Mese: marzo 2016

Il banco di scuola

Senza categoria 24 marzo 2016

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L’inizio è il banco. Lo stare sul banco. 
Dritti. Le gambe non ciondolano,
le braccia si appoggiano,
le mani libere.

Il banco segna l’inizio e la fine della scuola.
Andare a scuola, per molti, significa stare sul banco.
Andare bene a scuola vuol dire, per la maggioranza, saper
stare sul banco. Il monello, giù in fondo alla classe, si aggrappa
a quel piccolo tavolino con tutte le sue forze, lo sposta, lo gira,
lo scaraventa, ci si sdraia, lo calpesta, pittura, incide,
mordicchia. Il monello non sa stare sul banco,
cosicché i più si domandano che senso
abbia che egli vada a scuola.

Sembra che un tempo banco stesse a indicare il rialzo di terra.
Qualcosa sul quale volendo ci si poteva sedere, curvandosi un po’,
oppure scrivere o scambiarsi cose, ragion per cui doveva rassomigliare
a un tavolo, anche se di gran lunga più scomodo. Un tavolo,
qualsiasi tavolo, ha ben poco a che vedere con un banco,
e con un banco di scuola in particolare, e non è vero,
anche se molti lo credono, che a un bambino
le cose appaiano diversamente.

Non è vero che per il bambino il banco è, in qualche modo,
un tavolo in miniatura. Per lui non esiste la miniatura.
Per lui, come per noi, esistono i banchi ed
esistono i tavoli. In questo senso,
l’ontologia è la stessa.  

Il banco di scuola non ha quasi mai forma quadrata.
Più spesso è rettangolare. La piana è spessa e gli angoli più
o meno arrotondati. Le gambe di ferro sono tubi sottili nei banchi
più vecchi, più larghi in quelli moderni. In ottemperanza alla moda,
peraltro non ancora diffusa, di non avere zaini con sé, raramente
i banchi conservano quel gancio laterale al quale si attaccava
la borsa, forse anche perché pericoloso.

A volte, ma non sempre, il banco ha un sottobanco.
Così, se un bambino giocherella con qualcosa, il maestro
gli dice di non dar seguito al gioco, e di metterlo sotto il banco.
Senza farsi vedere, di nascosto, sottobanco, il bambino
ordina e riordina il suo nascondiglio,
a volte finendoci dentro.

Capita di non vedere più la testa di qualcuno in classe
e di chiedere: «Dov’è Federico?». «È sotto il banco!».

A scuola, ogni bambino dovrebbe avere il suo banco e dovrebbe poter
accedere a un sottobanco, specie di retroscena nel quale ripararsi,
di tanto in tanto. Accade, invece, soprattutto nelle periferie,
d’incontrare ancora banchi da due o tre posti, tanto
difficili da spostare quanto rari, per fortuna; e di
trovare in classi che credono d’essere all’avanguardia
dal punto di vista educativo, grandi banchi quadrati, da
quattro posti, disposti in giro per la classe,
a modo di buffi isolotti.

Il banco di scuola, non lasciamoci prendere per il naso,
non è che un pretesto per abituare gli uomini, fin da piccoli,
a stare al loro posto, con la scusa d’impegnarli in qualcosa
d’importante. Dopo i primi e indimenticabili banchi 
di scuola, ce ne saranno altri. Più alti, più larghi, sempre più
simili a veri e propri tavoli. Tuttavia, non bisogna dimenticare,
parte costitutiva del tavolo, ancor più della piana o delle gambe,
è la libertà di creare, di farci sopra quel che si vuole. E quella
libertà, il banco non la possiede, né punto né poco.
Sembra un tavolo, ma non lo è. 

Ecco perché stare a scuola, ovvero sul banco, significa,
prima di tutto, saperci stare; perché vuol dire saper fare,
essenzialmente, quello che altri ti chiedono di fare.

Precursore della scrivania dell’ufficio, del tavolo del falegname,
del banco della macelleria, della postazione del barbiere,
della sedia del dentista, del lettino delle visite e così via,
il banco di scuola scende a patti col tempo nel quale si trova inscritto,
senza snaturarsi.In vista di una scrivania che i bambini faranno sempre più fatica
a trovare, il banco si trasforma e la sua superficie si allarga. Quattro bambini
occupano ciascuno un lato del grande quadrato giallino che campeggia
in mezzo alla classe, sorta di moderna visione del lavoro condiviso,
kidworking sperimentale, senza alcuna prospettiva pedagogica.

Come oggetto, dunque, il banco di scuola è un freak.
Nella sua stranezza ci cattura. Percorriamo i corridoi diretti
verso l’aula insegnanti, per non arrivare tardi ai colloqui,
ma non possiamo fare a meno di gettare lo sguardo
dentro le classi, alla ricerca di qualcuna
di quelle incredibili miniature.

Rimane un mistero come sia possibile
continuare a illuderci che sia sufficiente cambiare forma ai banchi
per far sì che i piccoli cooperino in vista del loro apprendimento.
Come diceva qualcuno: gli archetipi possono mimetizzarsi,
ma non spariscono. Che è un po’ come dire che ciò che
crediamo di accompagnare fuori dalla porta, poi
rientra senza permesso dalla finestra.

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In barba ai filosofi!

Senza categoria 3 marzo 2016

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Ha ragione, Willigis Jäger, quando scrive:
<<Siamo chiamati a guardare oltre le vetrate>>.
L’immaginazione dei bambini è una cosa molto seria.
Questo, più o meno seriamente, l’hanno scritto e
lo continuano a scrivere in tanti (non c’è
da citare una fonte in particolare).

Ma ci si confonde, non c’è niente da fare! E a volte è meglio
tapparsi le orecchie di fronte a certi sdolcinati racconti.
Non è vero, ad esempio, che i bambini sono filosofi.
E non è vero che a chiamarli filosofi gli si
faccia un gran complimento, anzi!

Lungi dai bambini la speculazione
tipica del pensatore che guarda l’universo
con sospetto (e di tanto in tanto con meraviglia,
se proprio gli capita una giornata buona!). Essi sono
già al di là della vetrata, nel gioco, nel sogno, mentre noi
li rincorriamo per trascinarli dentro casa, per costringerli a
sedere su una sedia, dalla quale farli filosofare circa ciò
che potrebbe star fuori da quel maledetto vetro,
lasciandoci anche scappare un urletto ogni
volta che il bimbo ci fa divertire
con qualche sua geniale
trovata.

Jäger parla a noi, non certo ai bambini.
I bambini li si lasci giocare in pace e il più possibile,
senza volerli adulti anzitempo, e soprattutto pensatori!
Non sia mai che qualcuno creda che vogliamo

che i bambini diventino filosofi. Noi
vogliamo portare i filosofi
dai bambini!

È la filosofia ad aver bisogno dei bambini, non il contrario!
Sono i filosofi a dover ricominciare a occuparsi di
educazione, a dover prendere contatto con
la realtà: la varicella, il morbillo,
la congiuntivite…

I bambini, lo ripetiamo, non sono filosofi.
E a volerli tali si continua a commettere un grande errore.
Ecco perché sosteniamo che tradurre la filosofia alla loro portata,
come fanno alcuni, sia sbagliato: si banalizza la filosofia
e si annichilisce il bambino. Ecco perché pensiamo
che adattare argomenti “filosofici” in modo
che anche loro ne ragionino, sia in
fin dei conti un divertissement
per adulti compiaciuti.

I bambini sono sapienti.
Lo sono già, senz’aiuto. L’adulto ha solo il dovere
di proteggere tale sapienza, di conoscerla e coltivarla nella
libertà, arricchendone i simboli, con rispetto e amore. La sapienza
dei bambini si rivela nel gioco simbolico, come in una specie di oracolo.
Nella cameretta o in giardino, da solo, con gli amici, o con
un amico che non c’è, il bambino sperimenta che
pur <<senza linguaggio, senza parole>>, la
realtà, ciò che vediamo e ciò che ci è
nascosto, è <<più preziosa
dell’oro, di molto
oro fino>>.

Il bambino ha gli occhi in fronte,
sa di voler fare esperienza e che tutto
ha il suo momento. Invita l’adulto a perdersi
nel gioco, a non avere fretta, ad abbandonare le
infinite complicazioni dei suoi sogni, dei suoi pensieri.

La sapienza, molto più che la filosofia,
è amica del bambino e sua alleata. Cresce con lui,
si rafforza o s’indebolisce. È fragile, non vince, avanza
a passo di formica, non con brama di conquista.
Allenarsi non basta, bisogna sentire.

Il filosofo deve tornare a scuola dai bambini.
A parlare da un palco son bravi tutti…

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