L’asilo nella giungla

Senza categoria 16 giugno 2017

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Preso atto dei difetti del sistema scolastico nazionale e percepita, attraverso una sofisticata indagine su diversi gruppi whatsapp, la velleitaria intenzione di molte mamme di ritirare i figli da scuola (perché preoccupate di doverli lasciare tutto il giorno al chiuso di un edificio di cemento), un manipolo di geniali individui creò L‘asilo nella giungla. Erano un imprenditore, un consulente finanziario, un social media manager, una fashion blogger, un’importante immobiliarista e tour operator, e un pedagogista.

Una sera, dopo aver passato in rassegna tutti i vari settori sui quali avrebbero potuto investire i loro soldi per farne molti di più, e avendo trovato già occupate molte preziose aree di mercato (pannolini, giocattoli, medicinali, etc.), dissero in coro, <<L’educazione! Buttiamoci sull’educazione!>>. E così, di lì a poco, avevano già un piano…

Anzitutto, il social media manager avrebbe provveduto ad aprire una bella pagina Facebook chiamata “L’asilo nella giungla“. Poi, grazie a una campagna pubblicitaria mirata su mamme arrabbiate e in rivolta contro l’istituzione scolastica, lo smog, la mancanza di diritti e di libertà, etc., avrebbe provveduto a sollevare un bel polverone attorno al tema. Ogni giorno avrebbe martellato i suoi utenti, grazie a filmati e fotografie strappalacrime, circa i rischi di un’educazione standard, fatta al chiuso di una classe, senza alberi, senza ossigeno. La mancanza d’aria e di libertà che le mamme arrabbiate avrebbero percepito scorrendo le notizie sulla loro bacheca le avrebbe fatte andare ancora di più su tutte le furie. Presto le strade si sarebbero riempite di cittadini infuriati: <<Come possono i bambini esser tenuti a scuola tutto il giorno! Devono poter abbracciare gli alberi quando vogliono!>>. In breve tempo, la soluzione sarebbe stata proposta alla massa urlante: L’asilo nella giungla. Grazie a un’accurata scelta d’immagini ritraenti bambini in braccio a scimpanzé, o che carezzavano cuccioli di tigre, o salivano su liane e poi si lanciavano nel fango, il più era ormai fatto. Tutti, ma proprio tutti, volevano L’asilo nella giungla.

E, d’altronde, come non volerlo? Come non trovarsi d’accordo di fronte a un messaggio tanto semplice e chiaro? Stare all’aria aperta fa bene, nessuno poteva rifiutarsi di ammetterlo. Quindi andare a scuola all’aperto era il massimo. Bambini contenti, genitori contenti di spendere soldi. <<Se altri sono riusciti a imbottigliare l’acqua minerale!>>, disse l’imprenditore durante una riunione, <<Perché non dovremmo riuscire noi a vendere l’idea che stare all’aperto fa bene!>>.

Il lavoro del social media manager continuò naturalmente, con risultati sempre più gratificanti, quasi esponenziali. Mano a mano che fioccavano le interviste e i giornali, le radio, le televisioni s’interessavano al fenomeno “L’asilo nella giungla“, crescevano le iscrizioni e le prenotazioni da ogni parte. La fashion blogger, poi, ci mise del suo, anzitutto iscrivendo il proprio primogenito a un Asilo nella giungla e rilasciando subito un’intervista ad hoc su un rotocalco famoso che tutti i saloni di bellezza si sarebbero procurati, poi creando una linea di abbigliamento che richiamasse la giungla e la libertà che solo lì era possibile raggiungere.

Inutile dilungarsi sui profitti del tour operator e dell’immobiliarista… Pensate che i pochi ricchi che se lo potevano permettere già avevano iniziato a mandare ogni settimana i loro figli a scuola in qualche isola del distretto di Bali, in piena foresta indonesiana. E per i meno abbienti erano state allestite giungle improvvisate nelle campagne un po’ fuori città, o all’interno di serre riscaldate ricavate dentro ex capannoni industriali. I bambini avevano il caldo, le zanzare, le pozzanghere, potevano sporcarsi, farsi male e persino interagire con animali esotici più o meno grandi e affamati.

Il consulente finanziario del gruppo, che ormai faticava a dormire la notte, apriva continuamente nuovi fronti di mercato, maledicendo per questo la fashion blogger. C’era tutto il merchandising de L’asilo nella giungla: i cappellini da esploratore, le t-shirt finte sporche, il trucco per mimetizzarsi, gli scarponcini (che si vendevano assieme al piccolo coltellino svizzero dalla punta arrotondata). E poi c’erano i corsi di formazione per insegnanti che volevano essere abilitati per insegnare nella giungla. Corsi su come riuscire a evitare di finire dentro la bocca di un coccodrillo o divorati da famelici piranha, e soprattutto come insegnare le tabelline appesi su una liana a dieci metri d’altezza. E poi gli introiti del marchio, che dovevano essere ben investiti, in modo da avere, nel più breve tempo possibile, un L’asilo nella giungla in ogni città e borgo della nazione. <<Franchising>> aveva detto qualcuno durante qualche riunione.

****

Passarono gli anni, e la moda de L’asilo nella giungla passò. Tutti sapevano che sarebbe successo, o prima o dopo, così, nessuno se ne stupì troppo. Fintanto che l’illusione era durata avevano raggranellato belle somme, e di quello potevano dirsi tutti soddisfatti. Certo tutti quegli edifici pieni di piante tropicali sfiorite facevano un po’ tristezza, ma tant’è. La colpa fo, forse, di qualche concorrente sleale, di quel L’asilo sulla Luna che si erano inventati in America, o di quel L’asilo sul vulcano, che era cominciato ad andare di moda in Sicilia. O forse fu colpa della fashion blogger che non faceva più tendenza.

O magari la colpa fu di quel manipolo d’insegnanti che un giorno si prese la briga di chiedere quale idea pedagogica ci fosse dietro tutto quell’ambaradan andato in scena da un momento all’altro. <<Nessuno>>, disse il pedagogista.
<<A me non mi hanno mai interpellato>>.

C.

Giovani specializzati a costo zero

Senza categoria 13 giugno 2017

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Ora vi racconto come funziona il lavoro nel mio settore, in Italia.
Vi racconto cose belle e anche cose brutte, cosicché
possiate scegliere da che parte stare.

Ah, tra parentesi, io sono solo uno dei tanti giovani che ha fatto l’Università, ha conseguito un paio di Master, un Dottorato di ricerca, ha scritto qualche articolo, e che insomma si è dato parecchio da fare per la causa. Quale causa? Quella dell’educazione (sperimentale, d’avanguardia, che dir si voglia). Già, perché da dieci anni chi vi scrive si occupa proprio di questo, visitando scuole di ogni ordine e grado (specialmente scuole dell’infanzia e scuole primarie) di tutta Italia, cercando di fare breccia dovunque con un progetto, con un metodo educativo frutto d’intensi anni di studio, ricerca, divulgazione. Un progetto bellissimo condiviso, nel tempo, con un Team di altri 45 giovani sparsi lungo tutto lo Stivale che a loro volta, giorno dopo giorno, entrando a scuola, fanno lo stesso.

Vi racconto di quanto sia stato difficile all’inizio, per molti anni. Di come, per molto tempo, tutto fosse fatto gratuitamente. Di come chiedere un rimborso spese fosse umiliante. Di come, nonostante i chilometri di macchina e le energie spese, sembrasse sempre un favore che gli altri stavano facendo a te, che in fondo eri solo un giovane studente e non avevi certo da pretendere nulla. Di come a nessuno importasse da dove venivi, cosa portavi, cosa volevi raggiungere.

<<Non si paga vero?>>, chiedevano.
E tu: <<No, certo. Lo faccio per una mia ricerca>>.

E il tempo passava. E i giorni e le notti si susseguivano senza sosta. Mollare? No, non ancora. E intorno crescevano i falsi richiami. <<C’è un Master che forse può portarti a questo…>>; <<Vai a parlare con quella persona che forse può…>>; <<Perché non ti metti in contatto con…>>; <<Un’altra specializzazione potrebbe servire per…>>. Mollare? No, non ancora.

Vi racconto il giorno dello strappo.

Ero fermo con la macchina a una stazione di benzina. In Abruzzo per una presentazione andata quasi deserta. Una telefonata inaspettata, lì in mezzo al nulla. Una persona importante che iniziava a preoccuparsi del mio lavoro. Una persona che non capiva come mai, a differenza di altri, io dicessi sempre quel che pensavo, senza rendere conto a nessuno. Una persona che non riusciva proprio a spiegarsi come facessi a non farmi problemi a dire pubblicamente che il tal professore non ne sapeva nulla di bambini, o che per il tal altro era facile parlare dalla poltrona di un convegno senza essere mai andato all’asilo, o che c’era un business sotto tutta quella storia della formazione, dei patentini, dei certificati, ecc.

L’ultima frase che mi disse, dopo avermi offerto un posto sotto la sua protezione fu: <<Ricordati che i cani sciolti non fanno una buona fine>>.

Paura.
Chi parlava aveva paura.
Paura della verità. Il sistema ha paura della verità, non può accettare la verità,
perché la verità fa paura. Spaventa la verità. Spaventa pensarla,
ma ancor più spaventa sentirla.

Strappare il cerotto fu doloroso. Ma poi, sotto, la ferita non c’era più.
Sotto, la ferita non c’era mai stata. C’era sempre stato solamente un cerotto da strappare.

Sia maledetto chi convince l’altro che è ferito, che non può camminare, che non può immaginare. Maledetto chi convince l’altro che non può parlare, non può urlare, non può scappare. Sia maledetto chi impedisce al prossimo di dire la verità, chi lo convince che è preferibile sottostare, soffrire, piuttosto che liberarsi, reagire. Maledetto chi dice all’altro che ancora non sa, che ancora non può, che ancora non deve.

Noi possiamo, e dobbiamo.
Ora, sempre.

Dobbiamo dire basta a questa vergogna della specializzazione a costo zero.

Basta a chi ci chiede di lavorare gratuitamente per superare un esame, per raccogliere crediti, per terminare una tesi. Basta a chi, al riparo del proprio stipendio universitario, manda tirocinanti e studenti a lavorare gratuitamente nelle scuole, a fare il lavoro che lui in prima persona dovrebbe fare, a fare la ricerca che lui in prima persona dovrebbe costruire. Basta con questo sistema dei patentini, dei titoli, delle qualifiche costose e vuote. Basta a chi ci dice che non sappiamo, che non possiamo, che non è ancora il momento, che per fare una certa cosa occorrerà fare una telefonata, o scrivere una lettera, o presentarsi a, o seguire…

Siamo nelle mani di insegnanti, dirigenti e amministratori che devono imparare a rifiutare i progetti a costo zero. Perché dietro il costo zero c’è sempre una qualche forma di mafia, di sfruttamento. Perché non esistono giovani specializzati a costo zero che non soffrono. Basta con questa logica del gratuito, che favorisce i sistemi mafiosi, come quelli di certe università, dipartimenti, associazioni, baroni.

Siamo nelle mani di insegnanti, dirigenti e amministratori che devono tutelare i loro alunni e i genitori di quegli alunni, mettendo i loro figli nelle mani di persone che li raggiungono con passione e che vengono pagate sulla base della loro specializzazione, che ci dev’essere, e dev’essere vera, reale.

Siamo nelle mani di quanti, ogni giorno, in ogni città, terranno gli occhi aperti,
e parleranno e scriveranno di questo, e denunceranno situazioni di questo tipo.

Noi faremo il nostro, sempre.

Filosofiacoibambini®

Lettera aperta a un insegnante coraggioso

Senza categoria 3 novembre 2016

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Caro insegnante,

chiunque tu sia, e dovunque tu sia, ti chiedo solo un po’ di tempo.
Un po’ di pazienza nel leggere questa lettera. Ti chiedo di sederti, rilassarti,
ascoltare ciò che voglio dirti. Ti chiedo di immaginare che io sia lì,
che ti stia raccontando questa storia, occhi negli occhi,
emozione su emozione. Sono lì anche io.

Ricorda quand’eri bambino, ti prego.
Quando giocavi, col solo pensiero di giocare.
Quando nulla di ciò che oggi cattura la tua attenzione ti interessava.

Poi sei cresciuto.
Sei diventato adulto.

Certi giorni ti svegli senza energie.
La stanchezza ti afferra, ti rende vulnerabile, ti fa sentire solo.
Sei convinto di non avere la forza di lottare contro un sistema più grande di te,
che giudichi sbagliato ma non sai come cambiare,
dal quale non puoi allontanarti.

Eppure, ti è stata affidata la libertà di tanti bambini, la loro immaginazione.
Hai per le mani un potere grande. Più grande di quello di qualsiasi
governante, re, principe, dittatore. Un potere più grande
di quello di qualsiasi politico, banchiere,
presidente, amministratore.

L’immaginazione è la cosa più preziosa che abbiamo.
Ce l’abbiamo tutti, sempre. Ce l’abbiamo mentre camminiamo
per la strada, quando leggiamo un libro. Ce l’abbiamo in prigione,
dentro una cella, mentre veniamo percossi a morte. Non ci abbandona
in ospedale, né quando siamo addormentati o incoscienti. È con noi al cinema,
quando facciamo lavorare le mani, mentre aspettiamo che una persona ritorni.

Una persona che immagina è una persona libera.

Una persona che immagina è una persona che può dire sì o no,
che può allungare una mano per salvarne un’altra,
coraggiosa, che può decidere di partire,
di restare, di non obbedire.

Una persona che immagina è una persona che può cambiare il mondo,
a partire dalle proprie immagini, i propri sogni, le proprie sensazioni.

I bambini allenano l’immaginazione già prima di nascere,
quando immaginano la loro madre, ma noi ce ne accorgiamo solamente
quando, a un anno e mezzo, iniziano a giocare, a fare cose con le cose.

I bambini giocano, in ogni parte del mondo.
E noi non dovremmo permettere che ad alcuno
manchi il gioco necessario, oltre al nutrimento.

Ti chiedo di guardarti attorno con attenzione.
Di osservare come l’immaginazione di tutti noi,
e dei bambini soprattutto, venga abbattuta, violentata,
giorno dopo giorno, sempre di più. La tecnologia data in pasto
ai piccoli li fa vivere all’interno di fantasie create a tavolino per
convincerli a consumare, a comprare. Il cinema, la televisione,
internet, le app, la pubblicità, li ipnotizzano, rubandogli
immagini, sottraendogli libertà, istante dopo istante.

I piccoli credono che l’acqua nasca nelle bottiglie,
non sanno cadere e farsi male, pensano che le armi siano
qualcosa di divertente, che sia giusto parlarsi addosso, urlare.
Nelle classi, non c’è quasi nessuno che non chieda conferma
circa il colore da usare nel disegno, o come girare il proprio
foglio, che non abbia qualche disturbo legato al linguaggio,
all’espressione, alla timidezza, alla valutazione.

In classe, quasi nessun bambino ha pazienza di sedersi
ad aspettare, di respirare, tenere gli occhi chiusi per più di un istante.
Tirar fuori una parola o una storia, è un’impresa sempre più difficile.

Giorno dopo giorno, noi adulti lasciamo che le cose restino
sempre le stesse. Vediamo il baratro, ma non ci fermiamo.
Con la scusa di non poter fare nulla, mettiamo da parte
il nostro coraggio e acconsentiamo alla deriva.

Ma uno schermo non potrà mai sostituire una carezza.
Una ricerca su google non potrà mai sostituire il racconto
appassionato di un nonno. Un’amicizia su Facebook non potrà
mai ricambiare un abbraccio o uno sguardo. Le fantasie di un altro,
di un programmatore o di uno sviluppatore, potranno sostituire
le mie fantasie solo in cambio di un detrimento della mia
libertà personale, della mia libera immaginazione,
dell’unica cosa che mi rende vero.

Lo sappiamo, ma non facciamo nulla.

Obiezione di coscienza la chiamano alcuni. Altri, azione non-violenza.
A scuola significa rallentare, fermarsi se necessario. Aspettare tutti i bambini,
sempre. Non lasciare nessuno indietro. Mai. A costo del programma,
delle cose da fare, a costo di qualsiasi cosa, non abbandonare più
nessuno. A nessuno far pesare la propria condizione.

Valorizzare l’essere, nel gruppo, a ogni istante.
E non il fare, che si tramuta sempre nel saper fare.

Diagnosi, statistiche, disturbi, sostegni, fuori dalla porta, basta.
A scuola, ciascuno si occuperà di ciascun altro, senza differenze,
conservando un ritmo umano, un ritmo bambino.

Non violenza vorrà dire non acconsentire
più alla valutazione, alla somministrazione di test.
All’acquisto di libri di testo (scritti per bambini statistici,
che non esistono). Vorrà dire non accendere più la lavagna elettronica,
il televisore, il tablet. Vorrà dire tecnodigiuno, a casa e a scuola, e allenamento,
canalizzazione delle proprie energie verso armonia e bellezza, verso il controllo
delle proprie passioni, tristezze, rabbie. Vorrà dire Arte, Musica, Natura.
Vorrà dire sabotaggio della fotocopiatrice a scuola, delle schede,
dei lavoretti, di qualsiasi attività che non risponda a un
chiaro ampliamento dell’immaginazione di ciascun
bambino. Non in vista di un’immaginazione unica,
ma di un’immaginazione plurale.

E se quello che ti chiedo comportasse emarginazione
da parte dei colleghi, dei genitori, e della società, amico,
sappilo affrontare lo stesso, perché sai che si tratta del giusto,
dell’avere a cuore l’immaginazione e la libertà.

Insegnante, amico. Io credo in te.
Credo nel tuo grande potere, che già da domani
può iniziare a scorrere. Che già da domani può invadere
l’argine, può riconquistare lo spazio, il tempo, la scuola, la strada,
la casa, la città, la campagna, la mattina, il pomeriggio, il sogno e la veglia.

Abbi cura dell’immaginazione.
Abbi cura dei bambini.

Da domani abbi cura di tutti noi.

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La Scuola non esiste più.

Senza categoria 24 ottobre 2016

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Sono passati quasi nove anni da quando ebbe inizio quest’avventura. E in nove anni ne sono successe di cose. Quanti bambini, insegnanti, studenti, classi, scuole, banchi, cattedre, viaggi, laboratori, lezioni, esperienze, ore di lavoro e studio.

Se in nove anni e migliaia di ore di pratica a diretto contatto coi bambini non avessimo maturato una posizione filosofica ci sarebbe stato da preoccuparsi e ora non faticheremmo a dire d’aver fallito. Ma l’obbligo morale che da sempre abbiamo avvertito nei confronti di chi ci segue e crede nel nostro approccio educativo non ha mai smesso di spingerci verso l’obiettivo, irraggiungibile per definizione, ma non per questo meno importante: il perfezionamento dell’educazione.

La nostra posizione riguardo agli Universali è ben nota. Per non voler generalizzare ribadiamo di essere nominalisti, perlomeno quando si tratta di certe questioni. La scuola ad esempio. La Scuola come Universale non esiste. Esistono però le singole scuole. Ma soprattutto esiste il particolare spazio-tempo educativo. E ci si augura che il bambino lo occupi, lo abiti, il più a lungo possibile.

Credere nell’Universale Scuola porta a commettere errori evitabili e ad acconsentire a ciò che mai razionalmente potrebbe dirsi accettabile.

Ad ogni modo, credere che mandare un bambino a scuola voglia dire mandarlo ad abitare uno spazio-tempo educativo è un’illusione alla quale possiamo consigliarvi di non credere più, un po’ come si fa a una certa età con Babbo Natale.

La Scuola come Universale non rappresenta più e forse non ha mai rappresentato uno spazio-tempo educativo, ovvero uno spazio-tempo nel quale l’immaginazione del bambino venga allenata, ampliata, favorita e non schiacciata e ostacolata.

Esatto, perché uno spazio-tempo educativo altro non è se non un istante (più o meno lungo) in cui l’immaginazione si allena, si allarga, in cui la mente comprende intuendo i significati profondi, le metafore, le connessioni, le intenzioni, le sensazioni. Ed è qui che i bambini dovrebbero sostare maggiormente, perché qui e solo qui apprendono (senza ricorrere alla memoria, alle verifiche, ai voti, alle valutazioni, competenze, abilità).

Esiste, lo ribadiamo ancora, lo spazio-tempo educativo.

E questo potrà coincidere con la scuola, certo. Ma non con la Scuola come Universale (che non esiste), bensì soltanto con una scuola particolare, ubicata in una Via particolare… a un civico particolare…, in una città particolare, con all’interno un Maestro particolare che avrà un nome particolare… e svolgerà un programma particolare, rivolto solo ed esclusivamente ai suoi particolari bambini, che utilizzeranno libri particolari, scritti per loro, che faranno esperienze particolari, in un ambiente costruito per loro, senza verifiche o con verifiche particolari per ciascuno, e così via…

Oppure, come accade nella maggior parte dei casi, lo spazio-tempo educativo non coinciderà affatto con la scuola e allora lo si potrà cercare e trovare in campagna, in un bosco, in un appartamento in città, nella passeggiata domenicale, nella mamma che parla al bimbo prima che si addormenti, nella casa dei nonni il sabato pomeriggio, o in sogno.

A noi interessa che i bambini, tutti, vivano più che possono in uno spazio-tempo educativo. Ma sappiamo, senza poter essere smentiti, che questo spazio-tempo non coincide più con la maggior parte delle scuole che si trovano in circolazione. E il motivo è semplice e presto detto: la maggior parte delle scuole ha scelto, più o meno consapevolmente, più o meno stancamente, di adeguarsi all’idea di Scuola come Universale, fidandosi di programmi, indicazioni, teorie, nomi, tecnicismi, obiettivi, prove, testi, schede, burocrazie, progetti, apparati, diagnosi, costruiti su bambini statistici. Bambini che non esistono. Altri Universali che si nutrono di particolari omologati.

E nel frattempo l’immaginazione sparisce a una velocità più che preoccupante. Bambini che sanno schiacciare dei tasti su un tablet, sanno tre lingue, sanno fare una A all’interno del quadratino, o colorare di giallo il Sole disegnato sulla fotocopia, ma che quando andiamo in classe fanno fatica a tirar fuori una parola e poi non sanno che farci.

Creatività zero. Indipendenza sotto zero.

E questo mentre i teorici della filosofia per bambini di matrice americana (p4c e quant’altro), i signori professori dall’alto delle loro cattedre, che hanno avuto più di quarant’anni per fare qualcosa ma non hanno inciso sul sistema neppure di un’anticchia (come si direbbe in siciliano), ancora predicano di comunità di ricerca ecc. Teorie decrepite da sistema totalitario.

Qui siamo di fronte a un fraintendimento di ordine metafisico che rischia di condurci all’estinzione dell’immaginazione. A generazioni di persone così poco radicate da essere assolutamente inadatte a quel che le aspetta. Ecco perché FilosofiaCoiBambini non potrà che apprestarsi a una transizione necessaria, da Progetto a Movimento. Perché il problema non può essere ignorato e non può essere corretto se non con forze che si raccolgano insieme territorialmente, tra insegnanti, studenti, genitori, e così via.

E al diavolo gli Universali.

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Una scuola senza vittime

Senza categoria 12 agosto 2016

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Il sacrificio è l’istituzione primordiale
della cultura umana.
(René Girard)

Ho 31 anni. Sono stato un alunno per buona parte della mia vita.
Poi “maestro di filosofia”, come dicono i bambini coi quali
passo ogni giorno di scuola da un po’ tempo ormai.

Su quella frase di Girard ci ho riflettuto a lungo e spesso.
In un testo che mi è caro, egli afferma che ogni istituzione culturale
(compresa l’educazione e dunque la scuola) dev’essere
interpretata come trasformazione del sacrificio.

A lungo non ho capito che volesse dire.
Ora cercherò di spiegarvi cos’ho in mente.

Vi ricordate la frase che Caifa, il sommo sacerdote,
pronunciò davanti al Sinedrio riunito per decidere circa Gesù?
<<Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia
un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
>>.

Ecco svelato il meccanismo del sacrificio,
dice Girard!

Poi, questa illuminazione.
Un fatto personale.

Durante uno dei miei seminari in giro per l’Italia,
dove racconto il lavoro che faccio insieme al mio gruppo
e cerco di trovare persone che vogliano unirsi a noi,
dico che un insegnante dovrebbe avere
a cuore ogni alunno.

Ribadisco che se anche uno solo dei bambini presenti in classe
soffre per qualcosa o qualcuno, tutti dovrebbero fermarsi
per cercare di risolvere quella situazione, prima di
proseguire, prima di fare qualsiasi cosa.

Dico che non c’è fretta di arrivare da nessuna parte  
e che è importante che nessuno, mai, rimanga indietro. 

Ribadisco che per quanto mi riguarda se a un bambino
occorre una mattinata intera per tranquillizzarsi,
partecipare a un’attività o altro, tutta la classe
ha il dovere di fermarsi e aspettare.

Dico anche che non solo la classe, ma la scuola intera dovrebbe
essere organizzata in modo tale da far sentire la sua vicinanza
a ciascuno. Ribadisco che l’intera scuola dovrebbe potersi
fermare se solamente una delle persone che stanno
sotto il suo tetto ha un problema, un dolore,
una difficoltà.

Con un’onestà che mi lasciò senza parole,
e alla quale ripenso ancora con stupore, il mio interlocutore,
durante quel seminario, mi rispose che quel che dicevo non stava in piedi.
Che la classe non poteva permettersi di fermarsi ad aspettare qualcuno.
Che a scuola non c’è tempo per certe cose. Che si fa quel
che si può ma che dappertutto non si può arrivare.

<<Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio
che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
>>.

Quanti Caifa nella scuola. 
Quanti Sinedri i collegi docenti.

Quante volte, sovrappensiero, si è acconsentito al sacrificio.
Quante volte non ci si è fermati, per il bene della nazione intera,
della classe. Quanti sono stati sacrificati, perché più lenti
rispetto alla media, o più veloci, più intuitivi,
fragili, doloranti, abbandonati.

Quanti poi hanno smesso di studiare,
hanno perso fiducia in se stessi, nei loro mezzi.
Quanti sono stati chiamati stupididislessiciautistici.

Quanti conservano e conserveranno
un brutto ricordo della Scuola, perché questa
gli ha negato il volto umano, mostrandogli solamente
la faccia meccanica, il lato-fabbrica, quello dell’efficienza produttiva,
del numero di iscritti, delle prove invalsi, delle competenze,
delle tabelle, dei grafici, della pedagogia slegata dal
buonsenso, dei pasti pronti, delle emozioni
targate pixar, degli obiettivi, e così via.

Basta.

Come dice Girard, una volta che il sacrificio è svelato,
non si torna indietro, niente è più come prima.
La Scuola va cambiata, ripensata. Ne va
inaugurata una nuova, se necessario.

Una scuola che ci insegni a scoprire chi siamo,
senza più sacrifici, senza più vittime.

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Cambia Scuola #4 (il senso)

Senza categoria 5 agosto 2016

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Quando incontro qualcuno che dice di essere un filosofo,
mi stupisco fino alle lacrime della sua sicurezza. Mi domando
come possa aver capito cos’è la filosofia, e mi chiedo come
faccia a sapere di esserne un suo rappresentante.

Se incontro un meccanico e gli chiedo cos’è un motore,
lui alza il cofano di una macchina e me lo indica. In officina
custodisce una cassetta degli attrezzi con la quale riesce
a ripararlo se per caso smette di funzionare.

Generalmente chi dice di essere un filosofo mena il can per l’aia
e non sa cosa indicare. Si destreggia come può, ma non gli cavi
fuori altro che frasi già sentite o citazioni prese da qualcun
altro. Malgrado la volontà di alcuni di dotarsi di cassette
degli attrezzi, non ve ne sono per il filosofo.

Vale lo stesso (e anzi, peggio) tra chi dice
di occuparsi di filosofia e bambini. Lì, la prima
domanda da fare all’interlocutore “filosofo” è: quanto
tempo passi alla settimana con i bambini? A scuola o all’asilo?
Se la risposta tarda ad arrivare o le esperienze sono scarse,
non c’è da fidarsi. E questo vale per i tutti coloro
che parlano di filosofia e bambini, che abbiano
20 oppure 70 anni, non fa differenza.

La seconda domanda, invece, potrebbe essere:
perché lo fai? Perché vuoi andare dai bambini a
portar loro la filosofia? E qui segue un lungo elenco
di assurdità dispensate più o meno seriamente, tra le quali
campeggia la sempreverde: perché i bambini sono i veri filosofi!

Ma se davvero lo fossero, posto che ci sia qualcuno che sappia
spiegare cosa vuol dire esser veri filosofi, che senso avrebbe
andar proprio da loro? Sarebbe come regalare delle uova
a chi ha un allevamento di galline, o giocattoli a chi
non sa più dove metterli.

La verità è che a nessun bambino importa niente della filosofia.
I bambini sono bambini (se glielo lasciamo fare!). Dirigenti,
insegnanti e genitori dovrebbero vigilare ancora di più
sui progetti che i loro bambini fanno a scuola, per
evitare cantonate più o meno deleterie, portate
avanti da attori improvvisati.

È la filosofia che dovrebbe interessarsi ai bambini:
osservandoli, descrivendoli, documentando il loro pensiero.
E non perché questo “serva” a qualcosa, o potrebbe
“servire” a qualcosa, ma semplicemente
per capire, per conoscere i modi
del loro conoscere, del loro
vivere, del loro essere.

È vero, noi di FilosofiaCoiBambini alleniamo il linguaggio.
Giochiamo seriamente. Ma il nostro obiettivo,
chiaro a tutti, non è aggiungere,
bensì capire come togliere.

Trovare le strade migliori
per lasciare spazio, arretrare, liberare.

Perché il problema vero, almeno in Italia, se qualcuno
ancora non l’avesse capito, non è la fame, il freddo,
o qualche altra mancanza. Il problema vero qui è:
“Maestra, che colore uso?”,
“Maestra, cosa devo fare?”.

Troppo, troppo spesso, persone che dicono
di occuparsi di filosofia e bambini, vanno nelle scuole,
dove i bambini sono già carichi di compiti, dove l’istituzione
(per quanto mascherata) fa già sentire il suo peso, e portano
altra roba, aggiungono il loro ego di filosofi a quello degli
adulti presenti, e vogliono lasciare un segno, fare,
portare i bambini a… capire, domandarsi,
e così via. Tutte manifestazioni, più
o meno stanche, dell’Io del
filosofo chiacchierone
di turno.

Tutte riprese del falso mito secondo il quale occorre
fare, fare esperienza, capire…, analizzare ma,
per carità, subito dopo sintetizzare
(con l’adulto, guai da soli!).

Noi di FilosofiaCoiBambini ci manteniamo attenti,
e al riparo da certi pericoli. Ci occupiamo di ciò che ci
occupiamo perché non possiamo far altro. Studiamo
continuamente. Sensibilizziamo più che possiamo
la realtà che ci circonda, in vista di piccoli
cambiamenti.

Sappiamo che entrando in classe,
siamo noi a dover studiare, non i bambini.

Io non so cos’è la filosofia, né so chi è un filosofo.
Posso solo dire cosa senz’altro non è, ma credo
di averne parlato abbastanza per oggi!

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Cambia Scuola #3 (l’agitazione)

Senza categoria 23 luglio 2016

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Più studio, più mi accorgo di non sapere niente.
Ma una cosa fondamentale l’ho imparata, sono sicuro.
Non la insegnano all’università, non la impari lì.
La devi scoprire da solo, se ci riesci,
guardandoti attorno con
molta attenzione.

È il presupposto di ogni azione educativa.

Un principio che dovremmo poter trovare sui libri,
tratteggiato sui muri delle scuole. E invece è
tenuto segreto, perché non sia mai che le
cose possano
 velocemente migliorare.

Tale principio afferma che ci sei tu, l’educatore.
C’è il bambino (oppure, i bambini).
E un’azione tra voi.

Già, ma quale azione?
Qua sbatte ogni metodo!
Qua incappa ogni grande maestro!

Il principio di cui parliamo (come ogni buon principio)
non ti dice cosa fare, ma ti suggerisce un metodo per capire,
all’istante, cos’è meglio evitare. Si tratta, come si vedrà,
di qualcosa di semplice, ma estremamente potente.
Difficile anche, perché richiede attenzione
e la rara capacità di sapersi staccare
dalle proprie abitudini mentali.

Eccolo, formulato in maniera sintetica.
L’educatore, per decidere della necessità o meno
di un bisogno educativo, deve porsi una
 domanda:
“che vantaggio ne ricava l’immaginazione del bambino?”
(in particolare modo tra i 18 mesi e i 9 anni d’età)

Se la risposta è: “nessun vantaggio”,
vuol dire che si tratta di un bisogno non necessario
o addirittura deleterio. In quel caso, l’educatore lo deve abbandonare!

Se invece il vantaggio c’è, ecco formarsi,
come d’incanto, una gerarchia di attività che allenano
più o meno efficacemente l’immaginazione dei bambini.
Con in testa l’Arte, la Musica, la Danza, la Spiritualità,
la Filosofia, la Scienza (nel caso in cui seguano
un approccio sincero dalla parte
dei bambini, è chiaro!)

Ed ecco sparire per sempre i lavoretti, 
i pulcini che devono per forza esser colorati di giallo,
i pennarelli che sono sempre degli stessi colori, gli album da colorare,
la televisione, gli smartphone e i tablet, i centri commerciali
la domenica pomeriggio, i giocattoli strutturati, le storie
per bambini, il linguaggio povero, infantilizzato,
e si potrebbe proseguire a lungo…

Coi bambini si può anche non sapere cosa fare.
Ma non ci si può permettere d’ignorare cos’è bene evitare.

*******

Ogni anno, sempre più insegnanti si domandano
come mai i bambini arrivano o ritornano a scuola agitati.
Beh, provateci voi a passare un’estate in un centro estivo dove
tutto è un continuo fluire, incalzare, correre. Dove nessuno
sa di preciso dove si sta andando e perché.
Dove si confonde necessario e superfluo
(educativamente parlando).

Bene è andare, fare esperienza.
Male è soffermarsi, aspettare, pazientare,
parlare, riflettere. Dopo un’estate del genere,
è già un miracolo che un bambino acconsenta a entrare
in un edificio nel quale gli viene imposto di stare
a riposo per cinque o più ore.

Un luogo che dovrebbe allenare l’attenzione,
l’occhio vigile del cuore e della mente, ma che in fondo,
per forza di cose, assomiglia sempre di più
a un istituto di contenimento.

Il cambiamento è dietro l’angolo, possiamo
agguantarlo con uno sforzo personale e poi collettivo.

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Cambia Scuola #2 (la fretta)

Senza categoria 20 luglio 2016

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A monte della maggioranza dei disturbi comportamentali
che interessano
 i bambini ci sono gli adulti,
con i loro disturbi comportamentali.

Osserva il bambino e poi osserva i suoi genitori.
Le somiglianze tra loro non finiscono con il colore
degli occhi o dei capelli, ma investono atteggiamenti,
modi di fare e pensare, paure, ansie, e così via.

A volte ci si chiede come possa un genitore essere
totalmente ignaro dei disturbi del figlio. Come può
non vedere ciò che accade quando il figlio parla,
si muove, interagisce con altri bambini.
<<Ma non vede?!>>, ci si domanda.

Chi è incapace di giudicare se stesso,
di mettersi in discussione, come potrà avere occhi
per giudicare obiettivamente il sangue del proprio sangue?
Sarebbe come chiedere a un dittatore di rimproverare
il figlio per i suoi comportamenti autoritari.

Un genitore ansioso potrebbe non far caso
all’ansia di suo figlio; uno collerico
non troverebbe strana l’ira
del suo bambino.

Poi arriva il giorno in cui, dopo che molti  da ogni parte
hanno sottolineato i problemi del bambino, ci si deve
forzatamente convincere che c’è qualcosa
che non funzione.

E in quel momento quanti genitori si chiedono
se non sono forse loro stessi la causa di quei problemi,
e cercano magari di cambiare? Quanti si accontentano
di soluzioni apparentemente più rapide,
offerte da qualcuno o qualcosa?

Quanti si addormentano su una definizione
da manuale, rilasciata da qualcuno che ha potuto
interagire col bambino solamente per qualche ora,
all’interno di un ambulatorio?

A monte del disturbo comportamentale
di un bambino
 c’è un adulto con un
suo disturbo comportamentale.
 

Chi non ne ha? Chi può dire di non esser fatto
in un certo modo? Chi è normale? Cos’è tipico?

Lo chiameremo Deficit di contemplazione.
Sia che si presenti nel bambino, come nell’adulto
che glielo trasmette (sia esso il genitore, l’insegnante
o l’educatore) attraverso gesti, parole, e così via.
Lo chiameremo così perché al momento
sembra essere ciò di cui i bambini
avrebbero maggiormente
bisogno.

<<Sotto l’egida della truffa sta ogni moderna pedagogia>>,
scrive E. Zolla, significa che là dove si guardi, più nessuno
insegna a vincere questo Deficit, che ormai è così diffuso
da potersi definire epidemico. Al contrario, pensando
di far bene, tutti versano acqua al suo mulino,
nelle scuole, nelle case, nei centri estivi,
nei doposcuola, cosicché questo
cresce e si rafforza.

Si parla di disturbi oppositivi, di attenzione, d’iperattività,
d’ansia, e così via. E a rincarare la dose ci pensano quelli
che danno la colpa ai vaccini, all’alimentazione.
Cosicché poi altri rispondono negando tutto.
Ma si tratta sempre della stessa sabbia sugli occhi.
Perché cosa sono quelle definizioni se non un segnale
chiaro e semplice lanciato agli uomini di tutto il mondo,
in particolare dai bambini a chi gli sta vicino?
Rallentate! Rallentate tutti quanti! 

In una Società dove il divenire, continuo e inarrestabile,
ha preso stabilmente il posto della durata; dove niente dura
più di una stagione (passioni, tecnologie, saperi, diritti, doveri)
e la transitorietà e il turbamento a essa affine sono diventati
materia d’insegnamento; dove la qualità è ridotta a
quantità attraverso i test, le prove di abilità,
i quozienti d’intelligenza, la tabella
delle competenze…

In una Scuola che crede che avere la LIM equivalga a una qualche
forma di progresso, ma dimentica totalmente d’educare il gusto
e le qualità irripetibili e singolari di ciascuno (perché, dicono
sempre, non c’è tempo e non ci sono soldi!), il Deficit
di contemplazione
non può che estendersi e con lui
i cosiddetti disturbi comportamentali.

Così, dal primo giorno di scuola il prossimo anno,
ciascuno ricordi che non c’è fretta, non c’è orologio.
Che un bambino allenato a stare nel presente, amico
dell’attesa, tranquillo nella durata, a suo agio anche
da solo, senza far nulla, matura diversamente.

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Cambia Scuola #1 (l’orologio)

Senza categoria 14 luglio 2016

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La Scuola non esiste. Esistono solo le singole Scuole.
Ciascuna con le sue stanze, finestre, giardini,
abitudini più o meno dure a svanire,
e così via…

Se la Scuola non esiste,
che senso ha cercare di cambiarla?
Come si potrebbe cambiare qualcosa che non c’è?
Che inutile spreco d’energia!

Ha senso, invece, cercare di cambiare le Scuole,
le singole Scuole, una alla volta,
dalla prima all’ultima.

Il guaio è che non bisogna aspettare che a cambiare
le singole Scuole siano le persone. Perché, vedete,
le persone non esistono. Esistono solo le singole
persone, e quelle sì che possono cambiare
le Scuole (meglio, le singole Scuole)!

Così,
ad esempio,
un giorno una maestra
(le maestre non esistono, esistono solo le singole maestre,
ma ormai questo l’abbiamo imparato), entrando in classe,
decide di togliere l’orologio, di staccarlo dal muro
e metterlo via. E da quel giorno le cose
cambiano. Cambia Scuola.

<<Maestra, quand’è che si va a Scuola?>>
Dopo essersi svegliati, stiracchiati, aver fatto colazione,
aver dato uno sguardo agli animali, aver mosso gambe e braccia.

<<Maestra, quand’è che inizia la Scuola?>>
Quando tutti sono arrivati, ci siamo salutati e abbiamo
passato un po’ di tempo a raccontarci i sogni della notte trascorsa.

<<Maestra, quand’è che si fa merenda?>>
Quando si ha fame si mangia un boccone.

<<Maestra, quand’è che si beve?>>
Quando si ha sete si beve un sorso.

<<Maestra quando finiamo il disegno?>>
I disegni non si finiscono. S’interrompono quando non ci si sente
più ispirati e si passa a fare altro. Poi si ricomincia, quando
l’ispirazione ritorna. Occorre imparare a conoscerla
la propria ispirazione, farci amicizia.

<<Maestra quando finiamo i compiti?>>
Non ci sono compiti, ma solo cose che si ha voglia d’imparare,
di fare, di provare. A volte si vuol star fermi a osservare, a contemplare
e ascoltare. Altre si ha voglia di correre, saltare e giocare.
C’è un tempo per ogni cosa, ma è un tempo
che nessuno ha già deciso.

<<Maestra come mai non c’è più l’orologio?>>
Quell’orologio misurava un tempo che a voi bambini
non interessa. È il tempo dell’efficienza, della produttività.
È Il tempo dei grandi che non hanno tempo e che devono
incontrarsi in un momento preciso.

<<Maestra e noi che tempo usiamo?>>
Noi impariamo a leggere il nostro tempo. L’orologio che sta
dentro ognuno di noi e che ci dice quando abbiamo fame e di cosa,
quando siamo stanchi, quando siamo pronti ad ascoltare, quando la
rabbia è passata, quando sta per arrivare un’immagine o un’idea
agli occhi della mente.

<<Maestra come si chiama il nostro tempo?>>
Il nostro è il tempo della durata. Non diviso in prima e poi,
non proiettato a fare qualcosa, a finire. Senza ansia del futuro,
senza turbamenti dal passato. Siamo qui, non abbiamo
alcuna fretta. Il nostro tempo ci è amico, ci ispira
tante cose. Non scorre, resta con noi.

Così,
ad esempio,
nella classe senza orologio di quella maestra,
s’inizia a vivere uno stato creativo ininterrotto,
dove gli apprendimenti fioccano senza
neanche bisogno di cercarli.

Una classe, due classi…
Una scuola, due scuole…
E così via…

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Cattiva Filosofia Per Bambini!

Senza categoria 13 luglio 2016

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In Italia, in ambito filosofico, la prima regola è la seguente:
nessuno deve criticare realmente nessuno, cosicché nessuno si fa male.
La seconda regola è: se qualcuno critica, meglio ignorarlo e isolarlo
che rispondere (è probabile che la critica si spegnerà da sola).
Questo meccanismo funziona quasi sempre.
Ma FilosofiaCoiBambini fa eccezione.

Non riuscirei proprio perdonarmi di non aver scritto
tutto ciò che potevo per criticare un approccio educativo
(quello della Philosophy for Children) che reputo pericoloso
in mani sbagliate. E siccome stiamo parlando di bambini, e non
di ghiaccioli alla frutta, ci tengo a perseverare nella critica finché
anche l’Accademia mi ascolti (proprio come fanno le migliaia di persone
che ci seguono e hanno stima del nostro lavoro di ricerca e di pratica).

Sto parlando di un approccio educativo fondato su un principio falso
(che viene fatto passare per vero ai bambini) secondo il quale la verità
nascerebbe dalla discussione, dal dibattito comunitario.

Sto parlando di un Setting studiato per dare a tutti l’impressione
di utopia, d’idillio: il cerchio, gli adulti che non possono partecipare
alle sessioni, i bambini apparentemente liberi di dire la loro, di decidere.

Non mi preoccuperei così tanto, se non fosse per quell’unico adulto
al quale è consentito di avvicinare i bambini. Il facilitatore, nell’approccio
denominato Philosophy for Children, usa tanti piccoli accorgimenti per
convincere bambini e astanti di non essere il padrone! Egli sa che i
piccoli sono ancora poco radicati nelle convinzioni che il loro
ambiente natio gli sta trasmettendo e dunque può tutto.

Sappiamo quanto potere eserciti un insegnante (tutti ci ricordiamo dei
nostri maestri). E allora perché non preoccuparsi ancor più del potere
che potrebbe esercitare un filosofo di tal fatta sui bambini?

Con la lusinga: <<Venite, discutiamo insieme!>>,
egli si appresta a mettere in atto il suo piano. Ed ecco
gruppi di bambini che improvvisamente sanno cos’è la
giustizia, l’amore, il dolore, la famiglia, la morte, l’amicizia,
la libertà, la vita, e così via. Conquiste importanti raggiunte in
un’ora, grazie al miracoloso potere della discussione di gruppo.

Strano che nessuno abbia mai smascherato l’impostore.
Difficile a credersi che alcuno abbia mai obiettato a quel tale che
brandendo in mano un manuale (ad esempio Pixie di Lipman)
osserva i bambini comportarsi esattamente come egli può
prevedere (il manuale, infatti, contiene ogni tipo di
spunto possa servire a indirizzare la discussione
esattamente dove la si vuole far andare).

Il facilitatore è l’unico, tra tutti i piccoli, che sa ciò che vuole.
Ciò che sconvolge è che nessuno lo deve venire a sapere!
Egli non formula volontà, anzi le nasconde, le cela
sotto strati e strati di confusione, buonismo
e, in Italia, superate ideologie di sinistra.

Mi chiedo come sia possibile che chiunque mostri una predilezione
per l’infanzia, o anche solo abbia avuto l’esperienza di avere dei
nipoti, dopo un po’ di teoria e con l’aiuto di un manuale
americano, possa esser mandato in classe a filosofare.

Nelle mani sbagliate, e ce ne sono tantissime,
uno strumento di tal fatta ha pochi eguali in quanto
a distruttività. Persuadere i piccoli, a poco a poco, che la 
verità si forma nel concorso dei pareri, vuol dire convincerli
che il Bene non esiste e che ci sono solo valori pragmatici
e sociali. In questo modo, il bene di una società può
diventare l’efficientismo, la produttività, l’azione,
la mondanità, l’abbandono della tradizione,
a seconda di ciò che l’Istituzione, proprio
attraverso i suoi facilitatori, ancor più
potenti degli stessi insegnanti,
ha interesse a veicolare.

La Philosophy for Children, dunque, per come la si continua
a intendere in Italia, specialmente in certi ambienti,
si presta a queste e ad altre critiche, e desta
preoccupazione in noi che osserviamo
la scuola da vicino e cerchiamo
di aiutarla a ritrovarsi.

Da parte nostra, ci siamo accorti fin da subito che l’approccio
che avevamo fondato non imprigiona i bambini. Il ruolo
del FilosofoCoiBambini non è quello del facilitatore.
Le fondamenta teoriche, l’attività pratica,
il percorso di avvicinamento alla
disciplina sono totalmente
differenti da quelle
della P4C.

Si sa che non c’è schiavo che ubbidisce
meglio di quello convinto d’essere libero.

In mezzo a questo delirio educativo,
noi vogliamo rimettere a posto le cose.

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