adulti che quando leggono le favole ai bambini modificano così tanto il tono della loro voce da sembrare degli squinternati. Mamme che partecipano a certi programmi di lettura nelle biblioteche e librerie per sentirsi delle “intellettuali” con le amiche. Teatranti che cercano di superarsi, perché il “nuovo” è ciò che vende, e tutto deve diventare, al più presto, spettacolare, memorabile. Infatuati delle nuove tecnologie, pronti a credere che una lavagna elettronica e un iPad li salverà, donandogli una nuova primavera educativa, una personalità (poveri illusi). Adulti che, ricevuto un patentino da filosofi, si addentrano in compagnia dei loro bimbi lungo sentieri impervi, con cipiglio da grandi scalatori. Alla prima nevicata la loro cordata verrà trascina via e saranno guai…

Ma di chi è la colpa? Chi fu così poco furbo da credere che dare in mano a un insegnante o a uno studente “con la passione per i bambini” la parola “filosofia” potesse essere un bene? Chi sottovalutò per la prima volta quel che sarebbe successo? Chi scelse di cedere alle sirene di un potenziale guadagno, sacrificando una materia complessa e assolutamente impossibile da semplificare? Chiunque fu, ci basta sapere che non era dei nostri! Dieci anni fa,  fu proprio analizzando questa penosa situazione che ci sentimmo in dovere di metterci in gioco, che ci domandammo (per la prima volta) come avremmo potuto fare a risollevare le sorti di una materia che era oramai in mano ai bricoleur, agli amanti del fai-da-te, agli appassionati di modellismo filosofico. Purtroppo, ancora oggi, il lavoro da fare è immane. Ovunque abbondano narcisisti pedagogici patologici, nelle classi di scuola come nelle aule universitarie, che ancora credono che portare la filosofia ai bimbi sia il loro compito, la loro missione. Peccato che ai bambini, come si diceva, la filosofia non interessa. A loro interessa giocare, immaginare. Proprio quello che gli adulti tentano, in tutti i modi, di fare al loro posto, costringendoli a lavorare anzitempo sui banchi; mentre impongono a se stessi di partecipare a master che forse li renderanno finalmente utili a qualcuno o qualcosa (terapia, cura, -ling o -lling, sono le parole che vanno per la maggiore nel merchandising dell’alta formazione). È la filosofia a doversi interessare ai bambini (lo ripetiamo da anni, come un mantra), non il contrario! È la filosofia a dover imparare a descrivere il pensiero dei bambini, dai bambini. La filosofia, quella vera, quella che non modifica il tono della propria voce, che non consente a tutti di andare nelle scuole, raccontando futilità e cliché da baci perugina sull’amicizia, la libertà, il bene, il bello, e via dicendo.

8. È probabile che ci daranno addosso
(ma non sapranno rispondere alle critiche)

Sappiamo che ci daranno addosso. Ma chi lo farà? Quelli che stanno a capo delle varie lobby della formazione e dell’istruzione? Gruppetti che riuniscono i rappresentanti delle Università, delle Associazioni, delle Cooperative, che fanno cassa attraverso l’accreditamento a qualche ente, che incassano bonus e finanziamenti a destra e a manca da casse di risparmio e fondazioni? Persone che non  accontentandosi dello stipendio cercano di far quadrare i conti con Master, Scuole di Specializzazione, Corsi di Formazione e Abilitazione, e chi più ne ha più ne metta? Chi parla ai convegni e predica riguardo all’educazione, alla pedagogia, ma non entra in una scuola da anni? Chi dovrebbe fare ricerca, ma è più occupato a mettere il suo nome su miscellanee o articoli scritti da altri? Chi un tempo voleva la rivoluzione e che ora guarda con sospetto e osteggia in tutti i modi chi non si prostra, non bacia i piedi, non incensa? Chi resta fragilmente attaccato al proprio potere, conquistato con fatica di amicizie, favori, bocconi amari e colpi alle spalle? Chi ama far credere a chi lo ascolta di volere l’interesse dei bambini, della scuola, degli insegnanti? Chi sostiene che tutti sono filosofi? Chi venera queste Autorità, chi le considera più intelligenti, solo perché scaltre, abili a star dietro alla politica, alle persone giuste, ai salotti? Chi si aspetta da loro una consegna, un’eredità? Chi aspetta, e aspetta, e aspetta ancora, da una vita? Chi li ha seguiti, chi ci ha creduto, chi ora sa di esser stato fregato, di aver perso tempo, ma non può ammetterlo, non vuole ammetterlo? Chi urla e dice che “portare la filosofia ai bambini è una cosa bellissima, giusta. Si deve filosofare!”, ma non ci credono più neanche lui.

9. Vogliamo delle risposte
(la parte più importante)

Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini come intende monitorare tutte le persone che in questi decenni ha formato, tutte le persone a cui ha consegnato un patentino e impunemente ha consentito di chiamarsi “filosofi” o altro. Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini come creda possa essere possibile che chiunque segua un corso (più o meno lungo) possa essere decretato abile a maneggiare una materia tanto complicata in compagnia di bambini, senza aver prima ricevuto tutte le assicurazioni necessarie circa le intenzioni, le motivazioni, le credenze, i trascorsi, gli obiettivi degli individui “patentati” e spediti nelle scuole. Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini come intende gestire il problema illustrato al punto 1 di questo scritto, circa l’impossibilità per chiunque dei propri operatori di gestire una qualsiasi delle loro attività senza orientare il pensiero dei bambini (specialmente nei casi in cui l’attività parte da una lettura, contenente in sé già guide e obiettivi di dialogo). Vorremmo sapere dalla filosofia per bambini quando intenderà smettere di far finta di non sentire, rimanendo arroccata al proprio scranno, universitario e non. Quando acconsentirà a dialogare pubblicamente con chi la critica, rispondendo punto per punto a queste e altre domande (e facendone a sua volta, com’è giusto), anziché fuggire, ignorare o nascondersi. Sarebbe bello che le persone a cui questa lettera è chiaramente indirizzata si attivassero per rispondere, com’è uso fare in una disputazione filosofica, poiché troppo a lungo hanno goduto di un silenzio che li ha preservati e protetti. Tra l’altro alcuni di loro si fanno chiamare filosofi di strada, pertanto, a meno che la sola strada che conoscano sia quella dalla poltrona alla cattedra di un convegno, immagino saranno abituati al dialogo serrato. La nostra promessa a queste persone è di non smettere di rendere nota tale situazione in lungo e in largo, ovunque ci porterà il nostro lavoro e la nostra quotidiana attività, fino a che non saremo accontentati attraverso un pubblico confronto da organizzarsi presto, in presenza di arbitri imparziali. Confronto che noi stessi ci stiamo attrezzando per allestire. 

10. Un modo diverso di agire

C’è un modo diverso di agire. Contrario a tutto quello che finora abbiamo raccontato. Una strada più stretta: maggiore preparazione, maggiori imprevisti e difficoltà, minore riscontro di pubblico. La ricerca che portiamo avanti, quella che sosteniamo ogni giorno.

Conclusione
(invito)

Confidiamo nel futuro (che porta tutto a galla), nell’intelligenza di tanti, nel cuore di molti, e in chi, alla domanda: “Perché criticare la filosofia per bambini?”
risponderà come farebbe un bambino: “Perché no?”

Evviva!

Carlo Maria Cirino