Non accettate caramelle dai filosofi!

Senza categoria 7 ottobre 2015

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Esiste una pratica filosofica chiamata philosophy for children (p4c) che di filosofico, a nostro avviso, ha ben poco. Una pratica convinta che basti cambiar nome all’insegnante, facendolo diventare “facilitatore”, perché improvvisamente nella sua classe i bambini si mettano a filosofare (cosa voglia dire filosofare, poi,  nessuno lo sa di preciso… La meraviglia dicono alcuni. Già, ma quale? La stessa che muove il pensiero dell’architetto, dello scienziato o dell’agricoltore? O una diversa? Difficile dirlo…).

Si tratta di una pratica convinta che i bambini debbano costruire fin da piccoli il proprio sapere e che il facilitatore sia la persona indicata a orientarli a questo, attraverso letture (traduzioni di testi statunitensi, in particolare). Il facilitatore, dicono, possiede la chiarezza concettuale adeguata a questo compito immenso. Sono pratiche che di filosofico hanno il dialogo (come strumento) e gli argomenti (temi tanto grandi quanto vaghi: felicità, giustizia, bene, male, bello, brutto e così via), posto che dialogo e argomenti siano dominio esclusivo della filosofia e non, ad esempio, della biologia!

Pratiche che parlano un linguaggio lontano dalla realtà della classe e dei bambini, che non portano dati, che non fanno ricerca. Ferme davanti alla meraviglia che un bambino rivela dopo che gli è stato letto un testo, come se non si sapesse quanto i bambini siano naturalmente attratti da ogni genere di narrazioni, non per forza filosofiche! Siamo convinti che la direzione da prendere sia un’altra e che sia necessario porsi daccapo tutto il problema, se sia o no possibile e se sì cosa significa e come sia possibile fare filosofia con i bambini. Crediamo che la p4c e tutte le sue diramazioni (universitarie o extra-universitarie) non coltivino a sufficienza l’autocritica dei propri metodi e delle teorie che li informano, gestendo lo status quo della formazione sulle spalle di persone che andrebbero informate, prima ancora che formate.

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Esiste poi una pratica chiamata filosofiacoibambini convinta che nessuno, né tantomeno un filosofo, dovrebbe andare in classe fingendo di sapere cosa sia l’amore, il dolore o la felicità; a orientare il pensiero dei bambini su questi temi, che lo voglia o no, che se la racconti, o meno. Una pratica curiosa di conoscere uno di questi facilitatori, uno di quelli con la chiarezza concettuale, di quelli che sanno orientarenovelli Socrate!

Una pratica convinta che i bambini costruiranno i propri saperi quando sarà il momento, solo se avranno le parole per farlo (tante parole, speriamo!) e la libertà di utilizzarle, come meglio credono, senza condizionamenti. Un metodo convinto che il filosofo non debba occuparsi di orientare (ci penseranno i genitori, già ci pensano gli insegnanti), perché lui stesso non sa e non sapendo non è giustificato a farlo, soprattutto su temi tanto importanti come quelli citati, soprattutto se si tratta di bambini.

Piccoli! Non accettate caramelle dai filosofi! 
Da chi vi convince che il pensiero sia il vostro,  quando invece è il suo. Da chi parla di democrazia, di comunità di ricerca, solo perché vi fa sedere in cerchio, orientando con chiarezza concettuale i vostri pensieri verso una definizione, di felicità, di amicizia… Da rabbrividire! La filosofiacoibambini, nuova giovinezza delle pratiche filosofiche sperimentali afferma con forza la necessità di cambiare rotta. Chi ha deciso dove inizia e dove finisce la filosofia? Chi ha deciso cos’è filosofico e cosa non lo è? Chi ha deciso chi è il filosofo?

Nei bambini sono le parole a dover essere stimolate, e questo ben prima di occuparsi e preoccuparsi del loro pensiero ideativo, ben prima di trattare argomenti che qualcuno ha deciso, per l’appunto, essere “filosofici”. La crisi delle parole segue la crisi del gioco simbolico, che segue la crisi dei giocattoli, che segue tante altre crisi che sono sotto gli occhi di tutti, insegnanti e genitori in primis. I bambini hanno sempre meno parole e non sarà certo una chiacchierata sulla tristezza o sulla rabbia (posto che in questo ci sia qualcosa d’innovativo rispetto a ciò che ogni buon insegnante già fa) a cambiare le cose! Il vocabolario italiano è diverso da quello anglosassone, dal global english… Attenzione alla componente transculturale, attenzione a quel che si fa!

La filosofiacoibambini si prende cura delle parole, del loro sviluppo, della loro capacità di attaccarsi, staccarsi, avvicinarsi o allontanarsi. Parole semplici, come “cucchiaio”, “tavolo”, “frutta”, “isola”, profondità immense per un filosofo analitico, che non orientano, innocue per un bambino. La filosofia raggiunge così il suo/nostro obiettivo: comprendere il pensiero dei bambini, trovare vie per potenziarlo, per fargli superare la crisi che attraversa, il predominio della scrittura sull’oralità, senza intromissioni. Trasmettere un atteggiamento critico, educare a immaginare, allenare il pensiero controfattuale, la capacità di creare collegamenti, senza orientare, ma orientandosi, facendo ricerca, in classe, ogni giorno.

In linea coi progressi delle scienze, nel tentativo di studiare il pensiero dei bambini da un punto di vista filosofico sperimentale, la filosofiacoibambini si evolve costantemente, a partire da un team di ricerca che studia, sperimenta, e falsifica i propri protocolli quando questi non funzionano, come ogni pratica dovrebbe impegnarsi a fare. Le pratiche filosofiche non dovrebbero sentirsi esentate dall’utilizzo del metodo sperimentale. È arrivato il momento per la filosofia di ricominciare a occuparsi di educazione, non solo da un punto di vista storico o descrittivo, ma sperimentale, sul campo, in appoggio alle altre scienze. È ora di smettere di chiamare in causa Sofia, quando questa, è evidente, gradirebbe esser lasciata in pace.

(informazioni al sito ufficiale: www.filosofiacoibambini.net)