L’asilo nella giungla

Senza categoria 16 giugno 2017

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Preso atto dei difetti del sistema scolastico nazionale e percepita, attraverso una sofisticata indagine su diversi gruppi whatsapp, la velleitaria intenzione di molte mamme di ritirare i figli da scuola (perché preoccupate di doverli lasciare tutto il giorno al chiuso di un edificio di cemento), un manipolo di geniali individui creò L‘asilo nella giungla. Erano un imprenditore, un consulente finanziario, un social media manager, una fashion blogger, un’importante immobiliarista e tour operator, e un pedagogista.

Una sera, dopo aver passato in rassegna tutti i vari settori sui quali avrebbero potuto investire i loro soldi per farne molti di più, e avendo trovato già occupate molte preziose aree di mercato (pannolini, giocattoli, medicinali, etc.), dissero in coro, <<L’educazione! Buttiamoci sull’educazione!>>. E così, di lì a poco, avevano già un piano…

Anzitutto, il social media manager avrebbe provveduto ad aprire una bella pagina Facebook chiamata “L’asilo nella giungla“. Poi, grazie a una campagna pubblicitaria mirata su mamme arrabbiate e in rivolta contro l’istituzione scolastica, lo smog, la mancanza di diritti e di libertà, etc., avrebbe provveduto a sollevare un bel polverone attorno al tema. Ogni giorno avrebbe martellato i suoi utenti, grazie a filmati e fotografie strappalacrime, circa i rischi di un’educazione standard, fatta al chiuso di una classe, senza alberi, senza ossigeno. La mancanza d’aria e di libertà che le mamme arrabbiate avrebbero percepito scorrendo le notizie sulla loro bacheca le avrebbe fatte andare ancora di più su tutte le furie. Presto le strade si sarebbero riempite di cittadini infuriati: <<Come possono i bambini esser tenuti a scuola tutto il giorno! Devono poter abbracciare gli alberi quando vogliono!>>. In breve tempo, la soluzione sarebbe stata proposta alla massa urlante: L’asilo nella giungla. Grazie a un’accurata scelta d’immagini ritraenti bambini in braccio a scimpanzé, o che carezzavano cuccioli di tigre, o salivano su liane e poi si lanciavano nel fango, il più era ormai fatto. Tutti, ma proprio tutti, volevano L’asilo nella giungla.

E, d’altronde, come non volerlo? Come non trovarsi d’accordo di fronte a un messaggio tanto semplice e chiaro? Stare all’aria aperta fa bene, nessuno poteva rifiutarsi di ammetterlo. Quindi andare a scuola all’aperto era il massimo. Bambini contenti, genitori contenti di spendere soldi. <<Se altri sono riusciti a imbottigliare l’acqua minerale!>>, disse l’imprenditore durante una riunione, <<Perché non dovremmo riuscire noi a vendere l’idea che stare all’aperto fa bene!>>.

Il lavoro del social media manager continuò naturalmente, con risultati sempre più gratificanti, quasi esponenziali. Mano a mano che fioccavano le interviste e i giornali, le radio, le televisioni s’interessavano al fenomeno “L’asilo nella giungla“, crescevano le iscrizioni e le prenotazioni da ogni parte. La fashion blogger, poi, ci mise del suo, anzitutto iscrivendo il proprio primogenito a un Asilo nella giungla e rilasciando subito un’intervista ad hoc su un rotocalco famoso che tutti i saloni di bellezza si sarebbero procurati, poi creando una linea di abbigliamento che richiamasse la giungla e la libertà che solo lì era possibile raggiungere.

Inutile dilungarsi sui profitti del tour operator e dell’immobiliarista… Pensate che i pochi ricchi che se lo potevano permettere già avevano iniziato a mandare ogni settimana i loro figli a scuola in qualche isola del distretto di Bali, in piena foresta indonesiana. E per i meno abbienti erano state allestite giungle improvvisate nelle campagne un po’ fuori città, o all’interno di serre riscaldate ricavate dentro ex capannoni industriali. I bambini avevano il caldo, le zanzare, le pozzanghere, potevano sporcarsi, farsi male e persino interagire con animali esotici più o meno grandi e affamati.

Il consulente finanziario del gruppo, che ormai faticava a dormire la notte, apriva continuamente nuovi fronti di mercato, maledicendo per questo la fashion blogger. C’era tutto il merchandising de L’asilo nella giungla: i cappellini da esploratore, le t-shirt finte sporche, il trucco per mimetizzarsi, gli scarponcini (che si vendevano assieme al piccolo coltellino svizzero dalla punta arrotondata). E poi c’erano i corsi di formazione per insegnanti che volevano essere abilitati per insegnare nella giungla. Corsi su come riuscire a evitare di finire dentro la bocca di un coccodrillo o divorati da famelici piranha, e soprattutto come insegnare le tabelline appesi su una liana a dieci metri d’altezza. E poi gli introiti del marchio, che dovevano essere ben investiti, in modo da avere, nel più breve tempo possibile, un L’asilo nella giungla in ogni città e borgo della nazione. <<Franchising>> aveva detto qualcuno durante qualche riunione.

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Passarono gli anni, e la moda de L’asilo nella giungla passò. Tutti sapevano che sarebbe successo, o prima o dopo, così, nessuno se ne stupì troppo. Fintanto che l’illusione era durata avevano raggranellato belle somme, e di quello potevano dirsi tutti soddisfatti. Certo tutti quegli edifici pieni di piante tropicali sfiorite facevano un po’ tristezza, ma tant’è. La colpa fo, forse, di qualche concorrente sleale, di quel L’asilo sulla Luna che si erano inventati in America, o di quel L’asilo sul vulcano, che era cominciato ad andare di moda in Sicilia. O forse fu colpa della fashion blogger che non faceva più tendenza.

O magari la colpa fu di quel manipolo d’insegnanti che un giorno si prese la briga di chiedere quale idea pedagogica ci fosse dietro tutto quell’ambaradan andato in scena da un momento all’altro. <<Nessuno>>, disse il pedagogista.
<<A me non mi hanno mai interpellato>>.

C.