Lettera aperta a un insegnante coraggioso

Senza categoria 3 novembre 2016

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Caro insegnante,

chiunque tu sia, e dovunque tu sia, ti chiedo solo un po’ di tempo.
Un po’ di pazienza nel leggere questa lettera. Ti chiedo di sederti, rilassarti,
ascoltare ciò che voglio dirti. Ti chiedo di immaginare che io sia lì,
che ti stia raccontando questa storia, occhi negli occhi,
emozione su emozione. Sono lì anche io.

Ricorda quand’eri bambino, ti prego.
Quando giocavi, col solo pensiero di giocare.
Quando nulla di ciò che oggi cattura la tua attenzione ti interessava.

Poi sei cresciuto.
Sei diventato adulto.

Certi giorni ti svegli senza energie.
La stanchezza ti afferra, ti rende vulnerabile, ti fa sentire solo.
Sei convinto di non avere la forza di lottare contro un sistema più grande di te,
che giudichi sbagliato ma non sai come cambiare,
dal quale non puoi allontanarti.

Eppure, ti è stata affidata la libertà di tanti bambini, la loro immaginazione.
Hai per le mani un potere grande. Più grande di quello di qualsiasi
governante, re, principe, dittatore. Un potere più grande
di quello di qualsiasi politico, banchiere,
presidente, amministratore.

L’immaginazione è la cosa più preziosa che abbiamo.
Ce l’abbiamo tutti, sempre. Ce l’abbiamo mentre camminiamo
per la strada, quando leggiamo un libro. Ce l’abbiamo in prigione,
dentro una cella, mentre veniamo percossi a morte. Non ci abbandona
in ospedale, né quando siamo addormentati o incoscienti. È con noi al cinema,
quando facciamo lavorare le mani, mentre aspettiamo che una persona ritorni.

Una persona che immagina è una persona libera.

Una persona che immagina è una persona che può dire sì o no,
che può allungare una mano per salvarne un’altra,
coraggiosa, che può decidere di partire,
di restare, di non obbedire.

Una persona che immagina è una persona che può cambiare il mondo,
a partire dalle proprie immagini, i propri sogni, le proprie sensazioni.

I bambini allenano l’immaginazione già prima di nascere,
quando immaginano la loro madre, ma noi ce ne accorgiamo solamente
quando, a un anno e mezzo, iniziano a giocare, a fare cose con le cose.

I bambini giocano, in ogni parte del mondo.
E noi non dovremmo permettere che ad alcuno
manchi il gioco necessario, oltre al nutrimento.

Ti chiedo di guardarti attorno con attenzione.
Di osservare come l’immaginazione di tutti noi,
e dei bambini soprattutto, venga abbattuta, violentata,
giorno dopo giorno, sempre di più. La tecnologia data in pasto
ai piccoli li fa vivere all’interno di fantasie create a tavolino per
convincerli a consumare, a comprare. Il cinema, la televisione,
internet, le app, la pubblicità, li ipnotizzano, rubandogli
immagini, sottraendogli libertà, istante dopo istante.

I piccoli credono che l’acqua nasca nelle bottiglie,
non sanno cadere e farsi male, pensano che le armi siano
qualcosa di divertente, che sia giusto parlarsi addosso, urlare.
Nelle classi, non c’è quasi nessuno che non chieda conferma
circa il colore da usare nel disegno, o come girare il proprio
foglio, che non abbia qualche disturbo legato al linguaggio,
all’espressione, alla timidezza, alla valutazione.

In classe, quasi nessun bambino ha pazienza di sedersi
ad aspettare, di respirare, tenere gli occhi chiusi per più di un istante.
Tirar fuori una parola o una storia, è un’impresa sempre più difficile.

Giorno dopo giorno, noi adulti lasciamo che le cose restino
sempre le stesse. Vediamo il baratro, ma non ci fermiamo.
Con la scusa di non poter fare nulla, mettiamo da parte
il nostro coraggio e acconsentiamo alla deriva.

Ma uno schermo non potrà mai sostituire una carezza.
Una ricerca su google non potrà mai sostituire il racconto
appassionato di un nonno. Un’amicizia su Facebook non potrà
mai ricambiare un abbraccio o uno sguardo. Le fantasie di un altro,
di un programmatore o di uno sviluppatore, potranno sostituire
le mie fantasie solo in cambio di un detrimento della mia
libertà personale, della mia libera immaginazione,
dell’unica cosa che mi rende vero.

Lo sappiamo, ma non facciamo nulla.

Obiezione di coscienza la chiamano alcuni. Altri, azione non-violenza.
A scuola significa rallentare, fermarsi se necessario. Aspettare tutti i bambini,
sempre. Non lasciare nessuno indietro. Mai. A costo del programma,
delle cose da fare, a costo di qualsiasi cosa, non abbandonare più
nessuno. A nessuno far pesare la propria condizione.

Valorizzare l’essere, nel gruppo, a ogni istante.
E non il fare, che si tramuta sempre nel saper fare.

Diagnosi, statistiche, disturbi, sostegni, fuori dalla porta, basta.
A scuola, ciascuno si occuperà di ciascun altro, senza differenze,
conservando un ritmo umano, un ritmo bambino.

Non violenza vorrà dire non acconsentire
più alla valutazione, alla somministrazione di test.
All’acquisto di libri di testo (scritti per bambini statistici,
che non esistono). Vorrà dire non accendere più la lavagna elettronica,
il televisore, il tablet. Vorrà dire tecnodigiuno, a casa e a scuola, e allenamento,
canalizzazione delle proprie energie verso armonia e bellezza, verso il controllo
delle proprie passioni, tristezze, rabbie. Vorrà dire Arte, Musica, Natura.
Vorrà dire sabotaggio della fotocopiatrice a scuola, delle schede,
dei lavoretti, di qualsiasi attività che non risponda a un
chiaro ampliamento dell’immaginazione di ciascun
bambino. Non in vista di un’immaginazione unica,
ma di un’immaginazione plurale.

E se quello che ti chiedo comportasse emarginazione
da parte dei colleghi, dei genitori, e della società, amico,
sappilo affrontare lo stesso, perché sai che si tratta del giusto,
dell’avere a cuore l’immaginazione e la libertà.

Insegnante, amico. Io credo in te.
Credo nel tuo grande potere, che già da domani
può iniziare a scorrere. Che già da domani può invadere
l’argine, può riconquistare lo spazio, il tempo, la scuola, la strada,
la casa, la città, la campagna, la mattina, il pomeriggio, il sogno e la veglia.

Abbi cura dell’immaginazione.
Abbi cura dei bambini.

Da domani abbi cura di tutti noi.

www.coibambini.com