Una scuola senza vittime

Senza categoria 12 agosto 2016

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Il sacrificio è l’istituzione primordiale
della cultura umana.
(René Girard)

Ho 31 anni. Sono stato un alunno per buona parte della mia vita.
Poi “maestro di filosofia”, come dicono i bambini coi quali
passo ogni giorno di scuola da un po’ tempo ormai.

Su quella frase di Girard ci ho riflettuto a lungo e spesso.
In un testo che mi è caro, egli afferma che ogni istituzione culturale
(compresa l’educazione e dunque la scuola) dev’essere
interpretata come trasformazione del sacrificio.

A lungo non ho capito che volesse dire.
Ora cercherò di spiegarvi cos’ho in mente.

Vi ricordate la frase che Caifa, il sommo sacerdote,
pronunciò davanti al Sinedrio riunito per decidere circa Gesù?
<<Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia
un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
>>.

Ecco svelato il meccanismo del sacrificio,
dice Girard!

Poi, questa illuminazione.
Un fatto personale.

Durante uno dei miei seminari in giro per l’Italia,
dove racconto il lavoro che faccio insieme al mio gruppo
e cerco di trovare persone che vogliano unirsi a noi,
dico che un insegnante dovrebbe avere
a cuore ogni alunno.

Ribadisco che se anche uno solo dei bambini presenti in classe
soffre per qualcosa o qualcuno, tutti dovrebbero fermarsi
per cercare di risolvere quella situazione, prima di
proseguire, prima di fare qualsiasi cosa.

Dico che non c’è fretta di arrivare da nessuna parte  
e che è importante che nessuno, mai, rimanga indietro. 

Ribadisco che per quanto mi riguarda se a un bambino
occorre una mattinata intera per tranquillizzarsi,
partecipare a un’attività o altro, tutta la classe
ha il dovere di fermarsi e aspettare.

Dico anche che non solo la classe, ma la scuola intera dovrebbe
essere organizzata in modo tale da far sentire la sua vicinanza
a ciascuno. Ribadisco che l’intera scuola dovrebbe potersi
fermare se solamente una delle persone che stanno
sotto il suo tetto ha un problema, un dolore,
una difficoltà.

Con un’onestà che mi lasciò senza parole,
e alla quale ripenso ancora con stupore, il mio interlocutore,
durante quel seminario, mi rispose che quel che dicevo non stava in piedi.
Che la classe non poteva permettersi di fermarsi ad aspettare qualcuno.
Che a scuola non c’è tempo per certe cose. Che si fa quel
che si può ma che dappertutto non si può arrivare.

<<Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio
che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
>>.

Quanti Caifa nella scuola. 
Quanti Sinedri i collegi docenti.

Quante volte, sovrappensiero, si è acconsentito al sacrificio.
Quante volte non ci si è fermati, per il bene della nazione intera,
della classe. Quanti sono stati sacrificati, perché più lenti
rispetto alla media, o più veloci, più intuitivi,
fragili, doloranti, abbandonati.

Quanti poi hanno smesso di studiare,
hanno perso fiducia in se stessi, nei loro mezzi.
Quanti sono stati chiamati stupididislessiciautistici.

Quanti conservano e conserveranno
un brutto ricordo della Scuola, perché questa
gli ha negato il volto umano, mostrandogli solamente
la faccia meccanica, il lato-fabbrica, quello dell’efficienza produttiva,
del numero di iscritti, delle prove invalsi, delle competenze,
delle tabelle, dei grafici, della pedagogia slegata dal
buonsenso, dei pasti pronti, delle emozioni
targate pixar, degli obiettivi, e così via.

Basta.

Come dice Girard, una volta che il sacrificio è svelato,
non si torna indietro, niente è più come prima.
La Scuola va cambiata, ripensata. Ne va
inaugurata una nuova, se necessario.

Una scuola che ci insegni a scoprire chi siamo,
senza più sacrifici, senza più vittime.

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