Il filosofo coi bambini

Senza categoria 30 aprile 2016

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Ci si chiederà chi è il filosofo coi bambini.

Un carattere, un’impronta,
tale per cui lo si distingue inequivocabilmente da ogni altro,
anche in mezzo a una folla. A suo agio dovunque si raccolgano
dei bambini, utilizza la parola senza esserne schiavo,
prediligendo i movimenti del corpo per trasmettere
il tipo di esperienza filosofica alla quale,
a suo tempo, liberamente scelse
di ordinarsi.

Le braccia sono flesse, le mani archeggiano,
il volto comunica una tranquillità energica,
una pace vigorosa.

Lo guida un insegnamento, sopra tutti gli altri,
simile a quello lampeggiato nei canti del poeta Dādū,
tenero fino all’inverosimile e per questo inespresso, silenzioso:
«il maestro guarda e, se non lo si intende, si rassegna a parlare»,
come riportato da Elémire Zolla; oppure vicino a quello dell’asceta
S. Nilo del Sinai, che recita: «chi è legato non può correre»,
che destramente ci ricorda che le parole possono diventare
un cappio al collo di chi non sa ben immaginare.

Il filosofo coi bambini, diremo con forza, ha a cuore l’immaginazione,
più di ogni altra cosa. La capacità di parlare di cose non presenti,
ciò che davvero marca la distanza tra l’uomo e gli animali.

Non il linguaggio, non la capacità di scambiarsi informazioni,
né la possibilità d’instillare stati d’animo in altri,
ma l’interesse in ciò che non c’è, la perenne
attesa di una partenza o un ritorno,
sperato o temuto.

Chiunque abbia avuto la fortuna di dividere
parte della propria vita con un cane, un gatto, un cavallo,
o un qualsiasi altro animale, sa cosa vuol dire comunicare,
in senso pieno. Pur senza condividere un linguaggio,
gli scambi, tra noi e loro, sono innumerevoli.

Non è la parola, allora,
a rendere l’uomo tanto diverso:
qualunque proprietario lo confermerà
parlando del proprio amico animale.

Né la sintassi, che, tra l’altro,
sembra possiedano anche i fringuelli;
nemmeno la possibilità di leggere le emozioni altrui
(i cavalli riescono a leggere le emozioni sui volti di non conspecifici),
bensì la capacità d’immaginare e quindi la possibilità di parlare
di cose non presenti, che già si sono verificate o che ancora
devono accadere, e soprattutto che sarebbero potute
o potrebbero andare diversamente!

Immaginazione, appunto,
che certo ha a che vedere col linguaggio,
ma in maniera affatto particolare.

www.coibambini.com