La Scuola non esiste più.

Senza categoria 24 ottobre 2016

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Sono passati quasi nove anni da quando ebbe inizio quest’avventura. E in nove anni ne sono successe di cose. Quanti bambini, insegnanti, studenti, classi, scuole, banchi, cattedre, viaggi, laboratori, lezioni, esperienze, ore di lavoro e studio.

Se in nove anni e migliaia di ore di pratica a diretto contatto coi bambini non avessimo maturato una posizione filosofica ci sarebbe stato da preoccuparsi e ora non faticheremmo a dire d’aver fallito. Ma l’obbligo morale che da sempre abbiamo avvertito nei confronti di chi ci segue e crede nel nostro approccio educativo non ha mai smesso di spingerci verso l’obiettivo, irraggiungibile per definizione, ma non per questo meno importante: il perfezionamento dell’educazione.

La nostra posizione riguardo agli Universali è ben nota. Per non voler generalizzare ribadiamo di essere nominalisti, perlomeno quando si tratta di certe questioni. La scuola ad esempio. La Scuola come Universale non esiste. Esistono però le singole scuole. Ma soprattutto esiste il particolare spazio-tempo educativo. E ci si augura che il bambino lo occupi, lo abiti, il più a lungo possibile.

Credere nell’Universale Scuola porta a commettere errori evitabili e ad acconsentire a ciò che mai razionalmente potrebbe dirsi accettabile.

Ad ogni modo, credere che mandare un bambino a scuola voglia dire mandarlo ad abitare uno spazio-tempo educativo è un’illusione alla quale possiamo consigliarvi di non credere più, un po’ come si fa a una certa età con Babbo Natale.

La Scuola come Universale non rappresenta più e forse non ha mai rappresentato uno spazio-tempo educativo, ovvero uno spazio-tempo nel quale l’immaginazione del bambino venga allenata, ampliata, favorita e non schiacciata e ostacolata.

Esatto, perché uno spazio-tempo educativo altro non è se non un istante (più o meno lungo) in cui l’immaginazione si allena, si allarga, in cui la mente comprende intuendo i significati profondi, le metafore, le connessioni, le intenzioni, le sensazioni. Ed è qui che i bambini dovrebbero sostare maggiormente, perché qui e solo qui apprendono (senza ricorrere alla memoria, alle verifiche, ai voti, alle valutazioni, competenze, abilità).

Esiste, lo ribadiamo ancora, lo spazio-tempo educativo.

E questo potrà coincidere con la scuola, certo. Ma non con la Scuola come Universale (che non esiste), bensì soltanto con una scuola particolare, ubicata in una Via particolare… a un civico particolare…, in una città particolare, con all’interno un Maestro particolare che avrà un nome particolare… e svolgerà un programma particolare, rivolto solo ed esclusivamente ai suoi particolari bambini, che utilizzeranno libri particolari, scritti per loro, che faranno esperienze particolari, in un ambiente costruito per loro, senza verifiche o con verifiche particolari per ciascuno, e così via…

Oppure, come accade nella maggior parte dei casi, lo spazio-tempo educativo non coinciderà affatto con la scuola e allora lo si potrà cercare e trovare in campagna, in un bosco, in un appartamento in città, nella passeggiata domenicale, nella mamma che parla al bimbo prima che si addormenti, nella casa dei nonni il sabato pomeriggio, o in sogno.

A noi interessa che i bambini, tutti, vivano più che possono in uno spazio-tempo educativo. Ma sappiamo, senza poter essere smentiti, che questo spazio-tempo non coincide più con la maggior parte delle scuole che si trovano in circolazione. E il motivo è semplice e presto detto: la maggior parte delle scuole ha scelto, più o meno consapevolmente, più o meno stancamente, di adeguarsi all’idea di Scuola come Universale, fidandosi di programmi, indicazioni, teorie, nomi, tecnicismi, obiettivi, prove, testi, schede, burocrazie, progetti, apparati, diagnosi, costruiti su bambini statistici. Bambini che non esistono. Altri Universali che si nutrono di particolari omologati.

E nel frattempo l’immaginazione sparisce a una velocità più che preoccupante. Bambini che sanno schiacciare dei tasti su un tablet, sanno tre lingue, sanno fare una A all’interno del quadratino, o colorare di giallo il Sole disegnato sulla fotocopia, ma che quando andiamo in classe fanno fatica a tirar fuori una parola e poi non sanno che farci.

Creatività zero. Indipendenza sotto zero.

E questo mentre i teorici della filosofia per bambini di matrice americana (p4c e quant’altro), i signori professori dall’alto delle loro cattedre, che hanno avuto più di quarant’anni per fare qualcosa ma non hanno inciso sul sistema neppure di un’anticchia (come si direbbe in siciliano), ancora predicano di comunità di ricerca ecc. Teorie decrepite da sistema totalitario.

Qui siamo di fronte a un fraintendimento di ordine metafisico che rischia di condurci all’estinzione dell’immaginazione. A generazioni di persone così poco radicate da essere assolutamente inadatte a quel che le aspetta. Ecco perché FilosofiaCoiBambini non potrà che apprestarsi a una transizione necessaria, da Progetto a Movimento. Perché il problema non può essere ignorato e non può essere corretto se non con forze che si raccolgano insieme territorialmente, tra insegnanti, studenti, genitori, e così via.

E al diavolo gli Universali.

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