Mese: settembre 2017

Quando la filosofia inganna i bambini

Senza categoria 27 settembre 2017

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C’è un modo faciledannoso, e ingannevole di fare filosofia per bambini.

Purtroppo, il fatto che sia così facile lo porta a essere largamente praticato. Purtroppo, il fatto che sia così largamente praticato gli permette di fare tanti danni. E i danni, si sa, andrebbero evitati, specie se si parla di bambini.

Qual è il danno?

Il danno consiste nell’abituare i piccoli a credere che la verità nasca dal concorso dei pareri. In altre parole, che è vero ciò che ci interessa, ciò che ci piace. Che il criterio di scelta della verità sia funzionale. Che la verità vada a braccetto con l’utile della maggioranza (il più delle volte l’utile dell’insegnante, o dell’autore del libro, o dell’adulto in generale, ovvero della società nella quale ci si trova a vivere).

Per fortuna, nonostante quel che questi improvvisati filosofi possono raccontare, la verità non nasce affatto dal concorso dei pareri, né criterio di ricerca di essa può essere l’utile, o il piacere, o qualche altra categoria scelta in base a un interesse prettamente funzionale della maggioranza, o di chi detiene l’autorità in quel momento, o altro. Il mondo non si esaurisce nella verificabilità di qualche potente o di qualche gruppo.

Qual è l’inganno?

Per abituare i piccoli a questa deviata concezione della verità, occorre che il filosofo insceni una finzione. In altre parole, inganni i bambini. L’inganno consiste nel far loro credere che siano davvero loro a decidere, all’interno del cerchio e nel consesso dei loro pareri, come stanno le cose circa determinati argomenti di discussione (solo in apparenza scelti da loro): giustizia, libertà, bello, amicizia, natura, tempo, spazio, etc.

Per fortuna, nonostante quel che questi improvvisati filosofi possono raccontare, chiunque osservi da fuori lo svolgersi della scenetta converrà che è l’adulto, il filosofo, a orientare la discussione e dunque il pensiero dei bambini verso determinate scelte, conclusioni, etc. Scelte e conclusioni che sono i valori di verità che egli vuol trasmettere.

Un esempio?

Immaginiamo dei bambini e un filosofo disposti in cerchio. Immaginiamoli mentre chiacchierano attorno al tema della giustizia, di come sia meglio reagire nel caso qualcuno ci faccia del male. I bambini esprimono liberamente le proprie idee all’interno del cerchio. La maggioranza, incalzata da qualche bimbo particolarmente vivace, dice di essere d’accordo nel rendere pan per focaccia. “Se qualcuno mi ferisce, io lo ferisco!”. “Se qualcuno mi dà un pugno, io gliene do un altro uguale o addirittura più forte!”. Tranne qualcuno, la maggioranza è d’accordo nel chiamare “giustizia” quel modo di reagire.

Che farà il filosofo a quel punto? Ratificherà la decisione democratica del cerchio? Assegnerà valore di verità all’idea che “giustizia” di fronte a un pugno sia rispondere con un altro pugno? Oppure cercherà, in un modo o nell’altro, di condurre i bambini a un altro modo di ragionare, perché giungano a più benevole conclusioni? Siamo certi che la maggior parte dei filosofi in circolazione negli istituti scolastici non lascerebbe i bambini nella loro opinione, ma tenterebbe – come si suol dire – di farli ragionare. E per fortuna! Vi immaginate cosa accadrebbe se i bimbi tornando a casa dicessero ai loro genitori che nell’ora di filosofia si è sancita la regola: occhio per occhio, dente per dente?

Sia chiaro, però, che in questa situazione, come in ogni altra simile, il pensiero dei bambini, che evidentemente non può esser lasciato libero, viene orientato dall’adulto nella direzione in cui egli desidera che vada. Orientato dall’adulto che si trova all’interno della classe in quel momento. Orientato dall’autore del libro che egli sta leggendo ai bambini. Dall’adulto, o dall’autore, che i bambini non hanno scelto. Dall’adulto, o dall’autore che le famiglie di quei bambini non hanno scelto. Dall’adulto, o dall’autore, che si dice filosofo, ma che nei fatti nessuno sa quel che pensa, né come pensa.

Nessun filosofo ammetterà mai di orientare il pensiero dei bambini. Nei fatti, però, ciò che accade è proprio questo. I bambini vengono ingannati. Illusi d’esser liberi di discutere e di decidere; illusi dagli adulti che li circondano e controllano, e che li trascinano e orientano con mezzucci più o meno ben fatti verso conclusioni che siano accettabili per loro e per la società che essi rappresentano. Una truffa, dunque. Una truffa addolcita e resa elegante grazie all’improprio utilizzo del termine Filosofia.

Quindi?

La verità, dunque, non nasce dal concorso delle opinioni. Né quando esse si rivelano contrarie alla realtà dei fatti (la terra non sarebbe piatta neanche se la maggioranza di noi lo credesse), né quando – più o meno casualmente – esse concordano con la realtà (la terra non è uno sferoide perché la maggioranza di noi crede, giustamente, che lo sia). Noi non siamo causa prima di alcuna verità. E nemmeno il nostro utile, e nemmeno l’utile della maggioranza. Far credere ai bambini il contrario, oltre a essere sbagliato è anche profondamente ingiusto e non porta nulla, nulla, nulla di buono.

Chi fa filosofia per bambini su questo tace, preferendo far credere a genitori e insegnanti che il pensiero dei loro piccoli verrà lasciato libero di esprimersi, senza essere guidato in alcun modo. Perché? Perché è facile. È facile prendere un libro, leggere, far chiacchierare i bambini, e condurli dove si vuole. È estremamente facile. Facile e pericoloso.

Se non lasciate che i vostri figli accettino caramelle dagli sconosciuti quando giocano in strada, allora ci auguriamo che non lascerete nemmeno che degli sconosciuti gli offrano argomenti filosofici come fossero caramelle, in classe. I bimbi hanno bisogno d’immaginare, non di qualcuno che guidi la loro immaginazione, né tantomeno di un filosofo innamorato della sua voce, che gli suggerisca cosa sia meglio pensare. È tempo di opporsi a questo modo facile e tutt’altro che rivoluzionario di fare educazione, e noi naturalmente siamo in prima linea.

C.

Il vaccino più importante che nessuno fa!

Senza categoria 5 settembre 2017

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C’è un vaccino che in Italia fanno in pochissimi bambini. Un vaccino che andrebbe somministrato per la prima volta a un anno e mezzo di vita. E da lì in poi tutti gli anni, a garantire una copertura stabile, almeno fino agli otto, nove anni d’età. Il vaccino previene un deficit importante. Un deficit che non andrebbe trascurato, ma che purtroppo la maggioranza dei genitori ed educatori perde colpevolmente di vista: stiamo parlando del vaccino contro il deficit d’immaginazione

Dal momento che l’immaginazione, quale facoltà mentale fondamentale e insostituibile dell’essere umano, vive la sua maggior fioritura tra i 18 mesi e gli 8/9 anni di vita di ciascun individuo, siamo convinti che sia proprio lì, a quell’età, che tutti dobbiamo iniziare a preoccuparcene, mettendo in atto ogni mezzo in nostro possesso per salvaguardarla da qualsiasi pericolo, da qualsiasi cosa possa nuocerle o, peggio, estinguerla. L’immaginazione va protetta. Ne va del nostro benessere, di quello delle future generazioni. Ne va della stessa sopravvivenza dell’uomo, per come siamo stati abituati a conoscerlo: un animale sociale, razionale e spirituale. Un animale con in più l’immaginazione. La facoltà che, per l’appunto, lo rese sociale, razionale e spirituale. 

Crescere con un ammanco d’immaginazione, ovvero con un deficit d’immaginazione, comporta, dunque, conseguenze gravissime per l’individuo. Un ritorno all’animalità, o meglio, alla bestialità. Un rischio che nessuno correrebbe per il proprio bimbo, ma che nei fatti quasi nessuno tiene adeguatamente a distanza. Per brevità, elencheremo solamente alcuni dei pericoli insiti nel crescere con un’immaginazione deficitaria:

1) la difficoltà a reagire di fronte agli imprevisti
in maniera creativa e non automatica;

2) la difficoltà a gestire i rapporti interpersonali
e a leggere le diverse situazioni sociali;

3) la difficoltà a controllare i propri impulsi emotivi e le proprie reazioni;
4) la difficoltà a portare a termine i propri impegni in maniera indipendente;
5) la difficoltà a ricordarsi e a immaginarsi, permanendo nel buio istante presente;

6) la difficoltà a legare tra loro i ricordi biografici
all’interno di un orizzonte di senso;

7) la difficoltà a slanciare questo orizzonte di senso verso un futuro positivo.

Proprio il deficit d’immaginazione è in buona parte responsabile dell’aumento dei disturbi d’ansia, di quelli legati al tono dell’umore, al sonno, nonché delle numerose sindromi depressive, e in età evolutiva dei sempre più numerosi disturbi del comportamento (di cui sono oramai colme le scuole e le classi), e non solo…

Ma veniamo alle cause del deficit d’immaginazione. Cause, purtroppo, tutt’altro che immaginarie. Note da tempo, ma passate colpevolmente sotto silenzio. (1) Anzitutto, in età evolutiva, l’uso (e di certo l’abuso) della tecnologia digitale. Nessuno può dire di aver mai conosciuto una generazione digitale. Una generazione, cioè, che abbia passato l’intera infanzia (ovvero il momento di maggior sviluppo dell’immaginazione e delle facoltà ad essa connesse) in stretta compagnia di smartphonesmart tvcomputerl.i.m.ebooks, ecc. Nulla ci fa ben sperare, anzi. I rischi, alle porte, sono proprio quelli sopraelencati. E tra una ventina d’anni potremmo esserne testimoni (2) Poi, la fretta. L’efficientismo produttivo che si respira all’interno dei luoghi che dovrebbero essere deputati all’apprendimento. La burocratizzazione dell’educazione. L’industrializzazione della scuola. La volontà di guardare ai bambini non più come assolute irripetibilità, ma come complessi di competenze, abilità, intelligenze, futuri materiali da statistiche per le analisi dei supercomputer dei colossi del commercio e dei servizi: Amazon, Google, etc. (3) La crisi nella quale si trova il gioco, a seguito dei precedenti punti. Bambini che non sanno più giocare, né da soli né in gruppo. E che attendono le istruzioni di qualche computer per sapere cosa fare. (4) La mancanza di figure carismatiche. Di maestri, di madri e padri che tornino a valere di più di un qualunque personaggio televisivo o, peggio, di un qualunque imbecille che dice la sua su un social network o instant messaging di turno. Di tradizioni comuni, popoli, luoghi riconoscibili (non di franchising tutti uguali, di supermercati, di catene alimentari, di fast food, etc.).

Che fare?
Quale rimedio adottare?

L’unica terapia conosciuta, il solo vaccino contro questo deficit, è la prevenzione. Prevenire non fa male. Non occorre inoculare alcunché al bambino, né portarlo in ambulatorio. Non ci sono controindicazioni, ma solamente ottime notizie per il piccolo.

1) Tecnodigiuno durante l’infanzia.
Sapienza nell’utilizzo di tali strumenti solo dai 9 anni.

2) Una scuola che privilegi l’immaginazione.
Un metodo educativo trasparente, puro.

3) Insegnanti che sappiano fare a meno di schede, test, l.i.m., iPad, tabelle, etc.
4) Pomeriggi di gioco, bambini liberi da agende fitte d’impegni.
5)
Maestri, padri e madri forti, carismatici.

6)
Una città in cui risiedere che sia davvero a misura di bambino, che tenga finalmente conto delle sue necessità simboliche, del suo bisogno di punti di riferimento, di quiete, di raccoglimento. Non un parco di divertimenti, né un luogo privo d’identità, né uno spazio pronto ad essere depredato dal circo del consumismo televisivo, alimentare, etc.

7) Uno Stato in cui risiedere che auspichi la libertà dei propri cittadini. Che desideri una generazione di uomini e donne forti, non piegate ai diktat del consumo, non distrutte dal lavoro, dai limiti di una vita spesa lontano dalla natura, dall’aria pulita, dalla possibilità d’immaginare, di costruire, di vivere in senso pieno.

Ecco dunque il vaccino di cui ci sarebbe più bisogno:
il vaccino più importante che nessuno fa,
e che furbescamente nessuno
Stato obbliga a fare!

(Sapete perché quello contro il deficit d’immaginazione è un vaccino fondamentale? Il più importante? Perché senza immaginazione nessun altro vaccino sarebbe stato sintetizzato e perché occorrerà molta immaginazione per sintetizzare i vaccini del futuro, quelli che, forse, ci permetteranno di continuare a sopravvivere su questo pianeta, facendo fronte alla nostra ormai cronica assuefazione agli antibiotici).

Perciò, genitori ed educatori, ricordatevi di fare prevenzione!

Dal momento che le scuole, ora, s’informeranno su di voi, se avrete fatto vaccinare i vostri bambini oppure no, voi informatevi su di loro, se sono pronti a vaccinare i vostri bambini ogni giorno contro il deficit d’immaginazione, se adottano metodi d’insegnamento e programmi che espandono l’immaginazione e non la estinguono, se rispettano i punti esposti sopra, perché, così non fosse, voi li iscriverete da un’altra parte!

C.