Mese: gennaio 2018

Intervista a Chiara Armellini

Senza categoria 14 gennaio 2018
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L’Associazione CoiBambini, nata nel 2017 per affiancare il Progetto di Ricerca Filosofiacoibambini (fondato nel 2008), ha scelto Chiara Armellini come illustratrice per la campagna di tesseramento soci 2018 e per la campagna per la salvaguardia dell’immaginazione dei bambini 2018. Siamo entusiasti del lavoro di Chiara, e l’abbiamo intervistata per voi!


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Quanto è importante l’immaginazione nel tuo lavoro?
Cosa fai per tenerla in allenamento?

L’immaginazione è molto importante per il mio lavoro di autrice d’immagini. Per tenerla in allenamento leggo e osservo le immagini dei libri illustrati, vado spesso alle mostre d’arte, di fotografia, di illustrazione ma soprattutto lavoro con i bambini. Insieme realizziamo molti progetti partendo dalle loro idee, ricchissime d’immaginazione.


Quali erano i tuoi giochi preferiti da piccola?
Quanto tempo passavi all’aperto?

Nascondino, Caccia al tesoro, giocare a fare la maestra, giocare a cucinare, cantare e fare concerti stonatissimi con una band di peluche o di cugine. Ho passato l’infanzia in un appartamento che fortunatamente aveva un grande giardino, con alberi, fiori, tombini, alberi da frutto c’erano anche molti bambini che abitavano nel mio stesso palazzo, quindi spesso ci trovavamo a giocare i pomeriggi tra gli alberi e i fili d’erba, o in una piazzetta del quartiere lontano dagli adulti.

 

Qual è il ricordo più bello che hai legato a una storia o a un’immagine?

Ricordo che mi piaceva tantissimo osservare le immagini di Eric Carl, soprattutto quelle del libro “Una coccinella sempre arrabbiata”, me la leggeva sempre mia mamma e non mi stancava mai. Un po’ dopo guardavo in continuazione le illustrazioni di un libro sulle scarpe con protagonista la Signorina Violetta, e le sue amiche scarpe e pantofole; ne ero stregata… ma non riesco assolutamente a ricordarne il titolo.

 

Cos’è per te vivere felice?

Vivere felice è visitare posti nuovi, viaggiare, incontrare vecchi amici, cercare e raccogliere verdure selvatiche dai boschi e poi mangiarle, andare in un cinema sempre diverso, meravigliarsi per le coincidenze, ricordarsi i nomi delle capitali del mondo, giocare, stare al sole e al mare.

Se cercate Chiara, la trovate qui: http://chiararmellini.isoverse.us

Se l’insegnante non ama leggere

Senza categoria 2 gennaio 2018

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Qualche giorno fa ho letto un articolo sugli italiani che leggono sempre meno. Le informazioni erano tante, ma il commento a supporto era scarso, inadeguato (per non parlare dei consigli che dava su come affrontare il presunto “problema”). I dati riportati erano quelli dell’Istituto Nazionale di Statistica. L’articolo non era firmato.

Iniziava così: “Gli italiani amano sempre di meno leggere, se non lo devono fare per lavoro o per studio”. Mi chiedo che significhi questa frase… Cosa c’entra l’ “amare”? Chi ha deciso che l’amore per la lettura si misura in numero di libri letti [che, si badi bene, non devono essere saggi (studio) o manuali (lavoro)]? C’è qualcosa che mi sfugge… 

L’articolo dice che i giovani leggono meno. Probabilmente è vero. Ma che significa? Vuole forse dire che passano meno tempo a scorrere con gli occhi parole stampate su carta raggruppata e numerata a formare pagine di libri? Siamo sicuri che questa loro nuova (e per noi strana) abitudine li renda davvero persone che “amano di meno leggere”? Forse, senza che gli editori se ne accorgessero, i cosiddetti giovani hanno semplicemente sostituito i libri con qualcos’altro. Forse ora leggono persino più di prima… Ma non libri!

Qualcuno protesterà dicendo che non si può dire: “mio figlio sta leggendo una serie tv”, perché “il medium (libro, schermo) non è lo stesso”, e perché “le due cose (leggere, guardare) non si possono paragonare”. Tuttavia, è pur vero che da tempo sia in libreria che in biblioteca campeggiano, accanto ai libri, scaffali e scaffali di dvd, con buona pace di chi ancora si attacca al fantomatico “odore della carta”. Ed è vero anche che se provassimo a “trascrivere” una qualsiasi delle attuali serie tv otterremmo senz’altro un romanzo di livello non inferiore (se non addirittura superiore) a quelli che comunemente riempiono gli scaffali delle catene di librerie che oramai invadono, oltre ai centri commerciali, i centri storici delle nostre città.

Mi chiedo se qualcuno di coloro che commissionano questo genere d’indagini statistiche si sia fatto due domande sul perché ci sia stato questo calo di lettori, o meglio di “amore” per la lettura. Chissà se qualcuno si è chiesto perché così tanti giovani preferiscono “leggere” una serie tv piuttosto che un libro… Certo, titolare che solamente 2 italiani su 5 hanno letto almeno un libro nel corso del 2016 fa spavento e indigna. Ma quanto spaventa e quanto indigna pensare che solamente 2 librai su 5 (perché, a meno che non mi sbagli, sono italiani anche i librai) hanno letto almeno un libro nel corso del 2016? 

Di pari passo col diminuire dell’amore per la lettura negli italiani, riscontriamo il diminuire delle librerie indipendenti (-27% dal 2010) e l’aumentare delle catene e dei franchising (+27% dal 2010). Si tratta, forse, di fenomeni che sarebbe bene collegare? Chissà… Di certo agli editori questo collegamento non viene in mente. Essi rivelano una lungimiranza pari a quella di chi cerca riparo dentro il cannone del circo. Stanno per essere sparati nello spazio e non se ne rendono neanche conto! Peggio è che danno la colpa al basso livello culturale della popolazione e alla mancanza di educazione alla lettura a scuola! Mancanza di educazione alla lettura a scuola? Ho sentito bene? Ma a scuola non si andava proprio per imparare a leggere, scrivere e far di conto?

Gli editori farebbero bene a riflettere prima di lasciarsi andare a certi consigli. L’alfabetizzazione in Italia sfiora, infatti, il 100%, e dunque non è il problema. Piuttosto, è l’ “amore” per la lettura a essere drammaticamente in calo! Ma l’amore per la lettura (e questo vale anche per tutti gli altri parametri che individuano la famosa alfabetizzazione funzionale) non si “insegnano” con efficaci politiche (bla bla bla…), bensì si trasmettono con l’esempio! E l’esempio sarebbero loro i primi a doverlo dare, esprimendosi chiaramente sui problemi veri e seri che riguardano il mondo che gira attorno alla produzione editoriale, ovvero la società.

Che società è quella in cui spariscono le librerie indipendenti? Quella in cui spariscono le persone che sapevano vendere libri perché ne avevano letti a migliaia, perché ne avevano maneggiati e respirati a migliaia? Solo 2 persone su 5 hanno letto almeno un libro nel 2016, perché solo 2 librai su 5 l’hanno fatto, perché solo 2 editori su 5 l’hanno fatto… Solo 2 ragazzi su 5 hanno letto almeno un libro nel 2016, perché solo 2 insegnanti su 5 l’hanno fatto, perché solo 2 dirigenti scolastici su 5 l’hanno fatto, e 2 provveditori agli studi su 5, e 2 professori universitari su 5, e così via… È l’esempio che manca, non l’amore. L’amore ci sarebbe, ma è tenuto prigioniero. Perché quei librai non leggono? Perché quegli editori, e quegli insegnanti, e quei dirigenti non leggono? Perché non sono liberi di farlo. Perché non sono liberi di amare, né di provare umanità.

Un impiegato in una libreria in franchising non ha tempo di leggere, non è tenuto a leggere. Deve saper usare un terminale, saper battere uno scontrino, saper posizionare i libri sugli scaffali a seconda delle offerte, della percentuale di visibilità che si vuol dare a una certa marca piuttosto che a un’altra, dell’appetibilità della copertina e del prodotto. Un insegnante non riesce a leggere, perché passa il suo tempo a riempire moduli, a seguire programmi, a compilare e correggere questionari, a informarsi su leggi, delibere, regolamenti, a mantenersi avanti, al passo… La fretta, l’efficienza, la produttività, l’interesse, che brutti modi di gettare al diavolo ciò che ci rende umani.

Perlomeno i ragazzi hanno sostituito i libri con le serie tv che, certo, non varranno Melville o Salinger, o Dumas, o Conrad, ma sono meglio di certa merda patinata che riempie le novità in libreria e poi finisce al macero o in qualche scatolone in cantina. Meglio di certa roba che sono costretti a fare a scuola e che non serve certo a renderli più umani. Gli adulti, invece, che hanno fatto? Hanno permesso che il mondo se lo prendesse chi non aveva certo a cuore né la lettura, né la cultura, né la civiltà. E così, ecco le catene, i franchising, e i talent show che sono i franchising della televisione, e via di seguito.

Grazie, di nuovo. Grazie a coloro che l’hanno permesso, e a chi invece di parlarne o scriverne getta ancora fumo sugli occhi. Ma soprattutto grazie a chi, prima o poi, speriamo, ce ne libererà.