Si raccoglie forse uva dalle spine?

Senza categoria 8 dicembre 2015

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15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore,
ma dentro son lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete.
Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?
(Vangelo di Matteo) 



Da un medico ci aspettiamo che sappia curare.

Da un chirurgo che sappia operare, che conosca la procedura.
Da un bravo medico, come da un chirurgo, ci aspettiamo che in aggiunta
alle procedure sappia starci vicino, rassicurarci, aiutarci a capire.
Ci aspettiamo che egli sappia, ma anche che sappia esserci.

La procedura s’impara (anche a memoria).
L’esserci, invece, non lo si può insegnare.

All’esserci possiamo solo venire introdotti.
In altre parole, possiamo spingere qualcuno nell’acqua,
ma per insegnargli a nuotare occorrerà che egli lo voglia, altrimenti
ogni sua energia si disperderà sotto forma di resistenza e sarà tutto inutile.

I test d’ammissione all’Università non sono pensati per individuare
l’esserci del futuro medico, ma le sue conoscenze di partenza,
indice più o meno attendibile della sua abilità
d’imparare procedure.

Da un insegnante ci aspettiamo che sappia insegnare,
che conosca la sua disciplina. Da un bravo maestro ci aspettiamo
che oltre a sapere, sappia esserci. Che non sieda alla cattedra spiegando
la lezione, incurante di noi, di quello che stiamo vivendo. Ci aspettiamo
che sappia introdurci all’esserci. La sua spinta nell’acqua,
se ci sarà stata,  la ricorderemo per tutta la vita.

I test d’ammissione all’Università non sono pensati per individuare
l’esserci dei futuri maestri, così come i test d’ammissione
al TFA non sono pensati per selezionare
l’esserci dei nuovi insegnanti.

E da un filosofo cosa ci aspettiamo?
E da un filosofo coi bambini?

Se è vero che dai filosofi, spesso, ci attendiamo troppo,
attribuendo loro, erroneamente, possibilità che noi non avremmo
di rispondere alle domande ultime, è vero anche che faremmo bene
ad aspettarci tanto da un filosofo coi bambini. Non ci stancheremo
mai di ripetere che un bambino non dovrebbe essere messo
nella condizione di dover accettare caramelle
da un filosofo sconosciuto.

Un filosofo che in classe orientasse il pensiero dei bambini verso
una definizione o una conclusione, che seguisse un manuale
o ripercorresse il pensiero di un autore, praticherebbe
una sorta di catechismo civile che nulla avrebbe
a che vedere con l’immaginazione, ma tanto
con la storia, la politica, con tutto ciò
che abita esclusivamente la mente
del filosofo, non certo
dei bambini.

Un filosofo interessato a conoscere e non a farsi conoscere,
non si sognerebbe mai di portare ai bambini Platone o Aristotele,
(rimaneggiati ad hoc sotto forma di favole o racconti) così come un artista
non si sognerebbe di spiegare ai bambini Piet Mondrian facendogli
ritagliare e incollare piccoli rettangoli colorati (cosa che
purtroppo accade ancora oggi in certi musei).

Un filosofo interessato a conoscere e non a farsi conoscere,
non si sognerebbe mai di parlare ai bambini di giustizia, libertà, verità,
né di chiedere loro “che cos’è il tempo?” o “da dove nasce?” (alcuni
chiamano tali derive “malattie filosofiche”, altri le definiscono
più semplicemente col termine “chiacchiera”,
o peggio, “fuffa filosofica”).

Il problema è talmente evidente che alcuni non possono
che fingere di non vederlo: è possibile accompagnare un bambino
all’autodeterminazione
 senza orientare il suo pensiero? La nostra

risposta è: no, è impossibile! Solo dopo aver incontrato l’altro e l’altrui
pensiero, il bambino inizia a conoscersi e pian piano ad autodeterminarsi
(a patto che glielo si lasci fare). E questa autodeterminazione procede,
in certi casi, indipendentemente dalla capacità di dialogare
(in parallelo, il più delle volte), ed è strettamente legata
alle risorse immaginative di un bambino nonché
alle relazioni che egli intrattiene
con chi gli è vicino.

L’immaginazione non la si può facilmente costringere
nel linguaggio, non in quello che normalmente utilizziamo per
comunicare. Non ci sono parole che possano contenerla per intero,
perché essa le crea, nella poesia, e le supera, nella metafora.
Tanto che, ad esempio, il poeta del Cinquecento Dadu
diceva: “il maestro guarda e, se non lo si
intende,
si rassegna a parlare“.

A seconda delle circostanze e pur variando i pesi specifici
dei vari elementi, a orientare il bambino sarà la famiglia, la scuola,
gli amici, la comunità nella quale egli vive, la televisione, e così via…
Ma se di queste agenzie educative ormai da tempo conosciamo, almeno
in parte, pregi e difetti, lo stesso non può dirsi della filosofia, che
tra l’altro pretenderebbe d’esser la sola capace di orientare
senza eterodeterminare: colossale sciocchezza
di cui ha cercato di convincerci Socrate!

In questo senso, il fatto che i bambini parlino tra di loro e con il filosofo
non è garanzia di alcunché. Il dialogo passa in secondo piano (esattamente
come passa in secondo piano il fatto che ci siano scambi e comunicazioni,
ad esempio, anche durante una lezione di matematica o di scienze)
rispetto all’intenzione sottesa del filosofo di realizzare coi
bambini ciò che ha in mente: la famosa comunità di
ricerca che odora così tanto di politica,
e così poco di bambini.

Coi piccoli si potrà, semmai, fare esperienza della giustizia o del bello,
ma sfido chiunque a trovare la maniera di parlarne lasciando loro completa
libertà di autodeterminarsi. Non si può non tener conto, infatti, che
sarà sempre fuori d’ogni idioma il momento in cui la
comunicazione diventerà veramente stretta
“,

motivo per cui accettare l’esistenza di altre
vie e valutarne l’efficacia sarà sempre
meglio che chiudere gli occhi
fingendo di non vedere.

Mettendo per un attimo da parte queste difficoltà,
resta il fatto che come genitore non crederei alla leggera
né alla favola dei bambini filosofi, né a quella sul diritto alla filosofia
(a quale filosofia?) e m’informerei bene sul filosofo in questione,
così come sul catechista, sull’insegnante, sull’allenatore, come
già faccio sul medico, sul dentista e così via.

Miglioriamo, tutti, nessuno escluso, anche e soprattutto grazie
agli altri, alle loro parole, al loro occhio vigile su di noi,
che ci spinge a migliorare, a studiare, a tenere alta
l’attenzione; proprio come un’azienda è spinta
a perfezionarsi, spesso e volentieri,
in virtù dei consumatori, più
o meno esigenti, che
si ritrova.

Se è vero che (almeno per ora) nessuna Università potrà
mai garantirmi l’affetto col quale il tal medico mi visiterà,
essa perlomeno mi assicurerà circa la qualità della visita
che riceverò, continuando a tener alto lo standard
dei suoi corsi e della preparazione che offre
ai suoi iscritti, ai futuri medici.

Ma nel campo della filosofia e dei bambini,
là dove tutti si affrettano a dire che di contenuti filosofici
non v’è traccia, ci si chiede, allora, quale corso, master, o laurea
di sorta, possa mai garantire che un tale, dopo aver ottenuto
un patentino, sia capace di accompagnare i bambini
(con i quali, spesso, non ha alcuna esperienza!),
su questioni tanto sottili, come quelle
prettamente filosofiche,
senza far danni!

Che fare?

Posta la necessità per la filosofia d’interessarsi
ai bambini e di comprendere il loro pensiero, al fine di contribuire
in maniera costruttiva al progresso delle ricerche nel campo delle scienze
dell’educazione e alla messa a punto di pratiche originali che mettano
in comunicazione saperi diversi, tenendo al centro il bambino,

la nostra ricetta è la seguente e riguarda
soprattutto la maniera di selezionare i futuri filosofi
coi bambini (futuri interlocutori a un ipotetico tavolo di pratiche
filosofiche): 1) anzitutto, l’idea che nessun corso, master o scuola
possa preparare appieno a tale compito, perché è evidente
che non stiamo parlando di un sapere, e neppure
solamente di una competenza.

2) la necessità di diffondere e introdurre il maggior numero
di persone a questo nuovo modo di approcciarsi alla filosofia
attraverso percorsi brevi, utili a restituire valore a una disciplina

il cui potenziale non è stato ancora del tutto svelato e che
necessita ancora di tanto studio e tanta pratica, ma
che non deve allontanare o spaventare nessuno.

3) l’obbligo per ciascuna realtà  di seguire individualmente nel tempo
ciascuno dei suoi membri, in modo da avere poche persone
molto preparate che possano dedicarsi a tale studio
in maniera seria e trasparente.

4) la necessità sempre più pressante (soprattutto dopo le notizie
giunte dal fronte Counseling) di sedersi attorno a un tavolo,
deporre l’orgoglio e parlare con tutti coloro che, pur
mantenendo le proprie specificità, vorranno
provare a capire come procedere.

Solamente nell’ultimo anno
Filosofiacoibambini è riuscita a sensibilizzare
un altissimo numero di persone, sia in Italia che all’estero,
raggiungendo più di 50 scuole e 
prendendosi cura
della crescita professionale di venti filosofi che
ora fanno parte del suo staff operativo.

A cavallo tra l’Università e il mondo,
Filosofiacoibambini opera autonomamente
secondo principi di condivisione, scambio, commons,
che in parte sovvertono le abituali regole di formazione.

La voglia di uscire dall’Accademia,
di contattare la realtà e toccare con mano
ciò che il pensiero può mettere in moto, al di là
di ogni discorso, di ogni monologo, di ogni pretesa
autorità del passato o del presente e di ogni età, è
estremamente forte e diffusa e ci sorprende
ogni volta che la avvertiamo nelle
persone che incontriamo.

Per fortuna l’aria fuori è sempre più fresca.
La primavera di coloro che non hanno più bisogno di sistemi, 
ideologie, guru, autorità; la primavera di chi non accetta più che
altri decidano che “le cose stanno così e così” perché “l’ha detto…”,
o perché “si è sempre fatto così”, “funziona così”, oppure
perché “non hai i titoli”, “non sei nessuno”,
“non devi”, “non puoi”, “non sei”,
è già arrivata.



Guardatevi dai falsi filosofi coi bambini.

Li riconoscerete perché parlano tanto, ma non praticano.
Non vanno in classe ogni giorno, non lavorano a contatto coi bambini,
non si sporcano le mani, se non per pochi e controllati incontri in cui tutto
è studiato perché vada a buon fine. Aver cresciuto un figlio o avere dei nipoti
non significa saperne qualcosa di filosofia e bambini, così come
aver avuto una carie non fa di me un dentista.

Li riconoscerete dal tono della voce,
che non è dolce, ma amaro. Dal ritmo, che non hanno. Dalla velocità
che non aspetta, dalla lentezza che non attrae. Dalle mani che si
muovono troppo o troppo poco, come quelle di un
presentatore televisivo alle prime armi.

Guardatevi dai falsi filosofi coi bambini.
Li riconoscerete dall’aspetto, dal sorriso, ma soprattutto dagli occhi.
Saprete chi sono non appena li sentirete parlare, perché diranno che sanno.
Ma come possono sapere, lontano dalla pratica, lontano dalla ricerca,
lontano dal cuore? Vestiti di buone intenzioni, guardano e rubano
attorno qualcosa che credono si possa vedere, che sperano
possa venire rubato. Ma non c’è modo di afferrare
la preparazione, lo studio, l’esperienza,
l’equilibrio, la forza, né tantomeno
l’amicizia che lega un gruppo.

Guardatevi dai falsi filosofi coi bambini.
Da coloro che dopo aver studiato per tre mesi un’arte per la quale
non basta una vita, già hanno le idee chiare e le espongono con
presuntuosa e comica spocchia (ho in mente un’associazione
improvvisata poco tempo fa a Lecce da nostri fuoriusciti
che non hanno nessuna idea di ciò che fanno, che mal
copiano ciò che hanno visto fare e che spero
non facciano troppi danni).

Guardatevi da coloro che seguono
un’autorità senza metterla in discussione.
Da chi è convinto di sapere cosa sia la filosofia,
che i bambini hanno bisogno d’incontrarla
e che il modo giusto per farlo sia…

Voi che siete adulti, aguzzate gli occhi,
è la filosofia ad aver bisogno dei bambini,
perché non li conosce, non sa nulla di loro.

Guardatevi dai falsi filosofi coi bambini.
Da coloro che fate entrare nelle vostre case o nelle vostre classi.
I bambini li riconoscono, li smascherano, gli rendono la vita difficile:
ascoltateli! Non permettete a nessuno di orientare il loro pensiero;
chiedete conto della loro preparazione, sempre, che non può
basarsi né su un patentino, né su un corso, ma sul far
parte di un movimento, sull’essere in cammino
verso un sapere che ora non c’è, che si
scopre poco alla volta, che
non va disperso.

(informazioni al sito ufficiale: www.filosofiacoibambini.net)