Gli adulti e i “perché?” dei bambini

Senza categoria 24 agosto 2015

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È giunto il momento di fare un po’ di chiarezza
intorno alla questione dei «perché?» dei bambini.

Partiamo da Aristotele.
Egli identifica quattro cause: materiale, formale, efficiente, finale.
La causa materiale di una statua, ad esempio, può essere il marmo, o il legno,
o il metallo di cui è fatta. La causa formale, la particolare forma che assume
la statua (ad esempio, di cavallo) grazie al lavoro della causa efficiente,
ovvero dello scultore che l’ha modellata. Infine, la finale, lo scopo
per cui lo scultore l’ha fatta proprio così:
il «perché?» dei bambini, appunto.

Ora, se è vero, come credo, che le catene di «perché?» dei bambini fanno riferimento, il più delle volte, proprio alle cause finali, occorrerà che l’adulto
si ponga seriamente la questione se sia giusto o meno confondere le idee
al bambino, proprio nel periodo più importante del suo sviluppo,
oppure avere degli accorgimenti maggiori. Attenzione,
si tratta di un passaggio cruciale.

A un «perché?» che si riferisca a una causa materiale, formale o efficiente, corrisponderà una risposta chiara ed esaustiva (purché, naturalmente,
la si conosca). Ad esempio, se un bambino di sette anni domanda
«perché la statua è così pesante?» gli si potrebbe rispondere
«perché è di marmo e il marmo è una roccia massiccia». A un ulteriore «perché?», si potrebbe approfondire la questione, sempre dal punto di vista materiale, ammettendo di non conoscere a menadito le rocce metamorfiche
e consultando insieme al piccolo un’enciclopedia. Non c’è fine al divertimento
che un adulto e un bambino insieme possono provare nello studio della materia, tra libri illustrati, musei da visitare, esperienze sul campo, ecc.
Ma il punto, qui, è un altro.

Il punto è che l’ossessione adulta dei «perché?» si attiva già
quando il bambino ha due o tre anni e inizia a esplorare attivamente il concetto
di causa, di cambiamento. Ma chi mai tenterebbe di spiegare a un bambino
di tre anni la differenza tra rocce sedimentarie, magmatiche o metamorfiche?
Il suo «perché?» è una freccia scagliata alle cause finali, quelle che l’adulto
non conosce e non può andare a trovare nei libri. Nella natura, il finalismo dov’è?
E che dire dei nostri fini? E soprattutto dei fini che muovono gli altri?

L’adulto può stare tranquillo. Non occorre che abbia delle risposte.
Anzi, sarebbe bene che avesse tanti dubbi. A lui si richiede soltanto una cosa.
Che non appiattisca una legittima richiesta finale con una risposta materiale, formale o efficiente. Che non abitui fin da subito il bambino a “guardare in basso piuttosto che in alto”, a farsi solo domande che hanno risposte chiare ed esaustive.

Come?

Semplice… Facendo attenzione ai «perché?»,
riconoscendo che non sono tutti uguali, che ad alcuni si può provare a rispondere, insieme, ma che altri è bene trattare diversamente. L’adulto ha il compito
di trasformare i «perché?» finali in «e se…», allargando e amplificando
le prospettive conoscitive del bambino, finché non sarà lui stesso a scegliere
come e se rispondere a quelle domande, mantenendo l’apertura ereditata.
Non è un male che i «perché?» siano meno dei «se», e che questi ultimi
non si esauriscano. È sintomo di curiosità, plasticità, modificabilità.

«E se…» pensassimo a delle domande che non hanno risposta?
«E se…» cercassimo tutte le possibili risposte?

(informazioni al sito ufficiale: www.filosofiacoibambini.net)