Dieci anni di Filosofiacoibambini®!

Senza categoria 24 ottobre 2017

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A due settimane esatte dall’incontro annuale di coloro che lavorano e collaborano al Movimento CoiBambini, vorrei fare il punto della situazione. Soprattutto, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare ogni persona incontrata lungo questi dieci anni di cammino nel mondo dell’educazione e della filosofia. Grazie a ciascuna di quelle persone è stato possibile arrivare al punto in cui ci troviamo e di cui vado orgoglioso e fiero. Certo, ora è facile dire che non mi sarei mai aspettato nulla di tutto questo, ma è la verità. Forse ci potevo sperare, ma mai me lo sarei aspettato. Studio, Pratica, Comunicazione. Mai in questi dieci anni uno solo di questi aspetti è stato tralasciato. Tutti fondamentali, ciascuno a suo modo. Anzitutto lo studio e la ricerca, grazie alla quale il nostro Metodo progredisce e migliora, così come il nostro Movimento, che si amplia, e raggiunge le regioni più lontane. Si cresce nella conoscenza di noi stessi, dei bambini che incontriamo, del mondo che ci sta attorno. Si cresce nella conoscenza di quel fenomeno complesso che è l’educazione, che è il pensiero nella sua origine, nel suo crearsi. Poi la pratica che, illuminata dallo studio, completa la ricerca, non la fa inaridire, mantenendola fresca, giovane, attenta, pronta. E infine la comunicazione, il peso dato alla divulgazione del nostro lavoro e dei nostri traguardi, l’incontro abituale e costante con le persone: insegnanti, genitori, studenti, ricercatori, o sostenitori. Grazie a ciascuno.

Filosofiacoibambini®, a dieci anni dalla sua creazione, è una realtà. Una presenza in campo educativo che non è più possibile ignorare. Un Metodo preciso (una teoria, una pratica, una forma) che guida un Movimento diffuso su gran parte del territorio italiano e che di anno in anno fa registrare più presenze, più coinvolgimento. La promessa è di continuare su questa strada facendo ancora di più. La rivoluzione educativa non aspetta!

Quando la filosofia inganna i bambini

Senza categoria 27 settembre 2017

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C’è un modo faciledannoso, e ingannevole di fare filosofia per bambini.

Purtroppo, il fatto che sia così facile lo porta a essere largamente praticato. Purtroppo, il fatto che sia così largamente praticato gli permette di fare tanti danni. E i danni, si sa, andrebbero evitati, specie se si parla di bambini.

Qual è il danno?

Il danno consiste nell’abituare i piccoli a credere che la verità nasca dal concorso dei pareri. In altre parole, che è vero ciò che ci interessa, ciò che ci piace. Che il criterio di scelta della verità sia funzionale. Che la verità vada a braccetto con l’utile della maggioranza (il più delle volte l’utile dell’insegnante, o dell’autore del libro, o dell’adulto in generale, ovvero della società nella quale ci si trova a vivere).

Per fortuna, nonostante quel che questi improvvisati filosofi possono raccontare, la verità non nasce affatto dal concorso dei pareri, né criterio di ricerca di essa può essere l’utile, o il piacere, o qualche altra categoria scelta in base a un interesse prettamente funzionale della maggioranza, o di chi detiene l’autorità in quel momento, o altro. Il mondo non si esaurisce nella verificabilità di qualche potente o di qualche gruppo.

Qual è l’inganno?

Per abituare i piccoli a questa deviata concezione della verità, occorre che il filosofo insceni una finzione. In altre parole, inganni i bambini. L’inganno consiste nel far loro credere che siano davvero loro a decidere, all’interno del cerchio e nel consesso dei loro pareri, come stanno le cose circa determinati argomenti di discussione (solo in apparenza scelti da loro): giustizia, libertà, bello, amicizia, natura, tempo, spazio, etc.

Per fortuna, nonostante quel che questi improvvisati filosofi possono raccontare, chiunque osservi da fuori lo svolgersi della scenetta converrà che è l’adulto, il filosofo, a orientare la discussione e dunque il pensiero dei bambini verso determinate scelte, conclusioni, etc. Scelte e conclusioni che sono i valori di verità che egli vuol trasmettere.

Un esempio?

Immaginiamo dei bambini e un filosofo disposti in cerchio. Immaginiamoli mentre chiacchierano attorno al tema della giustizia, di come sia meglio reagire nel caso qualcuno ci faccia del male. I bambini esprimono liberamente le proprie idee all’interno del cerchio. La maggioranza, incalzata da qualche bimbo particolarmente vivace, dice di essere d’accordo nel rendere pan per focaccia. “Se qualcuno mi ferisce, io lo ferisco!”. “Se qualcuno mi dà un pugno, io gliene do un altro uguale o addirittura più forte!”. Tranne qualcuno, la maggioranza è d’accordo nel chiamare “giustizia” quel modo di reagire.

Che farà il filosofo a quel punto? Ratificherà la decisione democratica del cerchio? Assegnerà valore di verità all’idea che “giustizia” di fronte a un pugno sia rispondere con un altro pugno? Oppure cercherà, in un modo o nell’altro, di condurre i bambini a un altro modo di ragionare, perché giungano a più benevole conclusioni? Siamo certi che la maggior parte dei filosofi in circolazione negli istituti scolastici non lascerebbe i bambini nella loro opinione, ma tenterebbe – come si suol dire – di farli ragionare. E per fortuna! Vi immaginate cosa accadrebbe se i bimbi tornando a casa dicessero ai loro genitori che nell’ora di filosofia si è sancita la regola: occhio per occhio, dente per dente?

Sia chiaro, però, che in questa situazione, come in ogni altra simile, il pensiero dei bambini, che evidentemente non può esser lasciato libero, viene orientato dall’adulto nella direzione in cui egli desidera che vada. Orientato dall’adulto che si trova all’interno della classe in quel momento. Orientato dall’autore del libro che egli sta leggendo ai bambini. Dall’adulto, o dall’autore, che i bambini non hanno scelto. Dall’adulto, o dall’autore che le famiglie di quei bambini non hanno scelto. Dall’adulto, o dall’autore, che si dice filosofo, ma che nei fatti nessuno sa quel che pensa, né come pensa.

Nessun filosofo ammetterà mai di orientare il pensiero dei bambini. Nei fatti, però, ciò che accade è proprio questo. I bambini vengono ingannati. Illusi d’esser liberi di discutere e di decidere; illusi dagli adulti che li circondano e controllano, e che li trascinano e orientano con mezzucci più o meno ben fatti verso conclusioni che siano accettabili per loro e per la società che essi rappresentano. Una truffa, dunque. Una truffa addolcita e resa elegante grazie all’improprio utilizzo del termine Filosofia.

Quindi?

La verità, dunque, non nasce dal concorso delle opinioni. Né quando esse si rivelano contrarie alla realtà dei fatti (la terra non sarebbe piatta neanche se la maggioranza di noi lo credesse), né quando – più o meno casualmente – esse concordano con la realtà (la terra non è uno sferoide perché la maggioranza di noi crede, giustamente, che lo sia). Noi non siamo causa prima di alcuna verità. E nemmeno il nostro utile, e nemmeno l’utile della maggioranza. Far credere ai bambini il contrario, oltre a essere sbagliato è anche profondamente ingiusto e non porta nulla, nulla, nulla di buono.

Chi fa filosofia per bambini su questo tace, preferendo far credere a genitori e insegnanti che il pensiero dei loro piccoli verrà lasciato libero di esprimersi, senza essere guidato in alcun modo. Perché? Perché è facile. È facile prendere un libro, leggere, far chiacchierare i bambini, e condurli dove si vuole. È estremamente facile. Facile e pericoloso.

Se non lasciate che i vostri figli accettino caramelle dagli sconosciuti quando giocano in strada, allora ci auguriamo che non lascerete nemmeno che degli sconosciuti gli offrano argomenti filosofici come fossero caramelle, in classe. I bimbi hanno bisogno d’immaginare, non di qualcuno che guidi la loro immaginazione, né tantomeno di un filosofo innamorato della sua voce, che gli suggerisca cosa sia meglio pensare. È tempo di opporsi a questo modo facile e tutt’altro che rivoluzionario di fare educazione, e noi naturalmente siamo in prima linea.

C.

Il vaccino più importante che nessuno fa!

Senza categoria 5 settembre 2017

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C’è un vaccino che in Italia fanno in pochissimi bambini. Un vaccino che andrebbe somministrato per la prima volta a un anno e mezzo di vita. E da lì in poi tutti gli anni, a garantire una copertura stabile, almeno fino agli otto, nove anni d’età. Il vaccino previene un deficit importante. Un deficit che non andrebbe trascurato, ma che purtroppo la maggioranza dei genitori ed educatori perde colpevolmente di vista: stiamo parlando del vaccino contro il deficit d’immaginazione

Dal momento che l’immaginazione, quale facoltà mentale fondamentale e insostituibile dell’essere umano, vive la sua maggior fioritura tra i 18 mesi e gli 8/9 anni di vita di ciascun individuo, siamo convinti che sia proprio lì, a quell’età, che tutti dobbiamo iniziare a preoccuparcene, mettendo in atto ogni mezzo in nostro possesso per salvaguardarla da qualsiasi pericolo, da qualsiasi cosa possa nuocerle o, peggio, estinguerla. L’immaginazione va protetta. Ne va del nostro benessere, di quello delle future generazioni. Ne va della stessa sopravvivenza dell’uomo, per come siamo stati abituati a conoscerlo: un animale sociale, razionale e spirituale. Un animale con in più l’immaginazione. La facoltà che, per l’appunto, lo rese sociale, razionale e spirituale. 

Crescere con un ammanco d’immaginazione, ovvero con un deficit d’immaginazione, comporta, dunque, conseguenze gravissime per l’individuo. Un ritorno all’animalità, o meglio, alla bestialità. Un rischio che nessuno correrebbe per il proprio bimbo, ma che nei fatti quasi nessuno tiene adeguatamente a distanza. Per brevità, elencheremo solamente alcuni dei pericoli insiti nel crescere con un’immaginazione deficitaria:

1) la difficoltà a reagire di fronte agli imprevisti
in maniera creativa e non automatica;

2) la difficoltà a gestire i rapporti interpersonali
e a leggere le diverse situazioni sociali;

3) la difficoltà a controllare i propri impulsi emotivi e le proprie reazioni;
4) la difficoltà a portare a termine i propri impegni in maniera indipendente;
5) la difficoltà a ricordarsi e a immaginarsi, permanendo nel buio istante presente;

6) la difficoltà a legare tra loro i ricordi biografici
all’interno di un orizzonte di senso;

7) la difficoltà a slanciare questo orizzonte di senso verso un futuro positivo.

Proprio il deficit d’immaginazione è in buona parte responsabile dell’aumento dei disturbi d’ansia, di quelli legati al tono dell’umore, al sonno, nonché delle numerose sindromi depressive, e in età evolutiva dei sempre più numerosi disturbi del comportamento (di cui sono oramai colme le scuole e le classi), e non solo…

Ma veniamo alle cause del deficit d’immaginazione. Cause, purtroppo, tutt’altro che immaginarie. Note da tempo, ma passate colpevolmente sotto silenzio. (1) Anzitutto, in età evolutiva, l’uso (e di certo l’abuso) della tecnologia digitale. Nessuno può dire di aver mai conosciuto una generazione digitale. Una generazione, cioè, che abbia passato l’intera infanzia (ovvero il momento di maggior sviluppo dell’immaginazione e delle facoltà ad essa connesse) in stretta compagnia di smartphonesmart tvcomputerl.i.m.ebooks, ecc. Nulla ci fa ben sperare, anzi. I rischi, alle porte, sono proprio quelli sopraelencati. E tra una ventina d’anni potremmo esserne testimoni (2) Poi, la fretta. L’efficientismo produttivo che si respira all’interno dei luoghi che dovrebbero essere deputati all’apprendimento. La burocratizzazione dell’educazione. L’industrializzazione della scuola. La volontà di guardare ai bambini non più come assolute irripetibilità, ma come complessi di competenze, abilità, intelligenze, futuri materiali da statistiche per le analisi dei supercomputer dei colossi del commercio e dei servizi: Amazon, Google, etc. (3) La crisi nella quale si trova il gioco, a seguito dei precedenti punti. Bambini che non sanno più giocare, né da soli né in gruppo. E che attendono le istruzioni di qualche computer per sapere cosa fare. (4) La mancanza di figure carismatiche. Di maestri, di madri e padri che tornino a valere di più di un qualunque personaggio televisivo o, peggio, di un qualunque imbecille che dice la sua su un social network o instant messaging di turno. Di tradizioni comuni, popoli, luoghi riconoscibili (non di franchising tutti uguali, di supermercati, di catene alimentari, di fast food, etc.).

Che fare?
Quale rimedio adottare?

L’unica terapia conosciuta, il solo vaccino contro questo deficit, è la prevenzione. Prevenire non fa male. Non occorre inoculare alcunché al bambino, né portarlo in ambulatorio. Non ci sono controindicazioni, ma solamente ottime notizie per il piccolo.

1) Tecnodigiuno durante l’infanzia.
Sapienza nell’utilizzo di tali strumenti solo dai 9 anni.

2) Una scuola che privilegi l’immaginazione.
Un metodo educativo trasparente, puro.

3) Insegnanti che sappiano fare a meno di schede, test, l.i.m., iPad, tabelle, etc.
4) Pomeriggi di gioco, bambini liberi da agende fitte d’impegni.
5)
Maestri, padri e madri forti, carismatici.

6)
Una città in cui risiedere che sia davvero a misura di bambino, che tenga finalmente conto delle sue necessità simboliche, del suo bisogno di punti di riferimento, di quiete, di raccoglimento. Non un parco di divertimenti, né un luogo privo d’identità, né uno spazio pronto ad essere depredato dal circo del consumismo televisivo, alimentare, etc.

7) Uno Stato in cui risiedere che auspichi la libertà dei propri cittadini. Che desideri una generazione di uomini e donne forti, non piegate ai diktat del consumo, non distrutte dal lavoro, dai limiti di una vita spesa lontano dalla natura, dall’aria pulita, dalla possibilità d’immaginare, di costruire, di vivere in senso pieno.

Ecco dunque il vaccino di cui ci sarebbe più bisogno:
il vaccino più importante che nessuno fa,
e che furbescamente nessuno
Stato obbliga a fare!

(Sapete perché quello contro il deficit d’immaginazione è un vaccino fondamentale? Il più importante? Perché senza immaginazione nessun altro vaccino sarebbe stato sintetizzato e perché occorrerà molta immaginazione per sintetizzare i vaccini del futuro, quelli che, forse, ci permetteranno di continuare a sopravvivere su questo pianeta, facendo fronte alla nostra ormai cronica assuefazione agli antibiotici).

Perciò, genitori ed educatori, ricordatevi di fare prevenzione!

Dal momento che le scuole, ora, s’informeranno su di voi, se avrete fatto vaccinare i vostri bambini oppure no, voi informatevi su di loro, se sono pronti a vaccinare i vostri bambini ogni giorno contro il deficit d’immaginazione, se adottano metodi d’insegnamento e programmi che espandono l’immaginazione e non la estinguono, se rispettano i punti esposti sopra, perché, così non fosse, voi li iscriverete da un’altra parte!

C.

L’asilo nella giungla

Senza categoria 16 giugno 2017

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Preso atto dei difetti del sistema scolastico nazionale e percepita, attraverso una sofisticata indagine su diversi gruppi whatsapp, la velleitaria intenzione di molte mamme di ritirare i figli da scuola (perché preoccupate di doverli lasciare tutto il giorno al chiuso di un edificio di cemento), un manipolo di geniali individui creò L‘asilo nella giungla. Erano un imprenditore, un consulente finanziario, un social media manager, una fashion blogger, un’importante immobiliarista e tour operator, e un pedagogista.

Una sera, dopo aver passato in rassegna tutti i vari settori sui quali avrebbero potuto investire i loro soldi per farne molti di più, e avendo trovato già occupate molte preziose aree di mercato (pannolini, giocattoli, medicinali, etc.), dissero in coro, <<L’educazione! Buttiamoci sull’educazione!>>. E così, di lì a poco, avevano già un piano…

Anzitutto, il social media manager avrebbe provveduto ad aprire una bella pagina Facebook chiamata “L’asilo nella giungla“. Poi, grazie a una campagna pubblicitaria mirata su mamme arrabbiate e in rivolta contro l’istituzione scolastica, lo smog, la mancanza di diritti e di libertà, etc., avrebbe provveduto a sollevare un bel polverone attorno al tema. Ogni giorno avrebbe martellato i suoi utenti, grazie a filmati e fotografie strappalacrime, circa i rischi di un’educazione standard, fatta al chiuso di una classe, senza alberi, senza ossigeno. La mancanza d’aria e di libertà che le mamme arrabbiate avrebbero percepito scorrendo le notizie sulla loro bacheca le avrebbe fatte andare ancora di più su tutte le furie. Presto le strade si sarebbero riempite di cittadini infuriati: <<Come possono i bambini esser tenuti a scuola tutto il giorno! Devono poter abbracciare gli alberi quando vogliono!>>. In breve tempo, la soluzione sarebbe stata proposta alla massa urlante: L’asilo nella giungla. Grazie a un’accurata scelta d’immagini ritraenti bambini in braccio a scimpanzé, o che carezzavano cuccioli di tigre, o salivano su liane e poi si lanciavano nel fango, il più era ormai fatto. Tutti, ma proprio tutti, volevano L’asilo nella giungla.

E, d’altronde, come non volerlo? Come non trovarsi d’accordo di fronte a un messaggio tanto semplice e chiaro? Stare all’aria aperta fa bene, nessuno poteva rifiutarsi di ammetterlo. Quindi andare a scuola all’aperto era il massimo. Bambini contenti, genitori contenti di spendere soldi. <<Se altri sono riusciti a imbottigliare l’acqua minerale!>>, disse l’imprenditore durante una riunione, <<Perché non dovremmo riuscire noi a vendere l’idea che stare all’aperto fa bene!>>.

Il lavoro del social media manager continuò naturalmente, con risultati sempre più gratificanti, quasi esponenziali. Mano a mano che fioccavano le interviste e i giornali, le radio, le televisioni s’interessavano al fenomeno “L’asilo nella giungla“, crescevano le iscrizioni e le prenotazioni da ogni parte. La fashion blogger, poi, ci mise del suo, anzitutto iscrivendo il proprio primogenito a un Asilo nella giungla e rilasciando subito un’intervista ad hoc su un rotocalco famoso che tutti i saloni di bellezza si sarebbero procurati, poi creando una linea di abbigliamento che richiamasse la giungla e la libertà che solo lì era possibile raggiungere.

Inutile dilungarsi sui profitti del tour operator e dell’immobiliarista… Pensate che i pochi ricchi che se lo potevano permettere già avevano iniziato a mandare ogni settimana i loro figli a scuola in qualche isola del distretto di Bali, in piena foresta indonesiana. E per i meno abbienti erano state allestite giungle improvvisate nelle campagne un po’ fuori città, o all’interno di serre riscaldate ricavate dentro ex capannoni industriali. I bambini avevano il caldo, le zanzare, le pozzanghere, potevano sporcarsi, farsi male e persino interagire con animali esotici più o meno grandi e affamati.

Il consulente finanziario del gruppo, che ormai faticava a dormire la notte, apriva continuamente nuovi fronti di mercato, maledicendo per questo la fashion blogger. C’era tutto il merchandising de L’asilo nella giungla: i cappellini da esploratore, le t-shirt finte sporche, il trucco per mimetizzarsi, gli scarponcini (che si vendevano assieme al piccolo coltellino svizzero dalla punta arrotondata). E poi c’erano i corsi di formazione per insegnanti che volevano essere abilitati per insegnare nella giungla. Corsi su come riuscire a evitare di finire dentro la bocca di un coccodrillo o divorati da famelici piranha, e soprattutto come insegnare le tabelline appesi su una liana a dieci metri d’altezza. E poi gli introiti del marchio, che dovevano essere ben investiti, in modo da avere, nel più breve tempo possibile, un L’asilo nella giungla in ogni città e borgo della nazione. <<Franchising>> aveva detto qualcuno durante qualche riunione.

****

Passarono gli anni, e la moda de L’asilo nella giungla passò. Tutti sapevano che sarebbe successo, o prima o dopo, così, nessuno se ne stupì troppo. Fintanto che l’illusione era durata avevano raggranellato belle somme, e di quello potevano dirsi tutti soddisfatti. Certo tutti quegli edifici pieni di piante tropicali sfiorite facevano un po’ tristezza, ma tant’è. La colpa fo, forse, di qualche concorrente sleale, di quel L’asilo sulla Luna che si erano inventati in America, o di quel L’asilo sul vulcano, che era cominciato ad andare di moda in Sicilia. O forse fu colpa della fashion blogger che non faceva più tendenza.

O magari la colpa fu di quel manipolo d’insegnanti che un giorno si prese la briga di chiedere quale idea pedagogica ci fosse dietro tutto quell’ambaradan andato in scena da un momento all’altro. <<Nessuno>>, disse il pedagogista.
<<A me non mi hanno mai interpellato>>.

C.

Giovani specializzati a costo zero

Senza categoria 13 giugno 2017

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Ora vi racconto come funziona il lavoro nel mio settore, in Italia.
Vi racconto cose belle e anche cose brutte, cosicché
possiate scegliere da che parte stare.

Ah, tra parentesi, io sono solo uno dei tanti giovani che ha fatto l’Università, ha conseguito un paio di Master, un Dottorato di ricerca, ha scritto qualche articolo, e che insomma si è dato parecchio da fare per la causa. Quale causa? Quella dell’educazione (sperimentale, d’avanguardia, che dir si voglia). Già, perché da dieci anni chi vi scrive si occupa proprio di questo, visitando scuole di ogni ordine e grado (specialmente scuole dell’infanzia e scuole primarie) di tutta Italia, cercando di fare breccia dovunque con un progetto, con un metodo educativo frutto d’intensi anni di studio, ricerca, divulgazione. Un progetto bellissimo condiviso, nel tempo, con un Team di altri 45 giovani sparsi lungo tutto lo Stivale che a loro volta, giorno dopo giorno, entrando a scuola, fanno lo stesso.

Vi racconto di quanto sia stato difficile all’inizio, per molti anni. Di come, per molto tempo, tutto fosse fatto gratuitamente. Di come chiedere un rimborso spese fosse umiliante. Di come, nonostante i chilometri di macchina e le energie spese, sembrasse sempre un favore che gli altri stavano facendo a te, che in fondo eri solo un giovane studente e non avevi certo da pretendere nulla. Di come a nessuno importasse da dove venivi, cosa portavi, cosa volevi raggiungere.

<<Non si paga vero?>>, chiedevano.
E tu: <<No, certo. Lo faccio per una mia ricerca>>.

E il tempo passava. E i giorni e le notti si susseguivano senza sosta. Mollare? No, non ancora. E intorno crescevano i falsi richiami. <<C’è un Master che forse può portarti a questo…>>; <<Vai a parlare con quella persona che forse può…>>; <<Perché non ti metti in contatto con…>>; <<Un’altra specializzazione potrebbe servire per…>>. Mollare? No, non ancora.

Vi racconto il giorno dello strappo.

Ero fermo con la macchina a una stazione di benzina. In Abruzzo per una presentazione andata quasi deserta. Una telefonata inaspettata, lì in mezzo al nulla. Una persona importante che iniziava a preoccuparsi del mio lavoro. Una persona che non capiva come mai, a differenza di altri, io dicessi sempre quel che pensavo, senza rendere conto a nessuno. Una persona che non riusciva proprio a spiegarsi come facessi a non farmi problemi a dire pubblicamente che il tal professore non ne sapeva nulla di bambini, o che per il tal altro era facile parlare dalla poltrona di un convegno senza essere mai andato all’asilo, o che c’era un business sotto tutta quella storia della formazione, dei patentini, dei certificati, ecc.

L’ultima frase che mi disse, dopo avermi offerto un posto sotto la sua protezione fu: <<Ricordati che i cani sciolti non fanno una buona fine>>.

Paura.
Chi parlava aveva paura.
Paura della verità. Il sistema ha paura della verità, non può accettare la verità,
perché la verità fa paura. Spaventa la verità. Spaventa pensarla,
ma ancor più spaventa sentirla.

Strappare il cerotto fu doloroso. Ma poi, sotto, la ferita non c’era più.
Sotto, la ferita non c’era mai stata. C’era sempre stato solamente un cerotto da strappare.

Sia maledetto chi convince l’altro che è ferito, che non può camminare, che non può immaginare. Maledetto chi convince l’altro che non può parlare, non può urlare, non può scappare. Sia maledetto chi impedisce al prossimo di dire la verità, chi lo convince che è preferibile sottostare, soffrire, piuttosto che liberarsi, reagire. Maledetto chi dice all’altro che ancora non sa, che ancora non può, che ancora non deve.

Noi possiamo, e dobbiamo.
Ora, sempre.

Dobbiamo dire basta a questa vergogna della specializzazione a costo zero.

Basta a chi ci chiede di lavorare gratuitamente per superare un esame, per raccogliere crediti, per terminare una tesi. Basta a chi, al riparo del proprio stipendio universitario, manda tirocinanti e studenti a lavorare gratuitamente nelle scuole, a fare il lavoro che lui in prima persona dovrebbe fare, a fare la ricerca che lui in prima persona dovrebbe costruire. Basta con questo sistema dei patentini, dei titoli, delle qualifiche costose e vuote. Basta a chi ci dice che non sappiamo, che non possiamo, che non è ancora il momento, che per fare una certa cosa occorrerà fare una telefonata, o scrivere una lettera, o presentarsi a, o seguire…

Siamo nelle mani di insegnanti, dirigenti e amministratori che devono imparare a rifiutare i progetti a costo zero. Perché dietro il costo zero c’è sempre una qualche forma di mafia, di sfruttamento. Perché non esistono giovani specializzati a costo zero che non soffrono. Basta con questa logica del gratuito, che favorisce i sistemi mafiosi, come quelli di certe università, dipartimenti, associazioni, baroni.

Siamo nelle mani di insegnanti, dirigenti e amministratori che devono tutelare i loro alunni e i genitori di quegli alunni, mettendo i loro figli nelle mani di persone che li raggiungono con passione e che vengono pagate sulla base della loro specializzazione, che ci dev’essere, e dev’essere vera, reale.

Siamo nelle mani di quanti, ogni giorno, in ogni città, terranno gli occhi aperti,
e parleranno e scriveranno di questo, e denunceranno situazioni di questo tipo.

Noi faremo il nostro, sempre.

Filosofiacoibambini®

Lettera aperta a un insegnante coraggioso

Senza categoria 3 novembre 2016

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Caro insegnante,

chiunque tu sia, e dovunque tu sia, ti chiedo solo un po’ di tempo.
Un po’ di pazienza nel leggere questa lettera. Ti chiedo di sederti, rilassarti,
ascoltare ciò che voglio dirti. Ti chiedo di immaginare che io sia lì,
che ti stia raccontando questa storia, occhi negli occhi,
emozione su emozione. Sono lì anche io.

Ricorda quand’eri bambino, ti prego.
Quando giocavi, col solo pensiero di giocare.
Quando nulla di ciò che oggi cattura la tua attenzione ti interessava.

Poi sei cresciuto.
Sei diventato adulto.

Certi giorni ti svegli senza energie.
La stanchezza ti afferra, ti rende vulnerabile, ti fa sentire solo.
Sei convinto di non avere la forza di lottare contro un sistema più grande di te,
che giudichi sbagliato ma non sai come cambiare,
dal quale non puoi allontanarti.

Eppure, ti è stata affidata la libertà di tanti bambini, la loro immaginazione.
Hai per le mani un potere grande. Più grande di quello di qualsiasi
governante, re, principe, dittatore. Un potere più grande
di quello di qualsiasi politico, banchiere,
presidente, amministratore.

L’immaginazione è la cosa più preziosa che abbiamo.
Ce l’abbiamo tutti, sempre. Ce l’abbiamo mentre camminiamo
per la strada, quando leggiamo un libro. Ce l’abbiamo in prigione,
dentro una cella, mentre veniamo percossi a morte. Non ci abbandona
in ospedale, né quando siamo addormentati o incoscienti. È con noi al cinema,
quando facciamo lavorare le mani, mentre aspettiamo che una persona ritorni.

Una persona che immagina è una persona libera.

Una persona che immagina è una persona che può dire sì o no,
che può allungare una mano per salvarne un’altra,
coraggiosa, che può decidere di partire,
di restare, di non obbedire.

Una persona che immagina è una persona che può cambiare il mondo,
a partire dalle proprie immagini, i propri sogni, le proprie sensazioni.

I bambini allenano l’immaginazione già prima di nascere,
quando immaginano la loro madre, ma noi ce ne accorgiamo solamente
quando, a un anno e mezzo, iniziano a giocare, a fare cose con le cose.

I bambini giocano, in ogni parte del mondo.
E noi non dovremmo permettere che ad alcuno
manchi il gioco necessario, oltre al nutrimento.

Ti chiedo di guardarti attorno con attenzione.
Di osservare come l’immaginazione di tutti noi,
e dei bambini soprattutto, venga abbattuta, violentata,
giorno dopo giorno, sempre di più. La tecnologia data in pasto
ai piccoli li fa vivere all’interno di fantasie create a tavolino per
convincerli a consumare, a comprare. Il cinema, la televisione,
internet, le app, la pubblicità, li ipnotizzano, rubandogli
immagini, sottraendogli libertà, istante dopo istante.

I piccoli credono che l’acqua nasca nelle bottiglie,
non sanno cadere e farsi male, pensano che le armi siano
qualcosa di divertente, che sia giusto parlarsi addosso, urlare.
Nelle classi, non c’è quasi nessuno che non chieda conferma
circa il colore da usare nel disegno, o come girare il proprio
foglio, che non abbia qualche disturbo legato al linguaggio,
all’espressione, alla timidezza, alla valutazione.

In classe, quasi nessun bambino ha pazienza di sedersi
ad aspettare, di respirare, tenere gli occhi chiusi per più di un istante.
Tirar fuori una parola o una storia, è un’impresa sempre più difficile.

Giorno dopo giorno, noi adulti lasciamo che le cose restino
sempre le stesse. Vediamo il baratro, ma non ci fermiamo.
Con la scusa di non poter fare nulla, mettiamo da parte
il nostro coraggio e acconsentiamo alla deriva.

Ma uno schermo non potrà mai sostituire una carezza.
Una ricerca su google non potrà mai sostituire il racconto
appassionato di un nonno. Un’amicizia su Facebook non potrà
mai ricambiare un abbraccio o uno sguardo. Le fantasie di un altro,
di un programmatore o di uno sviluppatore, potranno sostituire
le mie fantasie solo in cambio di un detrimento della mia
libertà personale, della mia libera immaginazione,
dell’unica cosa che mi rende vero.

Lo sappiamo, ma non facciamo nulla.

Obiezione di coscienza la chiamano alcuni. Altri, azione non-violenza.
A scuola significa rallentare, fermarsi se necessario. Aspettare tutti i bambini,
sempre. Non lasciare nessuno indietro. Mai. A costo del programma,
delle cose da fare, a costo di qualsiasi cosa, non abbandonare più
nessuno. A nessuno far pesare la propria condizione.

Valorizzare l’essere, nel gruppo, a ogni istante.
E non il fare, che si tramuta sempre nel saper fare.

Diagnosi, statistiche, disturbi, sostegni, fuori dalla porta, basta.
A scuola, ciascuno si occuperà di ciascun altro, senza differenze,
conservando un ritmo umano, un ritmo bambino.

Non violenza vorrà dire non acconsentire
più alla valutazione, alla somministrazione di test.
All’acquisto di libri di testo (scritti per bambini statistici,
che non esistono). Vorrà dire non accendere più la lavagna elettronica,
il televisore, il tablet. Vorrà dire tecnodigiuno, a casa e a scuola, e allenamento,
canalizzazione delle proprie energie verso armonia e bellezza, verso il controllo
delle proprie passioni, tristezze, rabbie. Vorrà dire Arte, Musica, Natura.
Vorrà dire sabotaggio della fotocopiatrice a scuola, delle schede,
dei lavoretti, di qualsiasi attività che non risponda a un
chiaro ampliamento dell’immaginazione di ciascun
bambino. Non in vista di un’immaginazione unica,
ma di un’immaginazione plurale.

E se quello che ti chiedo comportasse emarginazione
da parte dei colleghi, dei genitori, e della società, amico,
sappilo affrontare lo stesso, perché sai che si tratta del giusto,
dell’avere a cuore l’immaginazione e la libertà.

Insegnante, amico. Io credo in te.
Credo nel tuo grande potere, che già da domani
può iniziare a scorrere. Che già da domani può invadere
l’argine, può riconquistare lo spazio, il tempo, la scuola, la strada,
la casa, la città, la campagna, la mattina, il pomeriggio, il sogno e la veglia.

Abbi cura dell’immaginazione.
Abbi cura dei bambini.

Da domani abbi cura di tutti noi.

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La Scuola non esiste più.

Senza categoria 24 ottobre 2016

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Sono passati quasi nove anni da quando ebbe inizio quest’avventura. E in nove anni ne sono successe di cose. Quanti bambini, insegnanti, studenti, classi, scuole, banchi, cattedre, viaggi, laboratori, lezioni, esperienze, ore di lavoro e studio.

Se in nove anni e migliaia di ore di pratica a diretto contatto coi bambini non avessimo maturato una posizione filosofica ci sarebbe stato da preoccuparsi e ora non faticheremmo a dire d’aver fallito. Ma l’obbligo morale che da sempre abbiamo avvertito nei confronti di chi ci segue e crede nel nostro approccio educativo non ha mai smesso di spingerci verso l’obiettivo, irraggiungibile per definizione, ma non per questo meno importante: il perfezionamento dell’educazione.

La nostra posizione riguardo agli Universali è ben nota. Per non voler generalizzare ribadiamo di essere nominalisti, perlomeno quando si tratta di certe questioni. La scuola ad esempio. La Scuola come Universale non esiste. Esistono però le singole scuole. Ma soprattutto esiste il particolare spazio-tempo educativo. E ci si augura che il bambino lo occupi, lo abiti, il più a lungo possibile.

Credere nell’Universale Scuola porta a commettere errori evitabili e ad acconsentire a ciò che mai razionalmente potrebbe dirsi accettabile.

Ad ogni modo, credere che mandare un bambino a scuola voglia dire mandarlo ad abitare uno spazio-tempo educativo è un’illusione alla quale possiamo consigliarvi di non credere più, un po’ come si fa a una certa età con Babbo Natale.

La Scuola come Universale non rappresenta più e forse non ha mai rappresentato uno spazio-tempo educativo, ovvero uno spazio-tempo nel quale l’immaginazione del bambino venga allenata, ampliata, favorita e non schiacciata e ostacolata.

Esatto, perché uno spazio-tempo educativo altro non è se non un istante (più o meno lungo) in cui l’immaginazione si allena, si allarga, in cui la mente comprende intuendo i significati profondi, le metafore, le connessioni, le intenzioni, le sensazioni. Ed è qui che i bambini dovrebbero sostare maggiormente, perché qui e solo qui apprendono (senza ricorrere alla memoria, alle verifiche, ai voti, alle valutazioni, competenze, abilità).

Esiste, lo ribadiamo ancora, lo spazio-tempo educativo.

E questo potrà coincidere con la scuola, certo. Ma non con la Scuola come Universale (che non esiste), bensì soltanto con una scuola particolare, ubicata in una Via particolare… a un civico particolare…, in una città particolare, con all’interno un Maestro particolare che avrà un nome particolare… e svolgerà un programma particolare, rivolto solo ed esclusivamente ai suoi particolari bambini, che utilizzeranno libri particolari, scritti per loro, che faranno esperienze particolari, in un ambiente costruito per loro, senza verifiche o con verifiche particolari per ciascuno, e così via…

Oppure, come accade nella maggior parte dei casi, lo spazio-tempo educativo non coinciderà affatto con la scuola e allora lo si potrà cercare e trovare in campagna, in un bosco, in un appartamento in città, nella passeggiata domenicale, nella mamma che parla al bimbo prima che si addormenti, nella casa dei nonni il sabato pomeriggio, o in sogno.

A noi interessa che i bambini, tutti, vivano più che possono in uno spazio-tempo educativo. Ma sappiamo, senza poter essere smentiti, che questo spazio-tempo non coincide più con la maggior parte delle scuole che si trovano in circolazione. E il motivo è semplice e presto detto: la maggior parte delle scuole ha scelto, più o meno consapevolmente, più o meno stancamente, di adeguarsi all’idea di Scuola come Universale, fidandosi di programmi, indicazioni, teorie, nomi, tecnicismi, obiettivi, prove, testi, schede, burocrazie, progetti, apparati, diagnosi, costruiti su bambini statistici. Bambini che non esistono. Altri Universali che si nutrono di particolari omologati.

E nel frattempo l’immaginazione sparisce a una velocità più che preoccupante. Bambini che sanno schiacciare dei tasti su un tablet, sanno tre lingue, sanno fare una A all’interno del quadratino, o colorare di giallo il Sole disegnato sulla fotocopia, ma che quando andiamo in classe fanno fatica a tirar fuori una parola e poi non sanno che farci.

Creatività zero. Indipendenza sotto zero.

E questo mentre i teorici della filosofia per bambini di matrice americana (p4c e quant’altro), i signori professori dall’alto delle loro cattedre, che hanno avuto più di quarant’anni per fare qualcosa ma non hanno inciso sul sistema neppure di un’anticchia (come si direbbe in siciliano), ancora predicano di comunità di ricerca ecc. Teorie decrepite da sistema totalitario.

Qui siamo di fronte a un fraintendimento di ordine metafisico che rischia di condurci all’estinzione dell’immaginazione. A generazioni di persone così poco radicate da essere assolutamente inadatte a quel che le aspetta. Ecco perché FilosofiaCoiBambini non potrà che apprestarsi a una transizione necessaria, da Progetto a Movimento. Perché il problema non può essere ignorato e non può essere corretto se non con forze che si raccolgano insieme territorialmente, tra insegnanti, studenti, genitori, e così via.

E al diavolo gli Universali.

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Una scuola senza vittime

Senza categoria 12 agosto 2016

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Il sacrificio è l’istituzione primordiale
della cultura umana.
(René Girard)

Ho 31 anni. Sono stato un alunno per buona parte della mia vita.
Poi “maestro di filosofia”, come dicono i bambini coi quali
passo ogni giorno di scuola da un po’ tempo ormai.

Su quella frase di Girard ci ho riflettuto a lungo e spesso.
In un testo che mi è caro, egli afferma che ogni istituzione culturale
(compresa l’educazione e dunque la scuola) dev’essere
interpretata come trasformazione del sacrificio.

A lungo non ho capito che volesse dire.
Ora cercherò di spiegarvi cos’ho in mente.

Vi ricordate la frase che Caifa, il sommo sacerdote,
pronunciò davanti al Sinedrio riunito per decidere circa Gesù?
<<Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia
un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
>>.

Ecco svelato il meccanismo del sacrificio,
dice Girard!

Poi, questa illuminazione.
Un fatto personale.

Durante uno dei miei seminari in giro per l’Italia,
dove racconto il lavoro che faccio insieme al mio gruppo
e cerco di trovare persone che vogliano unirsi a noi,
dico che un insegnante dovrebbe avere
a cuore ogni alunno.

Ribadisco che se anche uno solo dei bambini presenti in classe
soffre per qualcosa o qualcuno, tutti dovrebbero fermarsi
per cercare di risolvere quella situazione, prima di
proseguire, prima di fare qualsiasi cosa.

Dico che non c’è fretta di arrivare da nessuna parte  
e che è importante che nessuno, mai, rimanga indietro. 

Ribadisco che per quanto mi riguarda se a un bambino
occorre una mattinata intera per tranquillizzarsi,
partecipare a un’attività o altro, tutta la classe
ha il dovere di fermarsi e aspettare.

Dico anche che non solo la classe, ma la scuola intera dovrebbe
essere organizzata in modo tale da far sentire la sua vicinanza
a ciascuno. Ribadisco che l’intera scuola dovrebbe potersi
fermare se solamente una delle persone che stanno
sotto il suo tetto ha un problema, un dolore,
una difficoltà.

Con un’onestà che mi lasciò senza parole,
e alla quale ripenso ancora con stupore, il mio interlocutore,
durante quel seminario, mi rispose che quel che dicevo non stava in piedi.
Che la classe non poteva permettersi di fermarsi ad aspettare qualcuno.
Che a scuola non c’è tempo per certe cose. Che si fa quel
che si può ma che dappertutto non si può arrivare.

<<Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio
che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
>>.

Quanti Caifa nella scuola. 
Quanti Sinedri i collegi docenti.

Quante volte, sovrappensiero, si è acconsentito al sacrificio.
Quante volte non ci si è fermati, per il bene della nazione intera,
della classe. Quanti sono stati sacrificati, perché più lenti
rispetto alla media, o più veloci, più intuitivi,
fragili, doloranti, abbandonati.

Quanti poi hanno smesso di studiare,
hanno perso fiducia in se stessi, nei loro mezzi.
Quanti sono stati chiamati stupididislessiciautistici.

Quanti conservano e conserveranno
un brutto ricordo della Scuola, perché questa
gli ha negato il volto umano, mostrandogli solamente
la faccia meccanica, il lato-fabbrica, quello dell’efficienza produttiva,
del numero di iscritti, delle prove invalsi, delle competenze,
delle tabelle, dei grafici, della pedagogia slegata dal
buonsenso, dei pasti pronti, delle emozioni
targate pixar, degli obiettivi, e così via.

Basta.

Come dice Girard, una volta che il sacrificio è svelato,
non si torna indietro, niente è più come prima.
La Scuola va cambiata, ripensata. Ne va
inaugurata una nuova, se necessario.

Una scuola che ci insegni a scoprire chi siamo,
senza più sacrifici, senza più vittime.

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Cambia Scuola #4 (il senso)

Senza categoria 5 agosto 2016

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Quando incontro qualcuno che dice di essere un filosofo,
mi stupisco fino alle lacrime della sua sicurezza. Mi domando
come possa aver capito cos’è la filosofia, e mi chiedo come
faccia a sapere di esserne un suo rappresentante.

Se incontro un meccanico e gli chiedo cos’è un motore,
lui alza il cofano di una macchina e me lo indica. In officina
custodisce una cassetta degli attrezzi con la quale riesce
a ripararlo se per caso smette di funzionare.

Generalmente chi dice di essere un filosofo mena il can per l’aia
e non sa cosa indicare. Si destreggia come può, ma non gli cavi
fuori altro che frasi già sentite o citazioni prese da qualcun
altro. Malgrado la volontà di alcuni di dotarsi di cassette
degli attrezzi, non ve ne sono per il filosofo.

Vale lo stesso (e anzi, peggio) tra chi dice
di occuparsi di filosofia e bambini. Lì, la prima
domanda da fare all’interlocutore “filosofo” è: quanto
tempo passi alla settimana con i bambini? A scuola o all’asilo?
Se la risposta tarda ad arrivare o le esperienze sono scarse,
non c’è da fidarsi. E questo vale per i tutti coloro
che parlano di filosofia e bambini, che abbiano
20 oppure 70 anni, non fa differenza.

La seconda domanda, invece, potrebbe essere:
perché lo fai? Perché vuoi andare dai bambini a
portar loro la filosofia? E qui segue un lungo elenco
di assurdità dispensate più o meno seriamente, tra le quali
campeggia la sempreverde: perché i bambini sono i veri filosofi!

Ma se davvero lo fossero, posto che ci sia qualcuno che sappia
spiegare cosa vuol dire esser veri filosofi, che senso avrebbe
andar proprio da loro? Sarebbe come regalare delle uova
a chi ha un allevamento di galline, o giocattoli a chi
non sa più dove metterli.

La verità è che a nessun bambino importa niente della filosofia.
I bambini sono bambini (se glielo lasciamo fare!). Dirigenti,
insegnanti e genitori dovrebbero vigilare ancora di più
sui progetti che i loro bambini fanno a scuola, per
evitare cantonate più o meno deleterie, portate
avanti da attori improvvisati.

È la filosofia che dovrebbe interessarsi ai bambini:
osservandoli, descrivendoli, documentando il loro pensiero.
E non perché questo “serva” a qualcosa, o potrebbe
“servire” a qualcosa, ma semplicemente
per capire, per conoscere i modi
del loro conoscere, del loro
vivere, del loro essere.

È vero, noi di FilosofiaCoiBambini alleniamo il linguaggio.
Giochiamo seriamente. Ma il nostro obiettivo,
chiaro a tutti, non è aggiungere,
bensì capire come togliere.

Trovare le strade migliori
per lasciare spazio, arretrare, liberare.

Perché il problema vero, almeno in Italia, se qualcuno
ancora non l’avesse capito, non è la fame, il freddo,
o qualche altra mancanza. Il problema vero qui è:
“Maestra, che colore uso?”,
“Maestra, cosa devo fare?”.

Troppo, troppo spesso, persone che dicono
di occuparsi di filosofia e bambini, vanno nelle scuole,
dove i bambini sono già carichi di compiti, dove l’istituzione
(per quanto mascherata) fa già sentire il suo peso, e portano
altra roba, aggiungono il loro ego di filosofi a quello degli
adulti presenti, e vogliono lasciare un segno, fare,
portare i bambini a… capire, domandarsi,
e così via. Tutte manifestazioni, più
o meno stanche, dell’Io del
filosofo chiacchierone
di turno.

Tutte riprese del falso mito secondo il quale occorre
fare, fare esperienza, capire…, analizzare ma,
per carità, subito dopo sintetizzare
(con l’adulto, guai da soli!).

Noi di FilosofiaCoiBambini ci manteniamo attenti,
e al riparo da certi pericoli. Ci occupiamo di ciò che ci
occupiamo perché non possiamo far altro. Studiamo
continuamente. Sensibilizziamo più che possiamo
la realtà che ci circonda, in vista di piccoli
cambiamenti.

Sappiamo che entrando in classe,
siamo noi a dover studiare, non i bambini.

Io non so cos’è la filosofia, né so chi è un filosofo.
Posso solo dire cosa senz’altro non è, ma credo
di averne parlato abbastanza per oggi!

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Cambia Scuola #3 (l’agitazione)

Senza categoria 23 luglio 2016

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Più studio, più mi accorgo di non sapere niente.
Ma una cosa fondamentale l’ho imparata, sono sicuro.
Non la insegnano all’università, non la impari lì.
La devi scoprire da solo, se ci riesci,
guardandoti attorno con
molta attenzione.

È il presupposto di ogni azione educativa.

Un principio che dovremmo poter trovare sui libri,
tratteggiato sui muri delle scuole. E invece è
tenuto segreto, perché non sia mai che le
cose possano
 velocemente migliorare.

Tale principio afferma che ci sei tu, l’educatore.
C’è il bambino (oppure, i bambini).
E un’azione tra voi.

Già, ma quale azione?
Qua sbatte ogni metodo!
Qua incappa ogni grande maestro!

Il principio di cui parliamo (come ogni buon principio)
non ti dice cosa fare, ma ti suggerisce un metodo per capire,
all’istante, cos’è meglio evitare. Si tratta, come si vedrà,
di qualcosa di semplice, ma estremamente potente.
Difficile anche, perché richiede attenzione
e la rara capacità di sapersi staccare
dalle proprie abitudini mentali.

Eccolo, formulato in maniera sintetica.
L’educatore, per decidere della necessità o meno
di un bisogno educativo, deve porsi una
 domanda:
“che vantaggio ne ricava l’immaginazione del bambino?”
(in particolare modo tra i 18 mesi e i 9 anni d’età)

Se la risposta è: “nessun vantaggio”,
vuol dire che si tratta di un bisogno non necessario
o addirittura deleterio. In quel caso, l’educatore lo deve abbandonare!

Se invece il vantaggio c’è, ecco formarsi,
come d’incanto, una gerarchia di attività che allenano
più o meno efficacemente l’immaginazione dei bambini.
Con in testa l’Arte, la Musica, la Danza, la Spiritualità,
la Filosofia, la Scienza (nel caso in cui seguano
un approccio sincero dalla parte
dei bambini, è chiaro!)

Ed ecco sparire per sempre i lavoretti, 
i pulcini che devono per forza esser colorati di giallo,
i pennarelli che sono sempre degli stessi colori, gli album da colorare,
la televisione, gli smartphone e i tablet, i centri commerciali
la domenica pomeriggio, i giocattoli strutturati, le storie
per bambini, il linguaggio povero, infantilizzato,
e si potrebbe proseguire a lungo…

Coi bambini si può anche non sapere cosa fare.
Ma non ci si può permettere d’ignorare cos’è bene evitare.

*******

Ogni anno, sempre più insegnanti si domandano
come mai i bambini arrivano o ritornano a scuola agitati.
Beh, provateci voi a passare un’estate in un centro estivo dove
tutto è un continuo fluire, incalzare, correre. Dove nessuno
sa di preciso dove si sta andando e perché.
Dove si confonde necessario e superfluo
(educativamente parlando).

Bene è andare, fare esperienza.
Male è soffermarsi, aspettare, pazientare,
parlare, riflettere. Dopo un’estate del genere,
è già un miracolo che un bambino acconsenta a entrare
in un edificio nel quale gli viene imposto di stare
a riposo per cinque o più ore.

Un luogo che dovrebbe allenare l’attenzione,
l’occhio vigile del cuore e della mente, ma che in fondo,
per forza di cose, assomiglia sempre di più
a un istituto di contenimento.

Il cambiamento è dietro l’angolo, possiamo
agguantarlo con uno sforzo personale e poi collettivo.

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