Mese: gennaio 2016

Efficientismo produttivo

Senza categoria 30 gennaio 2016

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Nel suo fondamentale lavoro sull’immaginazione,
Harris non fa che sottolineare l’importanza di questa facoltà
per l’uomo. Ultimo e grandioso lampo evolutivo, essa ci ha permesso
di sopravvivere, di uscire dal riparo che ci eravamo costruiti, senza essere
divorati ogni volta, di prevedere gli spostamenti di certi animali e l’attenzione
e la cura richiesta da certe piante, di inventare forme di organizzazione
sociale e modi di vivere tra i più elaborati, di attraversare mari
e deserti, viaggiare nello spazio, di comunicare in un
istante con qualcuno all’altro capo del pianeta.

Nei bambini, l’immaginazione inizia a manifestarsi attorno ai 18 mesi,
e poi continua ad allenarsi a lungo, per anni e anni, nel gioco,
soprattutto, ma anche nel sonno, così come in alcune
esperienze alle quali i piccoli possono venire
introdotti dalla loro comunità.

Non c’è facoltà che richieda così tanto tempo
per rendersi operativa come l’immaginazione. Da questo,
come da altri indizi, possiamo intuire la sua straordinaria
importanza evolutiva: non solo per la sopravvivenza
del singolo e per il suo benessere, ma
per l’intera specie umana.

Tuttavia, l’immaginazione, che guarda alla realtà tutta insieme,
che scambia un cucchiaio per una navicella, e trasforma
un tappo di bottiglia in un monocolo per pirati;
che confonde letizia con delizia, mescola il
timo col mimo, e fa parlare i tavolini
del giardino, non sembra andar
d’accordo con l’efficienza,
tanto di moda.

Non pare efficiente immaginare come le cose sarebbero potute
andare se la battaglia l’avesse vinta… Né sembra utile chiedersi che
cosa potremmo farci con una lavatrice oltre a lavare i panni…
Né quale forma di governo sarebbe utile adottare in
classe, anziché quella imposta dall’istituzione,
dall’età o dal ruolo… Né come fare
a renderci tutti più felici
col gioco e l’arte…

Se efficiente significa sapere dire come stanno le cose hic et nunc,
impararlo bene e saperlo ripetere; se vuol dire avere un programma da
rispettare, cose da insegnare, scadenze, ecc.; se un programma efficiente
punta a sviluppare competenze, talenti, che ciascuno deve accumulare,
evitando di perdere troppo tempo dietro a cose che non danno
risultati; se l’idea è quella di bambini che già a 4, 5 anni
vengono incanalati verso ciò che faranno da grandi,
in base alle proprie abbozzate attitudini
(così d’aver programmati ingegneri,
medici e artisti):

allora l’immaginazione non è efficiente!
Non nel senso esposto poco fa!

Essa è massima, invece, quanto integra e supera il sapere
specialistico, quando lo mette in relazione con la realtà
e lo trasporta nel mondo del pressappoco, là dove
l’utile lo si osserva sotto tanti aspetti
ma lo si misura in termini
di bene.

L’efficientismo produttivo, la scuola come azienda,
la classe come luogo nel quale coltivare le competenze di ciascuno,
nel quale far crescere i leader di domani, ingegneri, operai, ecc., l’educazione
fatta di skills da collezionare, la filosofia tematizzata: la libertà, la giustizia,
il bello; la geografia tematizzata: la montagna, la collina, il mare;
la storia tematizzata, e così via, nel più breve tempo possibile,
tra schede per imparare le “A”, schede per allenarsi
con gli “addendi”, schede per imparare a
colorare, schede per ritagliare.

E poi la lavagna elettronica, simbolo dell’efficientismo,
che campeggia in molte classi ormai, senza che vi sia stata
vera educazione digitale. E tutti fieri di averla, come un tempo
si era fieri di mostrare il televisore: quell’orrendo scatolone
nero, spesso coperto con un centrino o un merletto,
tenuto in un angolo del salotto perché non
si rovinasse troppo con l’uso.

Da un lato, insomma, il ridicolo a cui si presta l’efficientismo,
dall’altro, il grave danno perpetrato ai danni
dell’immaginazione.

Danno che porterà molti bambini ad aver timore
d’avvicinarsi ai libri, a leggere, a incuriosirsi, ad aver a cuore
il processo creativo, la scoperta. E poi, ancor peggio,
l’efficientismo impedisce d’aver tempo da
dedicare alla cura di ogni sofferenza.

Come si fa in un ambiente in cui domina
efficienza e produttività a star dietro a chi soffre?
Si avrà tempo di rialzare chi è caduto, di aiutare chi
è rimasto indietro? La classe efficiente non può
sprecare energie su un argomento e se
uno non può imparare a quel modo,
nulla, ci abbiamo provato,
avanti il prossimo!

Orrore dell’efficientismo, che abbandona
sempre qualcuno lungo la strada. Orrore insegnare
ad alcuni e non a tutti, prediligendo l’efficienza alla cura
della sofferenza. Il bene, come il bello, centuplica il sapere,
che viene eroso dalla sofferenza, così come dal brutto.
“Non esce certo dal suolo la sventura, né germoglia
dalla terra il dolore”
, dice Elifaz a Giobbe.

Chi soffre non ha colpa, il dolore
c’è, ma lo si può affrontare
insieme.

Una scuola efficiente, specchio di una società efficiente,
senza immaginazione. Una strada che rifiutiamo,
senza per questo cadere nell’errore opposto,
senza affondare con il passato, sommersi
tra i flutti di un presente che
imperversa da ogni
lato.

Governiamo la nave.
Là fuori c’è solo il mare.

www.coibambini.com

D. è

Senza categoria 20 gennaio 2016

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D. trotterella per la classe.
Si tappa le orecchie quando qualcuno parla forte.
Chiama i nomi dei compagni, li sfiora, gli sfila gli occhiali,
gli pizzica le guance. Se ne sta lì sul banco, modula la voce,
ondeggia e colora. Le mani esplorano, accarezzano,
si aggrappano alle cose. Sottovoce, sottolinea
le frasi che sente veleggiare nell’aria.

D. batte le scarpe rosse sul pavimento,
le scarpe che fanno luce quando corre.
La stessa luce nei suoi occhi,
battiti luminosissimi.

Seduto, D. ascolta tutto. Amplifica l’amplificato.
Sosta a lungo nella sensazione, nell’immaginazione.
I pensieri lo attraversano modellando le sue reazioni.
Reazioni artistiche, perché impossibili da esprimere
con 24, così come con 124 pennarelli,
come ben sapeva Vasilij Vasil’evič.

D. supera il linguaggio con il corpo:
indica, capriola, vibra, rotola, mima, sposta.
Ripidi cambi di tratto, campiture, cenni leggeri col sopracciglio.


Molto più delle maestre, può la piccola S. sul piccolo D.
6 anni, capelli corti, orecchini, e un Master in Disturbi
dello Sviluppo conseguito nell’arco dei primi
giorni di scuola, da quando è
la sua vicina di banco.

S. sa quando togliergli i pennarelli, quando girargli la pagina,
quando farlo disegnare, quando nascondergli la gomma,
quando impedire che cada e quando
invece lasciarlo cadere.

Sa chiamarlo nel modo in cui lui per un istante
la guarda. Sa guardarlo con la pazienza bella
con cui si guardano gli adulti quando
combinano qualcosa.

Durante l’ora di filosofia, alcune insegnanti
correggono i compiti, altre parlano tra di loro, alcune
a voce alta; alcune escono, poi entrano, poi escono di nuovo,
altre guardano il cellulare. Mi chiedo se l’insegnante lì dentro
non sia davvero la piccola S., e per un attimo
avrei voglia di cambiare mestiere.

Poi mi ricordo di chi si appunta ogni virgola di ciò che accade,
di chi scrive, di chi disegna. Di chi commenta a bassa voce, alza
gli occhi, intuisce, scherza, partecipa, impara. Mi ricordo
di quel maestro che aveva appesi i lavori fatti
insieme e che lui aveva sperimentato
ancora e ancora. E ricomincio.


Mi chiedo se, a parte la piccola S., qualcuno qui dentro sa chi è D.
Ho paura di scoprire che la maggioranza sa, o crede di sapere,
cos’ha D., senza però sapere chi è.
Ma D. non è quello che ha.

D. non è la mancanza
di una qualche proprietà.

D. è.
D. è persona.

Aldilà di ogni ostacolo o talento, D. è.
L’essere, nella sua terribile e insieme meravigliosa
perfezione, gli appartiene così strettamente da farlo vorticare
per la classe, a volte, o da farlo ammutolire, altre,
anche per interminabili momenti.

Mi domando quando mi capiterà d’incontrare una classe
in cui l’essere sia conosciuto e mai dato per scontato. Una classe
filosoficamente preparata, com’era preparata la piccola S., a tutti i tipi
di essere, a D. e agli altri, a S., a N., a E., … Una classe in cui non
siano le competenze, le abilità o altro a guida del miraggio,
ma le molteplici manifestazioni dell’essere,
che per i bambini hanno l’effetto
di una lanterna magica
sempre accesa.

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